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PARTE
PRIMA
-1-
Giuseppe, dinanzi al portone,
trastullava il suo bambino, cullandolo sulle braccia, mostrandogli lo scudo
marmoreo infisso al sommo dell'arco, la rastrelliera inchiodata sul muro del
vestibolo dove, ai tempi antichi, i lanzi del principe appendevano le alabarde,
quando s'udì e crebbe rapidamente il rumore d'una carrozza arrivante a tutta
carriera; e prima ancora che egli avesse il tempo di voltarsi, un legnetto sul
quale pareva fosse nevicato, dalla tanta polvere, e il cui cavallo era tutto
spumante di sudore, entrò nella corte con assordante fracasso. Dall'arco del
secondo cortile affacciaronsi servi e famigli: Baldassarre, il maestro di casa,
schiuse la vetrata della loggia del secondo piano intanto che Salvatore Cerra
precipitavasi dalla carrozzella con una lettera in mano.
«Don Salvatore?... Che c'è?...
Che novità!...»
Ma quegli fece col braccio un
gesto disperato e salì le scale a quattro a quattro.
Giuseppe, col bambino ancora in
collo, era rimasto intontito, non comprendendo; ma sua moglie, la moglie di
Baldassarre, la lavandaia, una quantità d'altri servi già circondavano la
carrozzella, si segnavano udendo il cocchiere narrare, interrottamente:
«La principessa... Morta d'un
colpo... Stamattina, mentre lavavo la carrozza...»
«Gesù!... Gesù!...»
«Ordine d'attaccare... il signor
Marco che correva su e giù... il Vicario e i vicini... appena il tempo di far
la via...»
«Gesù! Gesù!... Ma come?... Se
stava meglio? E il signor Marco?... Senza mandare avviso?»
«Che so io?... Io non ho visto
niente; m'hanno chiamato... Iersera dice che stava bene...»
«E senza nessuno dei suoi
figli!... In mano di estranei!... Malata, era malata; però, così a un tratto?»
Ma una vociata, dall'alto dello
scalone, interruppe subitamente il cicaleccio:
«Pasquale!... Pasquale!...»
«Ehi, Baldassarre?»
«Un cavallo fresco, in un
salto!...»
«Subito, corro...»
Intanto che cocchieri e famigli
lavoravano a staccare il cavallo sudato e ansimante e ad attaccarne un altro,
tutta la servitù s'era raccolta nel cortile, commentava la notizia, la comunicava
agli scritturali dell'amministrazione che s'affacciavano dalle finestrelle del
primo piano, o scendevano anch'essi giù addirittura.
«Che disgrazia!... Par di
sognare!... Chi se l'aspettava, così?...»
E specialmente le donne
lamentavano:
«Senza nessuno dei suoi figli!...
Non aver tempo di chiamare i figli!...»
«Il portone?... Perché non
chiudete il portone?» ingiunse Salemi, con la penna ancora all'orecchio.
Ma il portinaio, che aveva
finalmente affidato alla moglie il piccolino e cominciava a capire qualcosa,
guardava in giro i compagni:
«Ho da chiudere?... E don
Baldassarre?»
«Sst!... Sst!...»
«Che c'è?»
I discorsi morirono ancora una
volta, e tutti s'impalarono cavandosi i berretti ed abbassando le pipe, perché
il principe in persona, tra Baldassarre e Salvatore, scendeva le scale. Non
aveva neppure mutato di abito! Partiva con gli stessi panni di casa per arrivar
più presto al capezzale della madre morta! Ed era bianco in viso come un foglio
di carta, volgeva sguardi impazienti ai cocchieri non ancora pronti, intanto
che dava sottovoce ordini a Baldassarre, il quale chinava il capo nudo e
lucente ad ogni parola del padrone: «Eccellenza sì! Eccellenza sì!» E il
cocchiere affibbiava ancora le cinghie che il padrone saltò nella carrozza, con
Salvatore in serpe: Baldassarre, afferrato allo sportello, stava sempre ad
udire gli ordini, seguiva correndo il legnetto fin oltre il portone per
acchiappare le ultime raccomandazioni: «Eccellenza sì! Eccellenza sì!»
«Baldassarre!... Don
Baldassarre!...» Tutti assediavano ora il maestro di casa; poiché, lasciata la
carrozza che scappava di corsa, egli rientrava nel cortile: «Baldassarre, che è
stato?... E ora che si fa?... Don Baldassarre, chiudere?...»
Ma egli aveva l'aria grave delle
circostanze solenni, s'affrettava verso le scale, liberandosi dagli importuni
con un gesto del braccio e un «Vengo!...» spazientito.
Il portone restava spalancato;
tuttavia alcuni passanti, scorto lo straordinario movimento nel cortile,
s'informavano col portinaio dell'accaduto; l'ebanista, il fornaio, il
bettoliere e l'orologiaio che tenevano in affitto le botteghe di levante,
venivano anch'essi a dare una capatina, a sentir la notizia della gran
disgrazia, a commentare la repentina partenza del principe:
«E poi dicevano che il padrone
non voleva bene alla madre!... Pareva Cristo sceso dalla croce, povero
figlio!...»
Le donne pensavano alla signorina
Lucrezia, alla principessa nuora: sapevano nulla, o avevano loro nascosto la
notizia?... E Baldassarre, Baldassarre dove diamine aveva il capo, se non
ordinava di chiudere ogni cosa?... Don Gaspare, il cocchiere maggiore, verde in
viso come un aglio, si stringeva nelle spalle:
«Tutto a rovescio, qui dentro.»
Ma Pasqualino Riso, il secondo
cocchiere, gli spiattellò chiaro e tondo.
«Non avrete il disturbo di
restarci un pezzo!»
E l'altro, di rimando:
«Tu no, che hai fatto il ruffiano
al tuo padrone!»
E Pasqualino, botta e risposta:
«E voi che lo faceste al
contino!...»
Tanto che Salemi, il quale
risaliva all'amministrazione, ammonì:
«Che è questa vergogna?»
Ma don Gaspare, a cui la certezza
di perdere il posto toglieva il lume degli occhi, continuava:
«Quale vergogna?... Quella d'una
casa dove madre e figli si soffrivano come il fumo negli occhi?...»
Molte voci finalmente ingiunsero:
«Silenzio, adesso!»
Però quelli che s'eran messi
troppo apertamente con la principessa avevano il cuore piccino piccino, sicuri
di ricevere il benservito dal figlio. Giuseppe, in quella confusione, non
sapeva che fare: chiudere il portone per la morte della padrona era una cosa,
in verità, che andava con i suoi piedi; ma perché mai don Baldassarre non dava
l'ordine? Senza l'ordine di don Baldassarre non si poteva far nulla. Del resto,
neppure gli scuri erano chiusi su al piano nobile; e poiché il tempo passava
senza che l'ordine venisse, qualcuno cominciava ad accogliere un timore e una
speranza, nella corte: se la padrona non fosse morta? «Chi ha detto che è
morta?... Il cocchiere!... Ma non l'ha veduta!... Può aver capito male!...»
Altri argomenti convalidavano la supposizione: il principe non sarebbe partito
così a rotta di collo, se fosse morta, perché non avrebbe avuto nulla da fare
lassù... E il dubbio cominciava a divenire per alcuni certezza: doveva esserci
un malinteso, la principessa era soltanto in agonia, quando finalmente
Baldassarre affacciossi dall'alto della loggia gridando:
«Giuseppe, il portone! Non hai
chiuso il portone? Chiudete le finestre della stalla e delle scuderie... Dite
che chiudano le botteghe. Chiudete tutto!»
«Non c'era fretta!» mormorò don
Gaspare.
E come, spinto da Giuseppe, il
portone girò finalmente sui cardini, i passanti cominciarono ad accrocchiarsi:
«Chi è morta?... La principessa?... Al Belvedere?...» Giuseppe si stringeva
nelle spalle, avendo perso del tutto la testa; ma domande e risposte
s'incrociavano confusamente tra la folla: «Era in campagna?... Ammalata da
quasi un anno... Sola?... Senza nessuno dei figli!...» I meglio informati
spiegavano: «Non voleva nessuno vicino, fuorché l'amministratore... Non li poteva
soffrire...» Un vecchio disse, scrollando il capo: «Razza di matti, questi
Francalanza!»
I famigli, frattanto, sbarravano
le finestre delle scuderie e delle rimesse; il fornaio, il bettoliere,
l'ebanista e l'orologiaio accostavano anch'essi i loro usci. Un altro crocchio
di curiosi radunati dinanzi al portone di servizio, rimasto ancora aperto,
guardavano dentro alla corte dove c'era un confuso andirivieni di domestici;
mentre dall'alto della loggia, come un capitano di bastimento, Baldassarre
impartiva ordini sopra ordini:
«Pasqualino, dalla signora
marchesa e ai Benedettini… ma da' la notizia al signor marchese e a Padre don
Blasco, hai capito?... non al Priore!... A te, Filippo: passa da donna
Ferdinanda... Donna Vincenza? Dov'è donna Vincenza?... Prendete lo scialle e
andate alla badia... parlate alla Madre Badessa perché prepari la monaca alla
notizia... Un momento! Salite prima dalla principessa che ha da parlarvi...
Salemi?... Giuseppe, ordine di lasciar passare i soli stretti parenti... È
venuto Salemi?... Lasciate ogni cosa; il principe e il signor Marco v'aspettano
lassù, che c'è bisogno d'aiuto. Natale, tu andrai da donna Graziella e dalla
duchessa. Agostino, questi dispacci al telegrafo... e passa dal sarto...»
Secondo che ricevevano le
commissioni, i servi uscivano, aprendosi la via in mezzo alla folla; passavano
con l'aria affrettata di altrettanti aiutanti di campo tra i curiosi che
annunziavano: «Vanno ad avvertire i parenti... i figli, i cognati, i nipoti, i
cugini della morta...» Tutta la nobiltà sarebbe stata in lutto, tutti i portoni
dei palazzi signorili, a quell'ora, si chiudevano o si socchiudevano, secondo
il grado della parentela. E l'ebanista la spiegava:
«Sette figliuoli, possiamo
contarli: il principe Giacomo e la signorina Lucrezia che è in casa con lui:
due; il Priore di San Nicola e la monaca di San Placido: quattro; donna Chiara,
maritata col marchese di Villardita: e cinque; il cavaliere Ferdinando che sta
alla Pietra dell'Ovo: sei; e finalmente il contino Raimondo che ha la figlia
del barone Palmi... Poi vengono i cognati, i quattro cognati: il duca d'Oragua,
fratello del principe morto; Padre don Blasco, anch'egli monaco benedettino; il
cavaliere don Eugenio e donna Ferdinanda la zitellona...»
Ogni volta che lo sportello si
schiudeva per dar passaggio a qualche servo, i curiosi cercavano di guardare
dentro il cortile; Giuseppe, spazientito, esclamava:
«Via di qua! Che diavolo volete?
Aspettate i numeri del lotto?»
Ma la folla non si moveva,
guardava per aria le finestre ora chiuse quasi aspettando l'apparizione della
stampiglia coi numeri.
E la notizia correva di bocca in
bocca come quella d'un pubblico avvenimento: «È morta donna Teresa Uzeda...» i
popolani pronunziavano Auzeda, «la principessa di Francalanza... È morta
stamani all'alba... C'era il principe suo figlio... No, è partito da un'ora.»
L'ebanista frattanto, in mezzo a un cerchio di gente attenta come alla storia
dei Reali di Francia, continuava a enumerare il resto della parentela: il duca
don Mario Radalì, il pazzo, che aveva due figli maschi, Michele e Giovannino,
da donna Caterina Bonello, e apparteneva al ramo collaterale dei
Radalì-Uzeda; la signora donna Graziella, figlia d'una
defunta sorella della principessa e moglie del cavaliere Carvano, cugina
carnale perciò di tutti i figliuoli della morta; il barone Grazzeri, zio della
principessa nuora, con tutta la parentela; e poi i parenti più lontani, gli
affini, quasi tutta la nobiltà paesana: i Costante, i Raimonti, i Cùrcuma, i
Cugnò... A un tratto s'interruppe per dire:
«To'! Guardate i lavapiatti che
arrivano prima di tutti!»
Don Mariano Grispo e don Giacinto
Costantino arrivavano, come ogni giorno all'ora della colazione, per far la
corte al principe, e non sapevano niente: scorgendo la folla ed il portone
chiuso, si fermarono di botto:
«Santa fede!... Buon Dio
d'amore!...»
E a un tratto affrettarono il
passo, entrarono interrogando costernati il portinaio che dava le prime
notizie: «Non mi sembra vero!... Un fulmine a ciel sereno!...» Poi salirono per
lo scalone con Baldassarre che risaliva anch'egli in quel punto dalla corte e
faceva loro strada mormorando:
«Povera principessa!... Non poté
superarla!... Il signor principe è subito partito.»
Traversando la fila delle anticamere
dagli usci dorati ma quasi nude di mobili, don Giacinto esclamava a bassa voce,
come in chiesa:
«È una gran disgrazia!... Per
questa famiglia è una disgrazia più grande che non sarebbe per ogni altra...»
E piano anch'egli, don Mariano
confermava, scrollando il capo:
«La testa che guidava tutti, che
aggiustò la pericolante baracca!...»
Introdotti nella Sala Gialla, si
fermarono dopo qualche passo, non distinguendo nulla pel buio; ma la voce della
principessa Margherita li guidò:
«Don Mariano!... Don Giacinto!...»
«Principessa!... Signora mia!...
Com'è stato?... E Lucrezia?... Consalvo?... La bambina?...»
Il principino, seduto sopra uno
sgabello, con le gambe penzoloni, le dondolava ritmicamente, guardando per aria
a bocca aperta; discosta, in un angolo di divano, Lucrezia stava ingrottata,
con gli occhi asciutti.
«Ma com'è avvenuto, così a un
tratto?» insisteva don Mariano.
E la principessa, aprendo le
braccia:
«Non so... non capisco... È
arrivato Salvatore dal Belvedere, con un biglietto del signor Marco... Lì, su
quella tavola, guardate... Giacomino è partito subito.» A bassa voce, rivolta a
don Mariano, intanto che l'altro leggeva il biglietto: «Lucrezia voleva andare
anche lei,» aggiunse, «suo fratello ha detto di no... Che ci avrebbe fatto?»
«Confusione di più!... Il
principe ha avuto ragione...»
«Niente!» annunziava frattanto
don Giacinto, finito di leggere il biglietto. «Non spiega niente!... E hanno
avvertito gli altri... hanno dispacciato?...»
«Io non so... Baldassarre...»
«Morire così, sola sola, senza un
figlio, un parente!» esclamava don Mariano, non potendo darsi pace; ma don
Giacinto:
«La colpa non è di questi qui,
poveretti!... Essi hanno la coscienza tranquilla.»
«Se ci avesse voluti...» cominciò
la principessa, timidamente, più piano di prima; ma poi, quasi impaurita, non
finì la frase.
Don Mariano tirò un sospiro
doloroso e andò a mettersi vicino alla signorina.
«Povera Lucrezia! Che
disgrazia!... Avete ragione!... Ma fatevi animo!... Coraggio!...»
Ella che se ne stava a guardare
per terra, battendo un piede, levò la testa con aria di stupore, quasi non
comprendendo. Ma, come udivasi un frastuono di carrozze che entravano nel
cortile, don Mariano e don Giacinto tornarono ad esclamare, a due:
«Che sciagura irreparabile!»
Arrivavano la marchesa Chiara col
marito e la cugina Graziella:
«Lucrezia, la mamma!...
Sorella!... Cugina!...»
Subito dopo entrò la zia
Ferdinanda, a cui le donne baciarono le mani, mormorando:
«Eccellenza!... Ha sentito?...»
La zitellona, asciutta asciutta,
scrollava il capo; Chiara abbracciava Lucrezia piangendo; il marchese salutava
mestamente i lavapiatti; ma la più commossa era donna Graziella: «Non mi par
vero!... Non volevo crederci!... Che si muore così?... E il povero Giacomo?
Dice che è corso subito lassù?... Povero cugino!... Se almeno avesse potuto
arrivare a chiuderle gli occhi!... Che dolore, non aver tempo di rivederla!...»
Udendo Chiara singhiozzare in
seno alla sorella Lucrezia, esclamò: «Hai ragione, sfogati, poveretta! Mamma ce
n'è una sola!...»
Ella pareva tanto addolorata
della disgrazia dei cugini da dimenticare perfino che la morta era sorella
della sua propria madre. Si profferiva alla principessa; le diceva, traendola
in disparte:
«Hai bisogno di nulla?... Vuoi
che ti dia una mano?... Come sta la mia figlioccia?... Che ha lasciato detto il
cugino?...»
«Non so... Ha ordinato a
Baldassarre il da fare...»
Baldassarre, infatti, andava su e
giù, mandando ancora messi, ricevendo quelli che tornavano dall'aver eseguito
le ambasciate. Tutti i parenti, ormai, erano avvertiti: soltanto il famiglio
mandato ai Benedettini venne a dire che Padre don Lodovico stava per arrivare,
ma che Padre don Blasco non era nel convento.
«Va' dalla Sigaraia... a
quest'ora sarà da lei... Corri, digli che è morta sua cognata...»
Don Lodovico arrivò con la
carrozza di San Nicola; e nella Sala Gialla tutti s'alzarono all'apparire del
Priore. Chiara e Lucrezia gli andarono incontro, gli presero ciascuna una mano,
e la marchesa, cadendo in ginocchio, proruppe:
«Lodovico!... Lodovico!... La
nostra povera mamma!»
Tacevano tutti, guardando quel
gruppo: la cugina, con gli occhi rossi, mormorava:
«È una cosa che strazia l'anima!»
Il Priore, chinatosi sulla
sorella, la rialzò senza guardarla in viso, e nel silenzio generale, rotto da brevi
singhiozzi repressi, disse, alzando gli occhi asciutti al cielo:
«Il Signore l'ha chiamata a sé...
Chiniamo la fronte ai decreti della Provvidenza divina...» e poiché Chiara
voleva baciargli la mano, egli si schermì: «No, no, sorella mia...» e la strinse
al petto, baciandola in fronte.
«Perché si nasce!...» esclamò
dolorosamente don Giacinto all'orecchio di don Mariano; ma questi, scrollando
il capo, si fece innanzi con piglio risoluto:
«Basta adesso, signori miei!... I
morti son morti, e il pianto non li risuscita... Pensate alla vostra salute,
adesso, che è l'importante...»
«Coraggio, poveretti!...»
confermò la cugina Graziella, prendendo per mano le cugine, costringendole
amorosamente a sedere; mentre il marchese baciava sua moglie in fronte, le asciugava
gli occhi, le parlava all'orecchio, e donna Ferdinanda, poco portata alle scene
patetiche, si metteva il principino sulle ginocchia.
Il biglietto del signor Marco
passava di mano in mano; il Priore manifestava anch'egli l'intenzione di
partire per il Belvedere, ma i lavapiatti protestarono.
«Per far che cosa?... Angustiarsi
per niente?... Se si potesse dar aiuto...»
«Partirei io!» soggiunse la
cugina.
«Aspettiamo, piuttosto,» propose
il marchese. «Giacomo manderà certo a dire qualcosa...»
L'arrivo di un'altra carrozza
fece infatti supporre che venisse qualcuno dal Belvedere. Era invece la
duchessa Radalì. Poiché ella aveva il marito impazzato e non faceva visite a
nessuno, il suo pronto accorrere intenerì più che mai la cugina, che la
chiamava zia, quantunque non ci fosse parentela tra loro; ma il ritorno di
donna Vincenza da San Placido segnò il colmo della commozione. La cameriera non
trovava parole per esprimere il dolore della monaca, giungeva le mani dalla
pietà:
«Figlia mia! Povera figlia!...
Come una pazza, fa come una pazza!... E chiama: "Sorelle mie! Sorelle
mie!..."»
Lucrezia piangeva anch'ella,
adesso; Chiara disse tra i singhiozzi:
«Io vado alla badìa...»
«Vostra Eccellenza farà un'opera
santa... Anche la Madre Badessa piangeva: "Povera principessa!... Degna
serva di Dio!"»
La cugina s'offerse
d'accompagnarla; ma poi, visto che la principessa non sapeva dove dar del capo:
«Resto piuttosto ad aiutar
Margherita,» disse a Chiara; e questa s'alzò, mentre le raccomandavano:
«Baciala per me... e per me... Dille che domani andrò a trovarla...» E don
Giacinto chiamava: «Marchese, marchese!... accompagnate vostra moglie...»
In mezzo alla confusione, mentre
la marchesa andava via col marito, spuntò finalmente don Blasco, col faccione
sudato che luceva e il tricorno in capo. Entrò senza salutar nessuno,
esclamando:
«L'avevo detto, eh?... Doveva
finire così!...»
Non gli risposero. Il Priore,
anzi, chinò gli occhi a terra quasi cercando qualcosa; donna Ferdinanda, per
suo conto, pareva non essersi neppure accorta dell'arrivo del fratello. Il
monaco si mise a passeggiare da un capo all'altro della sala, asciugandosi il
sudore del collo e continuando a parlar solo:
«Che testa!... Che testa!... Fino
all'ultimo!... Andare a crepare in mano di quell'imbroglione!... Io l'avevo
profetato, ah?... Dov'è?... Non è venuto?... È lui il padrone, qui dentro!»
Poiché nessuno fiatava, la cugina
credé d'osservare:
«Zio, in questo momento...»
«Che vuol dire, in questo
momento?...» rispose il monaco, piccato. «È morta, Dio l'abbia in gloria!... Ma
che s'ha da dire? Che ha fatto una gran cosa?... E Giacomo?... È andato?... È
andato solo?... Perché non va nessun altro?... Ha proibito agli altri di
andare?...»
«No, Eccellenza...» rispose
timidamente la principessa. «È partito appena saputa la notizia.»
«Io volevo accompagnarlo...»
disse Lucrezia; ma allora il Benedettino saltò su:
«Tu? Per far che cosa? Sempre
voialtre femmine tra i piedi? Vi pare che sappiate sole aggiustare il mondo?...
Dov'è Ferdinando?... Non è venuto ancora?»
Sopravvenivano in quel momento il
cavaliere don Eugenio e don Cono Canalà, altro dei lavapiatti. Don Cono entrò
in punta di piedi, quasi per paura di schiacciar qualcosa, e fermatosi dinanzi
alla principessa esclamò, gestendo col braccio:
«Immensa iattura!... Catastrofe
immensurabile!... La parola spira sul labbro...» mentre il cavaliere leggeva il
biglietto del signor Marco.
Frattanto don Blasco, girando
come un trottolone, soffermavasi dinanzi agli usci, guardava in fondo alla
sfilata delle stanze, pareva fiutasse l'aria, borbottava: «Che fretta!... Che
affezione!...» ed altre parole incomprensibili.
Nel crocchio dei parenti,
ciascuno adesso diceva la sua: il Priore, a bassa voce, accanto alla duchessa
ed alla zia Ferdinanda, parlava della «dolorosa ostinazione» della madre; ma
tratto tratto, quasi pavido di far male discutendo anche rispettosamente la
volontà della morta, s'interrompeva, chinava il capo; la cugina era inquieta
per la mancanza di notizie dal Belvedere:
«Giacomo avrebbe potuto mandar
qualcuno!...»
Per questo don Eugenio offrivasi
di salir lassù, se gli facevano attaccare una carrozza; ma allora la
principessa, imbarazzata, confusa, non sapendo che fare, osservò all'orecchio
della cugina:
«Non so... forse può dispiacere a
Giacomo...»
E donna Graziella intervenne:
«Aspettiamo un altro poco; forse
il cugino tornerà egli stesso.»
Il Priore e la duchessa tornarono
a domandare:
«Ferdinando? Non viene più?»
I lavapiatti corsero a interrogar
Baldassarre; il maestro di casa rispose:
«Non ho mandato nessuno dal
cavaliere, perché il signor principe m'ha detto che passava lui a chiamarlo.»
«Sarà andato anch'egli al
Belvedere... Se no a quest'ora sarebbe qui.»
Per arrivare dalla Pietra
dell'Ovo ci voleva a ogni modo del tempo; tornò infatti prima dalla badìa la
marchesa, alla quale la sorella monaca aveva consegnato un abitino della
Madonna perché lo mettessero indosso alla morta.
«Toccante tratto di pietà
filiale!» sussurrò don Cono a don Eugenio.
Nessun altro parlava, in quei
momenti di commozione; solamente la cugina, asciugandosi gli occhi rossi,
propose all'orecchio della principessa:
«Io vorrei profittare di questo
momento per indurre lo zio Blasco a far pace con la zia Ferdinanda e con
Lodovico. Che ne dici, Margherita?»
«Come credi... se credi... fa'
tu...»
E la cugina andò in cerca del
monaco. Non si trovava, era scomparso. Baldassarre, incaricato di
rintracciarlo, lo scoperse in fondo alla casa, dinanzi all'uscio serrato che
metteva nelle stanze della morta. Udendo rumor di passi, il monaco si voltò di
botto:
«Chi è là?»
«Aspettano Vostra Paternità nella
Sala Gialla.»
Il Benedettino tornò indietro,
soffiando, e come la cugina, andandogli incontro con aria di mistero:
«Eccellenza,» gli disse, «venga
ad abbracciare sua sorella... Lodovico le bacerà la mano...» egli le voltò le
spalle, esclamando forte, in modo che lo udirono sino nella corte:
«Non facciamo pulcinellate.»
Donna Graziella si strinse nelle
spalle, con un gesto di rassegnazione dolente.
E il monaco, scorto il marchese
che era tornato con la moglie dalla badìa, l'andò ad afferrare per un braccio e
lo trascinò nella Galleria dei ritratti:
«Che stai a far qui?... Perché
non parti?... Quell'altro è scappato...»
«Per far che cosa, Eccellenza?»
«E sarai sempre minchione?...
Quell'altro è scappato! A quest'ora fa scomparire ogni cosa!...»
«Eccellenza!...» protestò il
nipote, scandalizzato.
Don Blasco lo guardò nel bianco
degli occhi, quasi volesse mangiarselo. Ma, come passava in fretta e in furia
Baldassarre, girò sui tacchi, tonando:
«Ah, no? E andate un poco a farvi
friggere, tutti quanti!...»
Finito di dar ordini alla
servitù, Baldassarre aveva adesso un altro gran da fare, poiché cominciavano a
venire ambasciate dei parenti più lontani, degli amici, dei conoscenti che
mandavano ad esprimere le loro condoglianze e a prender notizie dei superstiti.
Il maestro di casa riceveva nell'anticamera dell'amministrazione le persone di
riguardo, lasciando al portinaio i servitori; ma parecchi fra questi portavano
i regali funebri: vassoi pieni di dolci, di forme di marmellata o di
cioccolata, di frutta candite, di pan di Spagna, di bottiglie di moscato o di
rosolio, e allora Baldassarre si faceva in quattro per riporre quella roba, e
annunziare i doni ai padroni, e ringraziare i donatori, e dare udienza ai
sopravvenienti. La cugina Graziella, con le chiavi delle credenze alla cintola,
faceva da padrona di casa, per risparmiare la principessa; il cavaliere don
Eugenio dava anch'egli una mano, e quantunque i lavapiatti che lavoravano come
domestici protestassero: «Lasciate fare a noi», egli vuotava i vassoi da
restituire, trasportava la roba nella sala da pranzo e tratto tratto si ficcava
in tasca una manata di dolci.
Per la duchessa Radalì che era
andata via, non potendo lasciare a lungo il marito solo, dieci altre visite
erano sopravvenute: il barone Vita, il principe di Roccasciano, i Giliforte, i
Grazzeri, don Carlo Carvano, marito della cugina. Secondo che la giornata
s'inoltrava, lettere e biglietti di condoglianza piovevano da tutte le parti:
l'Intendente mandava a esprimere il suo dolore per il lutto d'una famiglia
devota al Re ed alla buona causa; Monsignor Vescovo associavasi al dolore dei
suoi cari figli; dall'Orfanotrofio Uzeda, dall'Ospizio dei Vecchi, dagli altri
istituti di beneficenza che i Francalanza avevano fondato o sussidiato,
venivano i rettori, i cappellani, una quantità di tonache nere, oppure i poveri
ospitati; ma questi non eran lasciati salire ed esprimevano il loro rammarico
al portinaio o al sotto-cocchiere. Il comandante della
guarnigione, il presidente della Gran Corte, tutte le autorità, tutta la città
si condoleva con la famiglia. Gruppi di mendicanti aspettavano, con la speranza
che avrebbero distribuito elemosine; molte persone domandavano con insistenza
del signor Marco: udendo che ancora non era sceso dal Belvedere, alcuni
andavano via per tornare più tardi; altri si mettevano a passeggiare su e giù
dinanzi alla casa, aspettando d'acchiapparlo al varco, pazientemente.
I due cortili parevano una fiera,
dalle tante carrozze allineate all'ombra: i cavalli, con le teste dentro le
coffe, ruminavano raspando tratto tratto il selciato con l'unghia. Ad uno ad
uno, poiché imbruniva, arrivavano i servitori dei parenti, aspettando i
padroni; e la conversazione della servitù, animatissima, aggiravasi intorno
all'avvenimento ed alle sue conseguenze. Le donne, vedendo quella gran
confusione, quell'andirivieni di gente, quel succedersi d'ambasciate e di
lettere, compiangevano vivamente la principessa nuora: «Povera signora! A
quest'ora dev'essere sulle spine!...» Infatti, ella soffriva d'una specie di
malattia nervosa per la quale non tollerava di star pigiata tra la gente, di
toccar cose maneggiate da altri: fortunatamente la cugina era lì ad aiutarla. E
alcuni facevano riflessioni filosofiche: «Se invece d'oggi la madre del
principe fosse morta sei anni addietro, la cugina, adesso, invece di aiutar la
padrona, sarebbe lei la padrona qui dentro.» Non era stato permesso dalla
principessa vecchia, quel matrimonio, e il padrone aveva obbedito alla madre,
sposando donna Margherita Grazzeri; però, bisognava dire la verità, la cugina
s'era diportata benissimo: maritata col cavaliere Carvano, era rimasta affezionatissima
alla zia che non l'aveva voluta per nuora, e aveva trattato come una vera
sorella la moglie dell'antico suo innamorato. «E il principe? Forse che pare si
rammenti d'averle voluto bene in un certo modo?...» Per tanto, molti lodavano
l'opera della morta: ella aveva ben fatto ad opporsi a quel matrimonio, poiché
i due antichi innamorati s'eran messo il cuore in pace. «Gran donna, la
principessa! Basti dire che rifece la casa già fallita!» E tutti domandavano:
«A chi lascerà?...» Ma come saperne nulla se non si era confidata mai con
nessuno, neppure coi figli?... «Se ci fosse stato il contino Raimondo,
però!...»
Allora i partigiani del principe,
senza tanti riguardi: «La roba dovrebbe andare al padrone, se quella pazza non
ne avrà fatta un'altra delle sue!...» Infatti non aveva potuto soffrire il
primogenito, prediligendo il contino Raimondo; e il contino, quantunque
chiamato e richiamato dalla madre che sentiva vicina la propria fine, non s'era
mosso da Firenze!...
All'arrivo di fra' Carmelo, spedito
dall'Abate di San Nicola per aver notizie di don Lodovico e di don Blasco, il
discorso prese un'altra piega. Fra' Carmelo sapeva la via del palazzo dalle
tante volte che ci aveva accompagnato don Lodovico novizio; e tutta la servitù
lo conosceva e gli voleva bene, tant'era buono, con quel suo faccione che
pareva scoppiare, grasso fin sulla nuca.
«Povera principessa!... Che gran
disgrazia!»
Egli lodava la morta e rammentava
i tempi del noviziato di Padre Lodovico, quando, conducendo a casa il ragazzo in
permesso, le portava regalucci di frutta che la buona signora degnavasi di
accettare.
«Alla mano con tutti!...
Affezionata con tutti!... Povero Padre Lodovico! Deve aver pianto!»
Le donne esclamarono:
«Figuriamoci! Un santo come
lui!...»
E fra' Carmelo:
«Un vero santo! Non c'è monaci
che gli possano stare a paragone. Non per nulla l'han fatto Priore a
trent'anni!»
«Suo zio don Blasco non gli
somiglia?...» disse improvvisamente il cocchiere maggiore, con una strizzatina
d'occhi.
«È un'altra cosa. Tutti gli
uomini possono esser formati a un modo?... Ma bravo anche lui!... Signore anche
lui!...»
E giusto il discorso era a quel
punto, quando un lontano rumore di carrozza con le sonagliere fece tacer tutti.
Giuseppe, guardando dallo sportello, spalancò il portone: il carrozzino della
mattina entrò a rotta di collo e ne scesero il principe e il signor Marco che
teneva una valigia in mano, mentre tutti si scoprivano e dalla loggia del piano
nobile affacciavasi don Blasco.
Il ritorno del capo della
famiglia, nella Sala Gialla, produsse una nuova commozione: sospiri,
singhiozzi, mute strette di mano. Il principe era sempre pallido e parlava a
stento, con gesti larghi di sconforto:
«Troppo tardi!... Più nulla da
fare!... Fino a iersera stava benissimo, mangiò anzi con appetito due uova e
bevve una tazza di latte... All'alba di stamani, improvvisamente, chiamò e...»
e tacque, quasi non potendo proseguire.
Il signor Marco, deposta la
valigia, confermava:
«Impossibile prevedere questa
catastrofe... Nel primo momento, speravo fosse soltanto una sincope... ma
purtroppo la triste verità...» Chiara e la cugina piangevano; il Priore
deplorava specialmente che nessun sacerdote l'avesse assistita negli ultimi istanti;
ma il signor Marco assicurò che ella erasi confessata due giorni innanzi, che
il Vicario Ragusa era arrivato in tempo a darle l'assoluzione; mentre il
principe da canto suo riferiva:
«Abbiamo improvvisato una
cappella ardente... tutti i fiori della villa... ne hanno mandati da ogni
parte...»
«E Ferdinando?» domandò Chiara
«Non è venuto?... Ah!» Egli si
battè a un tratto la fronte. «Dovevo passar io ad avvertirlo!... Me ne sono
scordato!... Baldassarre!... Baldassarre!...»
Ma, sul più bello, don Blasco, il
quale aveva tenuto d'occhio la valigia quasi ci fosse dentro roba di
contrabbando, lo tirò per la manica, domandando: «E il testamento?»
Il principe, con un altro tono di
voce, non più dolente, ma premuroso, pieno di scrupoli:
«Il signor Marco qui presente»
rispose, «m'ha comunicato che le ultime volontà di nostra madre sono depositate
presso il notaio Rubino. Noi aspetteremo, se credete, l'arrivo di Raimondo e
dello zio duca... Frattanto, abbiamo suggellato tutto quel che s'è trovato, per
renderne stretto conto, a suo tempo, a chi di ragione... Il signor Marco
possiede però un documento che riguarda i funerali... Credo che di questo si
debba dar subito lettura...»
E il signor Marco, tratto di
tasca un foglio, lesse in mezzo a un profondo silenzio:
«In questo giorno, 19 maggio
1855, trovandomi sana di mente e non di corpo, io sottoscritta, Teresa Uzeda
principessa di Francalanza, raccomando l'anima a Dio e dispongo quanto
appresso. Il giorno che piacerà al Signore chiamarmi con sé, ordino che il mio
corpo sia affidato ai Reverendi Padri Cappuccini affinché sia da essi
imbalsamato e nella necropoli del loro cenobio custodito. Voglio che il
funerale sia celebrato, con quel decoro che compete alla famiglia, nella chiesa
dei detti Padri in segno della mia devozione alla Beata Ximena, nostra gloriosa
parente, la cui salma nella loro chiesa si venera. Durante il funerale e dopo
che il mio corpo sarà imbalsamato, voglio, ordino e comando che esso sia
vestito della tonaca delle Religiose di San Placido, e che alla cintura mi sia
messa la corona del Santissimo Rosario donatami dalla mia diletta figlia Suor
Maria Crocifissa il giorno della sua monacazione, e che sul petto mi sia posto
il crocifisso d'avorio, memoria del mio amato consorte principe Consalvo di
Francalanza. In segno di particolare penitenza ed umiltà, espressamente impongo
che il mio capo sia appoggiato sopra una semplice e nuda tegola: così voglio e
non altrimenti. Per la necropoli dei Cappuccini ordino che si costruisca una
cassa a cristalli, dentro alla quale sarà posto il mio corpo nel modo di cui
sopra; essa avrà una serratura con tre chiavi delle quali una rimarrà a mio
figlio Raimondo conte di Lumera, la seconda, in segno di speciale benevolenza
pei servigi prestatimi, al signor Marco Roscitano, mio procuratore e
amministratore generale, e la terza al reverendo Padre Guardiano di esso
cenobio dei Cappuccini. Nel caso però che il detto signor Roscitano dovesse
lasciare l'amministrazione della mia casa, ordino che la chiave passi all'altro
mio figlio Lodovico, Priore nel monastero di San Nicola dell'Arena. Questa è la
mia volontà e non altra.
Teresa Uzeda»
Il signor Marco, che s'era
rispettosamente inchinato al passaggio relativo alla sua persona, abbassò il
foglio; il principe disse guardando in giro gli astanti:
«Le volontà di nostra madre sono
leggi per noi. Sarà fatto secondo ha prescritto.»
«In tutto e per tutto...»
confermò il Priore, chinando il capo.
Don Blasco, che soffiava come un
mantice, non aspettò neppure che l'adunanza si sciogliesse. Afferrato il
marchese per un bottone del soprabito, esclamò:
«Sempre pulcinellate?... Fin
all'ultimo?... Per far ridere la gente?...»
E il signor Marco era appena
salito al primo piano, nelle stanze dell'amministrazione contigue al suo
quartierino, per dare ai dipendenti gli ordini opportuni, che le persone venute
a cercarlo si presentarono a lui. Il ceraiolo di San Francesco veniva a offrire
cera di prima qualità, lavorata all'uso di Venezia, a sei tarì; il maestro
Mascione portava una lettera dell'avvocato Spedalotti, il quale pregava il
signor Marco di far eseguire la messa di requiem del giovane compositore;
Brusa, il pittore, sollecitava l'appalto della decorazione pel funerale solenne
della principessa...
«Come sapete che ci sarà un
funerale solenne?»
«Per una signora come la
principessa!»
«Ripassate domani...»
E Baldassarre chiamava:
«Signor Marco! Signor Marco!...
Il principe!...»
Ma nuovi postulanti
sopravvenivano. Nessuno l'aveva ancor detto, ma si sapeva che la principessa di
Francalanza non poteva andare all'altro mondo senza una gran cerimonia, senza
un gran scialacquo di quattrini, e ognuno sperava di guadagnarne. Raciti, il
primo violino del Comunale, voleva offrire la messa funebre di suo figlio;
saputo che Mascione aveva ottenuto una lettera di Spedalotti, era corso a
sollecitare la raccomandazione più valevole del barone Vita; Santo Ferro, che
aveva la manutenzione del giardino pubblico, sperava gli commettessero la
camera ardente, e poiché Baldassarre, dal cortile, tornava a chiamare:
«Signor Marco! Signor Marco!...
Il principe!...» il signor Marco si sbarazzò bruscamente dei postulanti:
«Ma andate al diavolo!... Ho
altro da fare, adesso!»
Un formicaio, la chiesa dei
Cappuccini nella mattina del sabato, che neppure il Giovedì Santo tanta gente traeva
a visitarvi il Sepolcro. Tutta la notte era venuto dalla chiesa un frastuono di
martelli, d'asce e di seghe, e le finestre erano state abbrunate fin dal giorno
precedente. A buon'ora, dinanzi alla folla curiosa che gremiva la terrazza e le
scalinate, avevano inchiodato sulla porta maggiore il drappellone di velluto
nero con frange d'argento, sul quale leggevasi a caratteri d'oro:
PER L'ANIMA
DI
DONNA TERESA UZEDA E RISÀ
PRINCIPESSA DI FRANCALANZA
ESEQUIE
Verso sedici ore, don Carlo
Canalà, col naso in aria, sotto la porta spiegava al principe di Roccasciano,
tra le gomitate di quelli che entravano continuamente:
«Veda: all'esterno non giudicai
conveniente... dilungarmi del soverchio.. Massima semplicità: per l'anima...
esequie... Penso che nella sua concisione... per avventura...»
Ma gli urti, le pestate di piedi,
le esclamazioni dei curiosi non gli consentivano di filare il discorso; la
gente sbucava a torrenti da tutte le parti, sospingevasi in chiesa, calpestava
i mendicanti venuti a mettersi accosto alle porte ed ai cancelli per far
baiocchi.
«Sol esso il nome... onde i
concetti, per avventura...»
Alla fine, don Cono si decise
anch'egli ad entrare; ma, separato dal compagno, fu travolto, come un chicco di
caffè nel macinino, dal turbine umano che per il troppo angusto passaggio
s'ingolfava nella chiesa.
Essa era buia, pei veli delle
finestre, pei manti neri che rivestivano le pareti e pendevano dalle arcate
delle cappelle e si stendevano lungo il cornicione. Sopra una piattaforma alta
sei o sette gradini dal pavimento e girata da una triplice fila di ceri,
sorgeva il catafalco: una piramide tronca le cui quattro facce, tappezzate
d'ellera e di mortella, portavano nel mezzo, disegnati a fiori freschi, quattro
grandi scudi della casa di Francalanza. Al sommo della piramide, due angeli
d'argento inginocchiati da una sola gamba aspettavano di reggere il feretro. Ad
ogni angolo inferiore del catafalco, su tripodi d'argento, erano confitte
quattro torce grosse quanto le stanghe, con uno scudo di cartone legato a
mezz'asta; sei valletti con le livree del secolo XVIII, rosse, nere e dorate,
impalati come statue, con le facce rase di fresco, reggevano ciascuno una delle
antiche bandiere d'alleanza; dopo i valletti dodici prefiche, vestite di neri
manti, coi capelli scarmigliati, stavano tutt'intorno al catafalco coi
fazzoletti in mano, per asciugarsi le lacrime. Ma bisognava lavorar di gomiti,
camminare sui piedi dei vicini, lasciarsi ammaccare le costole e pestare i calli
e sudare una camicia prima d'arrivare a quell'apparato, intorno al quale una
folla d'operai, di servi, di donnicciuole stava estatica ad ammirare, in attesa
del corteo, il finto marmo della piattaforma, le urne di cartone scaglionate
sui gradini, le lacrime di carta argentata gocciolanti dai veli neri: «Una
galanteria!... Una cosa mai vista!... Per questo sono signoroni!... Lasciate
fare a loro!... E dodici piangenti!... Neanche pel funerale del papa!...
Ma il cadavere è già posto al colatoio per l'imbalsamazione.» E Vito Rosa, il
barbiere del principe, spiegava: «Appena sceso dal Belvedere fu portato a
palazzo e gli fecero girare gli appartamenti per l'ultima volta, come usano...
Il cataletto era portato a spalla, senza stanghe... e tutta la parentela
dietro, la servitù con le torce accese, come una processione!...» Le comari
esclamavano: «E una tegola sotto il capo!... Che gli mancavano forse cuscini di
velluto?... Anzi, questo è per maggior penitenza, con la tonaca di San Placido:
non capite?»
Ma la gente incalzava alle spalle
e i discorsi s'interrompevano, i primi arrivati dovevano cedere il posto, se ne
andavano sotto il palco dell'orchestra, eretto a ridosso dell'organo, con
quattro ordini di panche e i manichi dei contrabbassi che spuntavano dal più
alto, ma ancora vuoto; o giravano dalla parte opposta, verso la cappella della
Beata Uzeda, tutta splendente di lampade votive; e si fermavano, una volta fuor
della ressa, a guardare l'altare scavato dove si vedeva, attraverso un vetro,
la cassa antica rivestita di cuoio, che racchiudeva il corpo della santa donna;
poi tentavano tornare verso il centro della chiesa per leggere le iscrizioni
attaccate agli altri altari; ma la folla era adesso compatta come un muro. Don
Cono Canalà, data un'occhiata all'apparato, aveva tentato tre o quattro volte,
per conto suo, d'avvicinarsi a qualcuno degli epitaffi, ma non era riuscito a
spingersi tanto innanzi da leggerli; e col capo rovesciato, il cappello
ammaccato dai continui urtoni, i piedi pestati, la camicia in sudore,
tangheggiava come una barca in mezzo alla tempesta. Con belle maniere, dicendo:
«Di grazia!... La prego!... Mi scusi!...» arrivò finalmente a tiro della prima
tabella, dove leggevasi:
SOTTO MULIEBRI SPOGLIE
CUORE GAGLIARDO PIETOSO
ANIMO ELETTO MUNIFICO
SPIRITO SVEGLIATO FECONDO
ONNINAMENTE DEGNA
DELLA MAGNANIMA STIRPE
CHE LA FE' SUA
«Onninamente?....» disse il
barone Carcaretta che si trovava a fianco di don Cono. «Che cosa significa?»
«Importa interamente, o
vogliam dire del tutto... Onninamente degna della stirpe... Come le
piace questo concetto?...»
«Eh, va bene; ma non capisco
perché si divertano a pescar le parole difficili!»
«Veda...» spiegò allora don Cono,
insinuante: «lo stile epigrafico tiene al sommo grado del nobile e del
sostenuto... Io non potevo adoprare...»
«Ah, l'avete scritta voi?»
«Sissignore... ma non solo,
veramente: di unita col cavaliere don Eugenio... Io ho curato sovra tutto la
forma... Bramerei vedere le altre: temo non abbian preso un qualche abbaglio,
in copiando...»
Ma la chiesa era talmente gremita
che potevano appena fare due passi ogni quarto d'ora; e tutt'intorno la gente
che non riusciva ad andare né avanti né indietro né a veder altro fuorché la
cima della piramide, ingannava l'impazienza dell'attesa chiacchierando, dicendo
vita, morte e miracoli della principessa: «Adesso i suoi figli potranno
respirare! Li ha tenuti in un pugno di ferro...» «I suoi figli: quali?...»
«Costrinse don Lodovico, il secondogenito, a farsi monaco mentre gli toccava il
titolo di duca; la primogenita fu chiusa alla badìa!... Se campava ancora ci
avrebbe messo anche l'altra!... Maritò Chiara perché questa non voleva
maritarsi!... Tutto per amor d'un solo, del contino Raimondo...» «Ma il
padre?...» «Il padre, ai suoi tempi, non contava più del due di briscola; la
principessa teneva in un pugno lui e il suocero!...»
Però tutti riconoscevano che, se
non fosse stata lei, a quell'ora non avrebbero avuto più niente. Ignorante, sì;
ma accorta, calcolatrice!
«È vero che non sapeva leggere né
scrivere?»
«Sapeva leggere soltanto nel
libro delle devozioni e in quello dei conti!»
Frattanto don Cono avvicinavasi,
a passo di formica, alla seconda iscrizione:
ORBATA
DEL TUO FIDO CONSORTE
NEL MORTALE VIAGGIO
VECE FACESTI
AL TUOI FIGLI
DEL PADRE LORO.
Prima ancora di scorgere i
caratteri, don Cono che la sapeva a memoria, recitò l'epigrafe al barone,
fermandosi un poco a ciascuna parola, più a lungo ad ogni capoverso, gestendo
con la mano come se spruzzasse acqua benedetta, per sottolineare i passaggi
salienti:
«Ignoro se approvate questo
concetto: orbata... vece facesti...»
Ma nuove ondate della folla lo
divisero la seconda volta dal compagno. Veniva ora dalla terrazza e dalle
scalinate un vasto sussurro, perché i rintocchi del mortorio annunziavano
finalmente la partenza del corteo dal palazzo.
Intorno alla casa Francalanza
c'era sempre una fiera, per le tante carrozze aspettanti, pel tanto popolo
fremente d'impazienza. Dal portone socchiuso vedevasi un'altra folla ragunata
nei due cortili, uno sciame di servi con le livree nere che andavano e
venivano, il maestro di casa senza cappello che s'affannava a dar ordini, la
carrozza di gala a quattro cavalli che sarebbe servita da carro funebre. Quando
finalmente le due pesanti imposte girarono sui cardini, tutte le teste si
voltarono, tutte le persone s'alzarono sulle punte dei piedi. Veniva innanzi la
fila dei frati Cappuccini con la croce, poi la carrozza funebre, dentro alla
quale si vedeva il feretro di velluto rosso, fiancheggiata da tutta la servitù
con le torce in mano; poi l'Ospizio Uzeda dei vecchi indigenti, tutti a testa
nuda; poi le ragazze dell'Orfanotrofio coi veli azzurri pendenti fino a terra;
poi tutte le carrozze di famiglia: altri due tiri a quattro, cinque tiri a due,
e poi ancora un altro gruppo di gente: una quarantina d'uomini, la più parte
barbuti, con le giubbe di velluto nero, anch'essi coi ceri in mano.
«Chi sono?... Di dove
spuntano?...»
Erano i zolfai delle miniere
dell'Oleastro chiamati apposta da Caltanissetta per l'accompagnamento della
padrona: quest'ultimo accessorio finiva di sbalordire tutti quanti: ancora non
s'era vista una cosa simile!... Ma gli equipaggi che s'avanzavano da ogni parte
per mettersi in fila sbaragliavano la calca: tiri a quattro che venivano a
prendere i primi posti, tiri a due che rinculavano scalpitando tra un fitto
schioccar di fruste; e i curiosi, a rischio di lasciarsi pestare sotto i piedi
delle bestie, li venivano riconoscendo dagli stemmi degli sportelli e anche dai
cocchieri:
«Il duca Radalì... il principe di
Roccasciano... il barone Grazzeri... i Cùrcuma... i Costante... non manca
nessuno!...»
Di repente tutti si volsero a un
lontano vocìo:
«Che è?... Che cos'è stato?... La
carrozza di Trigona!... Il cocchiere non vuole andare in coda, gli altri non
cedono il posto... Ha ragione!... Questi sono soprusi!...»
Il cocchiere del marchese
Trigona, appunto, quantunque guidasse un trespolo tirato da due ronzinanti, non
voleva mettersi in coda dove c'erano le carrozze dei non nobili più belle della
sua. E Baldassarre, tutto in sudore per la fatica sostenuta nell'ordinare il
corteo, nel far rispettare le precedenze, s'avanzava per dar ragione al
cocchiere, aprendosi a stento il varco tra la folla, allungando ceffoni ai
monelli che gli si mettevano fra i piedi, ingiungendo: «Largo!... largo!...»
mentre una buona metà
dell'accompagnamento s'era avviata.
Il mortorio sonato da tutte le
chiese della città chiamava gente da ogni parte sul suo passaggio; ma
specialmente il campanone della cattedrale sospingeva a frotte i curiosi.
Sonava a morto solo pei nobili e i dottori, e il suo nton nton
grave e solenne costava quattr'onze di moneta; talché la gente, udendo la gran
voce di bronzo, diceva: «Se n'è andato qualche pezzo grosso!»
E ancora buon numero di carrozze,
dopo quella di Trigona, aspettavano d'incamminarsi, che già la testa del corteo
fermavasi ai Cappuccini.
Impossibile portare in chiesa la
bara dalle scale. Non già che pesasse molto, ché anzi era vuota; ma la ressa,
sulle scale, cresceva, nessuno poteva andare né avanti né indietro, solo il
cannone avrebbe potuto far luogo. Bisognò girare la situazione, aprire un varco
fra la turma che gremiva la salita del Santo Carcere e di San Domenico e
portare il feretro dal convento e dalla sacrestia: trascorse quasi un'ora prima
che fosse posto sul catafalco.
I sonatori avevano già preso
posto sul palco e sfoderato i loro strumenti, i frati accendevano con le canne
lunghe i ceri dell'altar maggiore. E i curiosi stipati nella chiesa, continuando
a parlar della morta, si rivolgevano insistentemente una domanda e si
proponevano una quistione: «Chi sarà l'erede?..» Nobili e plebei, ricchi e
poveri, tutti volevano sapere che direbbe il testamento, come se la morta
avesse potuto lasciar qualcosa a tutti i suoi concittadini. Aspettavano, al
palazzo, l'arrivo del contino da Firenze e del duca da Palermo per leggere le
ultime volontà della principessa; e le opinioni, nel pubblico, erano
diametralmente opposte: alcuni sostenevano che tutto sarebbe andato al contino;
ma, quantunque la defunta odiasse il primogenito, era proprio possibile che lo
diseredasse? «Nossignore: tutto andrà al primogenito: è vero che non lo poteva
soffrire, ma è il capo della casa, l'erede del principato!...»
Un nuovo pigia pigia troncò di
botto ogni discorso, infittì la folla in fondo alla chiesa: entravano le
orfanelle del Sacro Cuore con le vesti verdi e gli scialletti bianchi;
Baldassarre, tutto vestito di nero, le dirigeva verso l'altar maggiore,
ingiungendo:
«Largo, largo, signori miei!...»
Un bambino, mezzo soffocato tra
la calca, si mise a strillare; un mendicante, riuscito ad entrare, inciampò
contro un gradino d'altare e cadde per terra.
BENEFICENTE
COI DERELITTI
L'OBOLO DELLA CARITÀ
TI FIA RESO
CENTUPLICATO
CON L'ESPIATORIE PRECI
Don Cono declamava, a bassa voce,
l'altra iscrizione al canonico Sortini che aveva pescato tra la folla:
«Conciliar l'invenzione del
concetto con la venustà della forma: difficoltà precipua dello stile
epigrafico... L'obolo... centuplicato... non so se mi appongo...»
Adesso l'altar maggiore era tutto
una fiamma, dai tanti ceri; il movimento dei frati e dei sagrestani cresceva;
sul palco della musica accordavano gli strumenti, un clarino sospirava, gli
archetti stridevano, un contrabbasso borbottava; e Baldassarre, aiutato dai
camerieri di tutta la parentela, vestiti di nero anch'essi, faceva disporre due
file di sedie pei vecchi e le orfanelle: le sedie, tenute alte sulla folla,
parevano navigare sul mar delle teste, e poiché sempre nuova gente entrava a
furia, la ressa era terribile. I fiati, l'odor di moccolaia, il caldo della
giornata facevano della piccola chiesa una bolgia; alcune donne erano già
svenute, in due o tre punti si litigava fra chi voleva spingersi avanti e chi
non voleva tirarsi indietro; ma nessuno si decideva ad andarsene; e negli
angoli, lungo i muri, avanti agli altari, i curiosi, gli scioperati rifacevano
la storia della morta e della famiglia, ne commentavano le stravaganze:
«La cassa con tre chiavi!... Sarà
tanto più difficile tornare a questo mondo!... E la tonaca e il rosario!...
Tanta penitenza con un funerale da regina!»
A voce più bassa le male lingue
aggiungevano:
«Dopo l'allegra vita!...»
Accanto alla pila dell'acqua
santa, in mezzo a un crocchio di nobilastri invidiosi e a corto di quattrini,
don Casimiro Scaglisi annunziava:
«E il principe? Non sapete che ha
fatto il principe? Quand'ebbe la notizia della morte della madre, scappò al
Belvedere senza far chiudere il portone, per avere il tempo d'arrivar solo alla
villa, e senza avvertir Ferdinando alla Pietra dell'Ovo...»
Alcuni protestarono: don Casimiro
confermò:
«Se ve lo dico io!... Per aver
tempo di maneggiarsi, di far sparire carte e denari!»
Tutt'intorno scrollavano il capo:
don Casimiro parlava così per astio, giacché fin a tre giorni addietro era
stato lavapiatti di casa Francalanza, ma fin da quando la principessa era
andata in campagna, il principe non l'aveva più ricevuto, credendolo iettatore.
«Del resto, scusate,» gli
facevano osservare, «che bisogno aveva mai il principe d'allontanare
Ferdinando?»
«Sissignori, fa la vita del
Robinson Crusoe alla Pietra dell'Ovo, non s'occupa d'affari e in famiglia lo
chiamano il Babbeo, col soprannome messogli da sua madre. Ma che vuol dire?
Babbeo o no, il principe non voleva nessuno dei suoi tra i piedi!... Vi dico
che lo so di sicuro!»
Un altro osservò:
«Non parlate male di Ferdinando;
con le sue manìe non fa male a nessuno; è il migliore di tutta la casata.»
«Tanto che non parrebbe dello
stesso seme...» rispose don Casimiro.
«Sst, sst! Siamo in chiesa,»
gl'ingiunsero.
«Passa don Cono.»
Don Cono adesso traversava la
chiesa per leggere l'iscrizione posta sulla pila dell'acqua benedetta; come fu
giunto vicino al crocchio, lo fermarono:
«Don Cono!... Don Cono!... Voi
che avete la vista lunga; come dice lassù?»
E don Cono compitò:
IN QUESTO TEMPIO
OVE IL FRALE SI ACCOGLIE
DELLA BEATA UZEDA
CORROBORATE
FIENO LE PRECI
DALL'INTERCESSORA PARENTE
«Bellissimo! Bravo!... Bene l'intercessora...»
esclamarono in coro; ma un «sst» prolungato passò di repente di bocca in bocca:
il maestro Mascione, appollaiato in cima al palco dell'orchestra, aveva
picchiato tre colpi sul leggìo; e le conversazioni morirono, tutte le teste si
volsero verso i sonatori.
In mezzo all'attenzione generale
don Casimiro urtò a un tratto col gomito i vicini, esclamando piano:
«Guardate! Guardate!»
Entrava in quel punto, protetto
contro la folla dal servitore, il vecchio don Alessandro Tagliavia: nonostante
l'età, reggeva ancora diritta l'alta persona e dominava la folla con la bella
testa bianca e rosea, dagli occhi chiari com'acqua marina e dai baffi bionditi
dal tabacco. Non potendo avanzare, guardava da lontano il catafalco, il palco
della musica, le tabelle degli epitaffi; e intanto, nel silenzio fattosi come
per incanto, l'orchestra intonava il preludio: un lungo gemito, suoni rotti in
cadenza come da brevi singulti si diffondevano per la chiesa, e le piangenti
riprendevano a lacrimare, mentre i monaci, dinanzi all'altare, cominciavano le
genuflessioni. Molti capi si chinarono, al sordo vocìo sottentrò un
raccoglimento profondo.
«Guardate!...» ripeté don
Casimiro, nel gruppo accanto alla pila. «È venuto a dirle l'ultimo addio!»
Tutti avevano gli occhi fissi sul
vecchio: il lavapiatti a spasso continuò, interrompendosi quando l'orchestra
taceva:
«Ed io che me lo rammento
piangere come un bambino... come un disperato... quando la morta lo lasciò per
Felice Cùrcuma... dopo quello che c'era stato fra loro!...Adesso lei è a
marcire al colatoio... Lui camperà vent'anni ancora: una salute di ferro...» A
voce più bassa, mentre le trombe tratto tratto squillavano e le voci cantavano Requiem
aeternam dona eis, aggiunse: «Ed ha la sua brava ragazza, in una villetta
al Borgo... Tutte le sere le passa con lei!...»
Il vecchio tentava ancora di
avvicinarsi ad una iscrizione; ma poiché, principiata la messa, nessuno più si
moveva, tornò indietro. Giunto sulla porta della chiesa, colpendogli l'aria
fresca la fronte, si calcò il cappello sulla testa che non era ancor fuori.
«Sic transit gloria mundi!...»
Però, passato il primo effetto
della musica, le conversazioni andavano qua e là riappiccandosi; e Raciti, il
primo violino del Comunale, borbottava in mezzo agli sconosciuti:
«Bell'apparato, non c'è che dire; bella funzione!... La quistione è di sapere
chi pagherà!»
Era furente, dopo che il signor
Marco aveva preferito la messa di Mascione a quella di suo figlio; ma si
consolava sparlando della casata: non c'era l'eguale per la stitichezza nel
pagare; e Titta Caruso, il bollettinaio del teatro, ne sapeva qualcosa,
costretto com'era ogni anno a far cento volte le scale del palazzo prima di
vedersi pagato l'appalto del palchetto: oggi non c'era il principe, domani non
c'era la principessa, un'altra volta mancava il signor Marco, poi erano tutti
in campagna...
«Mio figlio Salvatore non voleva
offrir loro la sua messa? Meglio sonarla gratis per le anime del Purgatorio;
almeno se ne guadagna altrettanta salute all'anima!»
E voltò le spalle, furioso, per
andarsene, mentre intonavano il Tuba mirum rubato al Palestrina!... Come
lui, erano venuti in chiesa quanti eran corsi nei primi momenti al palazzo per
offrire i loro servigi; ma i rimasti a mani vuote tiravano adesso in ballo le
storie d'avarizia e d'intima spilorceria di quella famiglia il cui lusso era
solo apparente: la principessa, una volta, non aveva fatto citare dinanzi al
giudice il suo calzolaio perché le restituisse il prezzo di un paio di scarpe
non riuscite di suo gradimento? E in cucina, il cuoco non aveva l'ordine di
scolar l'olio rimasto nella padella dopo la frittura per riconsegnarlo alla
padrona?
«Più sono ricchi, cotesti porci,
più sono spilorci!...»
Un «zitti!» imperioso troncò le
chiacchiere: l'orchestra intonava il Che dirò io misero? e la gente che
stava attenta alla musica non voleva esser disturbata. Ma dopo un momento le
conversazioni si riannodarono. In certi crocchi di liberali, vantavano il
patriottismo del duca Gaspare, sottovoce, però, e guardandosi intorno per paura
che qualche spia non udisse.
«Un colpo al cerchio e un altro
alla botte!» esclamava don Casimiro accanto alla pila. «In questa casa chi fa
il rivoluzionario e chi il borbonico; così sono certi di trovarsi bene,
qualunque cosa avvenga! La ragazza Lucrezia non fa la liberale per amore di quello
sciocco di Benedetto Giulente?...»
Il barone Carcaretta, unitosi ai
maldicenti, protestò:
«Non daranno mai un'Uzeda a un
Giulente!»
E don Casimiro:
«Per questo io dico che il
Giulente è uno sciocco...»
«Silenzio, eccoli lì.»
Il giovanotto infatti entrava in
quel momento insieme con suo zio don Lorenzo, il celebre liberale lavapiatti
del duca.
«E così?» domandò don Casimiro,
«quando la farete questa rivoluzione?»
«Non lo diremmo a voi, in ogni
caso», rispose Benedetto sorridendo. Allora l'altro si rivolse allo zio:
«E il vostro amico, il duca? Gli
muore la cognata, i suoi nipoti l'aspettano, e non parte subito? Che sta
macchinando?»
«A voi che importa?»
«A me? Un fico secco! Io non
faccio il lavapiatti a nessuno!»
«I lavapiatti» rispose don
Lorenzo, «dovete sapere che io li ho tenuti sempre in cucina...»
«Silenzio!... Siamo in chiesa.»
La preghiera ieratica diceva
giustamente: «Serbami un posto nel gregge.» Ma don Casimiro non voleva
riconoscere che il dispiacere di non goder più dell'intimità degli Uzeda lo
animava contro di loro.
«Bestioni!» esclamò, quando i due
Giulente si allontanarono. «Mi diranno poi come finirà loro, con quei
birbanti!»
Il principe di Roccasciano, che
aveva girato per la chiesa sballottato dalla folla, fu sospinto in mezzo al
gruppo; tutta la sua persona, così piccola e magra che pareva fatta in
economia, esprimeva uno straordinario stupore:
«Signori miei, che funerale! che
spesa!... Ci saranno per lo meno cent'onze di cera! E l'apparato! La messa
cantata! Io vi so dire che per la felice memoria di mio padre spesi sessantotto
onze e tredici tarì, e che feci? Niente!... Qui vi dico che si sono spese
cent'onze di sole torce...»
«Sst... il Lux aeterna.»
Ad ogni passaggio della messa
operavasi un rimescolamento nella folla: alcuni tentavano uscire, la più parte
mutavan di posto, giravano intorno al catafalco, andavano a leggere le
iscrizioni. Restava a don Cono da verificar l'ultima; don Casimiro gli si pose
alle costole, seguito da parecchi della comitiva.
AHI DURA MORTE
IL PIANTO
D'UNA ILLUSTRE PROSAPIA
D'UN POPOLO INTERO
A DISARMARE IL TUO BRACCIO
NON VALSE
«Benissimo!» fece don Casimiro.
«La prosapia è illustre: discende difilato dall'anche d'Anchise. Il popolo
piange: non vedete le lacrime?» e mostrava quelle d'argento che frangiavano
l'addobbo funebre. «Piangono anche le ragazze dell'Orfanotrofio... pensando che
andranno a finir cameriere dell'illustre principe...»
«Parmi sconvenga...» obiettò don
Cono.
«E v'accerto io che sono tutti
disperati per bene che si vogliono in casa. Poh! Non possono stare un giorno
senza abbracciarsi e baciarsi...»
«Parmi sconvenga...»
«Prudenza, signori miei... siamo
in chiesa!»
Giusto, la ripresa del Dies
irae assordava tutti; i frati erano scesi verso il catafalco, benedicendo;
la musica intonava il Libera me, riprendeva le frasi del principio,
implorava il Requiem. «È finito?... Se Dio vuole!» E un rimescolamento
generale: chi era rimasto lontano dal catafalco e dalle iscrizioni vi si
dirigeva; molti che non reggevansi più in piedi dalla stanchezza,
s'avvicinavano alle porte; ma lì la confusione e la ressa ricominciavano più
grandi; perché tutta la gente rimasta fuori, credendo che, finita la messa,
fosse agevole entrare, s'affollava tumultuosamente, cozzando contro quelli che
volevano uscire, travolgendo gli storpi, i ciechi e i mutilati che
arrischiavano nuovamente di tender la mano ai passanti. «Adagio!... I piedi!...
Che maniera!» e dominando quel vocìo veniva dalla piazza un incessante
scalpitar di cavalli: le carrozze del corteo funebre che sfilavano una dopo
l'altra andandosene.
Il principe di Roccasciano,
affacciato dalla terrazza, le veniva numerando:
«Sette tiri a quattro,
sessantatrè carrozze padronali, dodici di rimessa» disse, quando passò
l'ultima. E fece il conto: «A dodici tarì l'una, tolte quelle di famiglia, sono
trentaquattr'onze!...»
Allora l'onda degli spettatori
cominciò a disperdersi. I poveri rimasti accoccolati lungo i muri poterono
finalmente trascinarsi ai loro posti; ma oramai non passava più nessuno.
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