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Uno dei primissimi provvedimenti
del giovane sindaco, appena insediato al Municipio, era stato quello relativo
alla costruzione di un'«aula» per le riunioni consiliari. All'antica saletta fu
sostituito un gran salone provvisto di due file di banchi che, per gradi, si
elevavano dal suolo ad anfiteatro, con tre ordini di posti per ciascuna fila.
In fondo al salone una specie di alto e vasto pulpito comprendeva: a destra, in
basso, i posti della Giunta, in alto quello degli scrutinatori e la poltrona
destinata al prefetto; a sinistra, l'ufficio di segreteria; nel mezzo di tutta
la baracca, sopra un'alta predella, il seggiolone sindacale dorato e scolpito,
con un cuscino che l'usciere toglieva e chiudeva a chiave quando il principino
scioglieva l'adunanza e se ne andava. Nel centro del salone, un gran banco per
le commissioni; più oltre, tavole per «la stampa»; dirimpetto al pulpito
sindacale la tribuna pubblica. «Un Parlamento in miniatura!» dicevano quelli
che erano stati a Roma; e le adunanze del Consiglio, sotto la presidenza di
Consalvo, prendevano ora un vero carattere parlamentare. L'ordine del giorno,
che prima attaccavano manoscritto dietro un uscio, si distribuiva, stampato, a
tutti i consiglieri; un apposito regolamento, elaborato dal sindaco,
prescriveva le norme da seguire nelle discussioni pubbliche. Gli oratori non
potevano parlare più di tre volte sopra uno stesso soggetto; al segretario era
rigorosamente vietato d'interloquire, neppure per rispondere alle domande dei
consiglieri, e se qualcuno di costoro aveva da lagnarsi della sporcizia
stradale o dei cani senza guinzaglio, il principino gli gridava dal suo
seggiolone: «Presenti domanda d'analoga interpellanza.»
Prima cura della nuova
amministrazione furono i lavori pubblici. Il sindaco, in un discorso dove
rammentò la via Appia, «che da Roma conduceva all'Adriatico», dimostrò la
necessità di sistemare le strade; e la città fu messa sottosopra, somme considerevoli
furono spese per indennizzare i proprietari danneggiati; ma la vistosità dei
risultati fruttò considerevoli elogi al giovane amministratore.
Con le strade, l'amministrazione
di Mirabella, come tutti la chiamavano, provvide alla costruzione d'un grande
mercato, d'un grande teatro, d'un grande macello, d'una grande caserma, d'un
gran cimitero.
Nuovi edifizi sorgevano da per
tutto, il lavoro non cessava, la città trasformavasi, le lodi del principino
salivano al cielo. Qualcuno, timidamente, faceva osservare che tutte quelle
cose stavano benissimo; ma, e i quattrini? Ce n'erano abbastanza?... Consalvo
rispondeva che il bilancio d'una città in via di continuo progresso «presentava
tale elasticità» da permettere non che quelle, ma spese anche maggiori. La
popolarità essendo tutta sua, egli faceva degli assessori ciò che voleva; se
manifestavasi qualche velleità di contraddizione, la sedava suscitando gli uni
contro gli altri coloro che s'accordavano nell'opposizione; oppure, quando la
faccenda era più seria, minacciando di andarsene. Allora tutti si chetavano. E
di quel che riusciva bene egli aveva tutto il merito; di quel che non otteneva
l'approvazione del popolo rigettava la colpa sulle spalle della Giunta. Le
tornate consiliari erano diventate uno spettacolo a cui, grazie alla «tribuna»
pubblica, la gente accorreva come alla commedia o al giuoco dei bussolotti; i
soci del club, gli ex compagni di bagordi del principino salivano di tanto in
tanto lassù, con l'intenzione di canzonarlo; ma la serietà, il sussiego,
l'autorità di Consalvo s'imponevano talmente, che essi arrischiavano appena tra
loro qualche epigramma... Chi rammentava più la prima fase della sua vita? La
sua riuscita lo insuperbiva, la sua forza quasi lo stupiva; ma oramai non era sicuro
di poter arrivare dove avrebbe voluto? «Sarà deputato, lo manderemo a Roma
quando avrà gli anni; in lui c'è la stoffa d'un ministro!» cominciavano a dire
in città; ma se udiva queste cose, egli scrollava le spalle, con un sorriso
mezzo di compiacimento, mezzo di modestia, quasi a significare: «Grazie della
buona opinione che avete di me; ma ci vuol altro!»
Così egli si teneva bene con
tutti, raccoglieva lodi da ogni parte. Quelli che s'accorgevano del suo giuoco
e lo denunziavano, o non erano creduti, o erano sospettati d'invidia o di
malignità, o finalmente, se trovavano credito, sentivano rispondersi: «Fanno
tutti così, in questi tempi d'armeggio! Il principino ha questo di vantaggio,
che è ricco e non ha da ingrassarsi alle spalle nostre!» Ma gli oppositori più
vivaci non mancavano. Come trasformavasi materialmente, la città prendeva anche
moralmente un nuovo indirizzo. La popolarità del vecchio duca andava scemando
di giorno in giorno; il Circolo Nazionale, che aveva spadroneggiato, perdeva
sempre più credito. Le nuove società popolari non ne avevano ancora, ma le
riforme promesse dalla sinistra l'avrebbero loro conferito: frattanto, alla
discussione dei negozi pubblici partecipavano classi e persone dapprima
incapaci di comprenderne nulla. Anche la stampa era più ardita, se non più
libera, e trattava con pochi riguardi, gli antichi spadroneggiatori. Il
principino, fiutando il vento, sfoggiava coi democratici le sue linee di
democrazia. A udirlo, la libertà, l'eguaglianza scritte nelle leggi erano ancora
un mito: il popolo era stato cullato nell'opinione che le antiche barriere
fossero state infrante; ma i privilegi esistevano sempre ed erano soltanto
d'altra natura. Avevano largito il diritto del voto, e questo era parso una
rivoluzione; ma quanti godevano di cotesto diritto? Bisognava dunque farne
un'altra, «legale e morale», per estenderlo a tutti. La parola «rivoluzione»
gli scottava le labbra e gli faceva tremare il cuore; e il desiderio intimo,
sincero, ardente dell'animo suo era che vi fosse un numero di carabinieri
doppio di quello dei cittadini; ma poiché il vento soffiava da un'altra parte,
egli cercava la compagnia dei radicali più noti per dir loro: «La repubblica è
il regime ideale, il sogno sublime che un giorno sarà realtà, poiché essa suppone
uomini perfetti, virtù adamantine, e il costante progresso dell'umanità ci fa
antivedere il giorno del suo compimento.» E dichiarava: «Io sono monarchico per
la necessità di questo periodo transitorio. Milioni e milioni d'uomini liberi
possono volontariamente riconoscersi e vantarsi sudditi di un uomo come loro?
Io non ho nessun padrone!» E in questo era sincero, perché avrebbe voluto esser
egli stesso padrone degli altri.
Il duca e i suoi malvacei amici,
ostinandosi a giurar sulla destra, aspettando il ritorno di Sella e Minghetti
come quello di Nostro Signore, avevano creato un'Associazione Costituzionale,
di cui tuttavia l'onorevole deputato non aveva voluto esser capo. Anch'egli
adesso, in cuor suo, riconosceva che la strada non aveva uscita; ma oramai egli
stava per toccare la settantina, era stanco, non gli restava più nulla da fare.
In meno di venti anni aveva messo insieme una sostanza di parecchi milioni, le
cure della quale prendevano tutto il resto della sua attività. Deciso veramente
a ritirarsi dalla vita pubblica, aveva un'ultima ambizione: quella d'essere
nominato senatore; se, quindi, per finir bene dinanzi all'opinione pubblica,
non gli conveniva abbandonar bruscamente il partito al quale, dopo il
Settantasei, s'era legato ancora più stretto, non gli conveniva neppure muover
guerra troppo aperta a quella sinistra da cui aspettava la seggiola a Palazzo
Madama. Quindi aveva dato a Benedetto Giulente la presidenza della
Costituzionale, contentandosi del posto di semplice gregario. Frattanto, contro
questa società era sorta una Progressista, alla quale s'era fatto ascrivere
Consalvo. «Zio e nipote l'un contro l'altro armati? Il ragazzo che si ribella
al vecchio?» dicevano in piazza; ma le eterne male lingue insinuavano che la
cosa era fatta d'amore e d'accordo, che il duca era ben contento d'avere il
nipote nel campo contrario, come il principino si giovava del credito dello zio
tra i conservatori. Del resto, quantunque consocio dei progressisti, egli
dichiarava a questi ultimi che la sinistra non aveva ancora «un finanziere
della forza del Sella», né «oratori eleganti come Minghetti». Ma a quelli che
non nascondevano i disinganni prodotti dal regime costituzionale non aveva
nessuna difficoltà a dichiarare: «L'errore è stato di credere che potesse dare
buoni frutti. Il gregge ha sempre avuto bisogno d'un pastore con relativi
bastoni e cani di guardia...» Dava ragione perfino a quei pochi che
rimpiangevano l'autonomia della Sicilia: «Diciamolo francamente tra noi: forse
oggi staremmo meno peggio!» Non avrebbe fatto nessuna difficoltà a concedere
alla zia Ferdinanda che il governo borbonico era il solo amabile; ma poiché la
vecchia non poteva giovargli, lasciava ch'ella cantasse. Anzi, si giovava di
quell'opposizione, non che della rottura col padre. Siccome sapeva che molti,
udendo celebrare la sua fede democratica, ridevano d'incredulità, esclamando:
«Lui, il principino di Mirabella, il futuro principe di Francalanza, il
discendente dei Viceré? Andiamo!...» egli affermava: «Per questa fede, per questi
princìpi io sono venuto in urto con mio padre, ho rinunziato all'eredità di mia
zia, sosterrei ogni maggiore avversità!...» Nella Giunta, tra i conservatori
aristocratici e i radicali progressisti di tanto in tanto s'accendeva una lite;
allora egli esclamava: «Qui non bisogna parlar di politica!...» ma una volta
che la contesa divenne più vivace, lo tirarono in ballo. Rizzoni,
radicalissimo, esclamò:
«Ma domandatelo al principino, se
l'avvenire non è nostro, se anch'egli non è democratico!...»
«Mio nipote?» rispose Benedetto
Giulente. «L'aristocrazia incarnata?...»
Costretto a rispondere, egli
sorrise, si lisciò i baffi, e disse:
«L'ideale della democrazia è
aristocratico.»
«Come? Sentiamo!... Questa è
nuova!... Che diavolo...» esclamarono tutti.
Egli lasciò che dicessero: poi
ripeté:
«L'ideale della democrazia è
aristocratico... Che cosa vuole infatti la democrazia? Che tutti gli uomini
sieno eguali! Ma eguali in che cosa? Forse nella povertà e nella soggezione?
Eguali nelle dovizie, nella forza, nella potenza...» E poiché, dopo un momento
di stupore, le esclamazioni ricominciavano, egli troncò di botto la
discussione: «Adesso passiamo all'altro articolo: voto al governo per la
costituzione d'un bacino di carenaggio...»
Egli andava adesso qualche volta
da suo padre. Non sentiva più avversione contro di lui: lo zelo, la febbre con
la quale s'occupava della cosa pubblica, la tensione di tutte le sue energie al
conseguimento del nuovo scopo non lasciavano posto a nessun altro sentimento né
d'odio né d'amore. Quanto al principe, le visite del figliuolo gli mettevano i
brividi addosso, ed appena lo udiva annunziare dal nuovo maestro di casa —
poiché Baldassarre, cocciuto come un vero Uzeda, era proprio andato via —
ficcava la sinistra in tasca e non la traeva se non per spianarla, aperta col
segno delle corna, dietro al figliuolo, quando costui si decideva a sgomberare.
I loro discorsi s'aggiravano sopra cose indifferenti, come fra estranei; il
principe fingeva di non sapere che Consalvo fosse il primo magistrato civico;
ma insomma adesso stavano insieme da cristiani.
Teresa, ora duchessa Radalì,
vedeva in tal modo compensato il proprio sacrifizio. Eccettuati i primissimi
tempi, quando la memoria di Giovannino non era interamente morta nel suo cuore,
e più grande le era parsa la superiorità di lui sull'altro fratello, ella non
aveva del resto sofferto quanto aveva temuto. Il duca Michele non solo la
trattava bene e le lasciava ogni libertà; ma le dimostrava, a modo suo, un po'
alla grossa, un affetto vivo e sincero. La duchessa madre, anche lei, dalla
soddisfazione di vedere riusciti i propri disegni, le faceva gran festa e la
metteva perfino a parte del governo della casa. Il barone se n'era andato ad
Augusta, badava agli affari di campagna e scriveva due o tre volte il mese al
fratello od alla madre, chiudendo le sue lettere con un «saluto la cognata». La
tranquillità che regnava nella sua nuova casa, la pace che ristabilivasi
nell'antica, l'affezione del marito, i trionfi di Consalvo, le lodi che
raccoglieva ella stessa — poiché, tra le giovani signore, aveva occupato subito
il primo posto — facevano fiorire sulle sue labbra sorrisi a grado a grado più
schietti. Veramente, ella non sentiva più l'anima disposta a comporre musiche o
poesie, ma sedeva ancora spesso al pianoforte per esercitarsi, e nel farsi
bella spendeva forse maggiori cure di prima.
Adesso era libera di leggere i
libri che più le piacevano; e quando non aveva nulla da fare, divorava romanzi,
drammi e poesie. L'eccitazione di quelle letture non le impediva però di
attendere alle pratiche religiose con zelo e fervore: in casa Radalì venivano
lo stesso Monsignor Vescovo, lo stesso Vicario, gli stessi prelati che
frequentavano la casa del principe: essi additavano a tutti la duchessa nuora
come modello di domestiche e cristiane virtù.
Presto la gravidanza le fece
dimenticare del tutto i sogni del passato, e l'affezionò meglio alla realtà del
presente. Soffrì pochissimo durante la gestazione; il tempo volò rapido in
mezzo a tante cure ed a tanti pensieri. Il parto fu felicissimo: tutti
aspettavano un maschio e un maschio nacque, un bambino grosso e florido che
pareva d'un anno. «Poteva essere altrimenti?» dicevano tutti. «Per una figlia e
una sposa buona come lei, protetta da una Santa in cielo?...» I preparativi del
battesimo furono grandiosi: il duca volle il fratello come padrino. La duchessa
madre approvò; Teresa, riposando sul letto nuziale, dove restava più per una
beata indolenza che per necessità, disse che naturalmente la scelta non poteva
essere migliore. Giovannino tardò a rispondere, ma, sollecitato dal duca anche
a nome della madre e della moglie, arrivò la vigilia della cerimonia.
Pareva un altr'uomo: s'era fatto
più forte, il sole lo aveva abbronzato, la barba cresciuta gli dava un'aria più
maschia, simpatica quanto l'antica, ma in modo diverso. Strinse la mano alla
cognata, chiedendole premurosamente notizie della sua salute, e volle veder
subito il nipotino che giudicò un amore e baciò e ribaciò fino alla sazietà.
Ancora più calma e serena di lui, ella lo accolse come un amico che non si vede
da molto tempo. Dopo la cerimonia del battesimo, alla quale furono invitati
tutti i parenti stretti e larghi, tutte le conoscenze, mezza città, Giovannino
annunziò che ripartiva. Fecero a gara per trattenerlo, ma egli dichiarò che
c'era molto da fare in campagna, e andò via promettendo ad ogni modo di tornar
presto a rivedere il figlioccio.
Molti degli invitati al
battesimo, nuovi tra gli Uzeda, avevano chiesto chi fosse un vecchio magro e
sfiancato, il quale portava un abito nuovo fiammante e certe scarpe che non ne
potevano più, un cappello unto, e una mazza col pomo d'argento.
Era il cavaliere don Eugenio. La
stampa del Nuovo Araldo, ossivero Supplimento, gli aveva procurato un
altro momento di benessere. Aveva scialato, possedeva qualche soldo: ma lo
scandalo era enorme: egli aveva attribuito titoli di nobiltà e stemmi e corone
a quanti lo avevano pagato: speziali, calzolai, barbieri sfoggiavano dentro le
botteghe quadri dalle cornici dorate dove, sotto corone, elmi e variopinti
svolazzi, si vedevano scudi con leoni, aquile, serpenti, gatti, lepri, conigli,
ogni sorta di bestie passanti e volanti; e poi castelli, torri, colonne,
montagne; e poi astri di tutte le grandezze, lune d'argento, piene e falcate; soli
d'oro, stelle, comete; e tutti i colori dell'iride, tutti i metalli, tutti i
mantelli. Né scrupoli, né difficoltà lo avevano arrestato: a chi si chiamava
Panettiere aveva dato per arme un forno fiammante in campo d'oro, a chi portava
il nome di Rapicavoli un bel mazzo di verdura in campo d'argento. Così
l'impresa aveva fruttato di gran bei quattrini; ma, come l'altra volta, buona
parte s'era perduta per via. Egli aveva però riscattato l'edizione del primo Araldo
che il tipografo teneva sotto sequestro, e con mille copie dell'opera se n'era
tornato al suo paese per venderle e mangiarci su.
Faceva il conto senza il
principe. Sistemato l'affare della lite, questi s'era pentito dell'accordo, e
si lagnava d'essere stato defraudato, d'esser rimasto con un pugno di mosche,
mentre l'eredità di don Blasco doveva toccare tutta a lui. Il malumore,
l'inappetenza, la debolezza di cui aveva sofferto tornavano a tormentarlo:
sordamente irritato, incapace di confessarsi ammalato pel superstizioso timore
di accrescere con la confessione la malattia, se la prendeva con la figlia che
gli aveva imposto la transazione, dichiarava d'essere stato spogliato come in
un bosco. Appena visto tornare lo zio, e udito che aveva qualche soldo, andò a
chiedergli la restituzione del prestito. E siccome don Eugenio tirò in ballo la
rinunzia ai propri diritti, egli gridò:
«Che diritti e che storti? Sono
stato spogliato! Si sono preso tutto! Io v'ho dato i quattrini; restituiteli,
adesso che li avete.»
Vista la mala parata, don Eugenio
gli confidò:
«Non li ho! Ti giuro che non li
ho! Ho quattro soldi per tirare innanzi; se ti do duemila e cinquecento lire,
come mangio?»
«Datemi allora le copie,» rispose
pronto Giacomo.
«Ma sono il mio solo provento! Se
tu me le togli, dove vado a sbattere? Che t'importa di un po' di carta
sporca?... Tu che sei tanto ricco? Per me è il pane!... Le venderò a poco a
poco, avrò tanto da campucchiare...»
Inflessibile, il principe volle
presso di sé tutta l'edizione dell'Araldo sicolo e del Supplimento,
come garanzia del proprio credito.
Quantunque mezza Sicilia fosse
inondata di quella pubblicazione, pure riusciva spesso a don Eugenio di
collocarne qualche copia; e allora andava a prenderla dal principe promettendo
di portare i quattrini per poi dividerli con lui; ma i quattrini non venivano
mai, talché un bel giorno, stanco d'esser beffato, il nipote gli dichiarò:
«Mi pare che lo scherzo sia
durato a lungo; d'ora in poi, se vorrete altri esemplari, li pagherete
anticipatamente.»
Allora, finiti i soldi che aveva
portato da Palermo, gl'imbarazzi ricominciarono per l'ex Gentiluomo di Camera.
Come un fattorino di libraio, egli saliva e scendeva scale coi piedi gonfi
dalla gotta, trascinandosi penosamente, per offrire il suo Araldo, per
mostrarne un fascicolo di saggio, e quando arrivava a scovare un compratore
correva a supplicare il principe perché gli desse la copia, giurando e
spergiurando che sarebbe tornato subito coi quattrini; ma il principe, duro:
«Portateli prima!» Non sapendo dove dar il capo, il vecchio fermava i parenti e
le semplici conoscenze per farsi prestare le trenta lire; raggranellatele, le
portava al nipote, il quale solo dopo averle intascate rilasciava l'esemplare.
Ma, riscosso il prezzo dal compratore, don Eugenio dimenticava di soddisfare i
debiti contratti, talché l'operazione si rinnovava ogni volta con maggior
difficoltà. Del resto il cavaliere trovava da un certo tempo la piazza molto
più dura di prima: da gente a cui egli non aveva mai proposto l'Araldo
sentivasi rispondere: «Un'altra volta? L'ho già!» Dicevano così per mandarlo
via?... Un giorno, per sincerarsene, volle domandare a uno di costoro come
l'avesse: «Oh, bella! L'ho comprato! È venuta una persona di casa vostra: non
siete zio del principe?...»
Il vecchio si batté la fronte:
quel birbone di Giacomo!.. Non contento di avergli preso novemila lire di roba
in cambio delle duemila e cinquecento anticipate, non contento d'avergli reso
impossibile la vendita pretendendo l'anticipazione del prezzo, adesso vendeva
le copie per proprio conto! «Ah, ladro! Ah, ladro!...» Ma, composta la
fisionomia all'abituale bonarietà, corse al palazzo.
«Se anche tu hai venduto l'opera,
facciamo i conti!» disse al principe.
«Che conti?» rispose costui,
quasi cascando dalle nuvole.
«Hai venduto il libro! A
quest'ora il mio debito sarà estinto.»
«Ci vuol altro!... I conti li
faremo quando avrò tempo...»
Don Eugenio tornò, assiduamente;
ma il nipote un po' gli diceva che aveva da fare, un po' che gli doleva il
capo, un po' che stava per andar fuori. Lo zio non perdeva la pazienza; tornava
ogni giorno, a rammentargli la promessa; anzi una brutta mattina gli disse,
gettandosi sopra una seggiola:
«Senti, i conti li faremo quando
sarai comodo; ma oggi non ho niente in tasca e sono stanco. Prestami qualche
cosa.»
«Come? Volete il resto?» esclamò
il principe impallidendo. «Credete forse che siamo pari? Si sono vendute mezza
dozzina di copie in tutto! Avete il viso di chiedere altri denari?»
«Non ho come fare,» gli confidò
il cavaliere, con un viso da affamato, guardandolo bene negli occhi.
«E venite da me? Che pretendete?
Che vi dia da mangiar io? Perché avete sciupato ogni cosa? Perché non avete
pensato mai all'avvenire?»
«Io ho da mangiare, capisci?»
ripeté il cavaliere, con lo stesso tono di voce; e i suoi occhi parevano
volersi mangiare il nipote.
«Andate da vostro fratello, da
vostra sorella... che hanno l'obbligo d'aiutarvi... Perché venite da me?»
Ma, spaventato dall'espressione
del vecchio, gli voltò le spalle. Quando lo udì andar via, chiamò il portinaio
per ordinargli di non lasciarlo mai più salire.
E il provvedimento riscosse
l'unanime approvazione della servitù: veramente quel cavaliere non faceva onore
alla famiglia, non tanto per quel che si diceva sul conto di lui, quanto per la
condizione in cui era caduto. Il nuovo maestro di casa confessò: «Io mi
vergognavo ogni volta che lo dovevo annunziare al padrone...»
Tutti i tentativi del vecchio per
salire al palazzo furono vani: egli ebbe un bel dichiarare: «Mio nipote mi
aspetta, m'ha detto che sarebbe in casa,» oppure: «L'ho visto rientrare,»
oppure: «Eccolo lì, dietro quella finestra...» il portinaio, i cocchieri, i
famigli gli dicevano sul muso: «Vostra Eccellenza può andarsene, che perde il
suo tempo,» e gli davano dell'Eccellenza come in tempo di carnevale ai facchini
di piazza vestiti da barone. Egli tentò di salire per forza, ma allora lo
afferrarono e lo spinsero fuori: «Eccellenza, con le brusche?... Questi non son
modi da Eccellenza pari vostra!...» Un giorno, si mise a sedere in portineria,
dichiarando che non si sarebbe mosso fino al passaggio del nipote. Sulle prime,
il guardaportone ci scherzò su; poi tentò persuaderlo con le buone, prendendolo
dal lato dell'amor proprio: «Qui non è il posto di Vostra Eccellenza!... Un
cavaliere come Vostra Eccellenza sedere con un portinaio! Non si vergogna?...»
Ma il vecchio non si moveva, non rispondeva, cupo, affamato come un lupo; e il
portinaio cominciò a perdere la pazienza, smise a un tratto l'Eccellenza: «Se
ne vuole andare, sì o no?...» e come don Eugenio restava inchiodato sulla
seggiola, quell'altro montò finalmente in bestia, smise anche il lei e,
afferratolo per le spalle, lo fece sorgere e lo spinse fuori ad urtoni,
gridando:
«Fuori, vi dico, corpo del
diavolo!»
Donna Ferdinanda lo cacciò via
come un cane rognoso: il duca gli dette un piccolo soccorso, facendogli
intendere di non dover fare assegnamento sopra altre elemosine. Procurargli un
posto era il meglio che si potesse fare e ciò che egli desiderava; quindi Benedetto
Giulente, il quale lo aveva anch'egli sovvenuto, ne parlò a Consalvo.
«Che posto volete dargli?»
rispose il principino. «È una bestia, non sa far nulla. Volete che lo zio del
sindaco serva da usciere o da accalappiacani?»
Era chiaro che al Municipio non
c'era da far niente per il legittimo orgoglio del principino. Giulente andò dal
duca, suggerendogli di metterlo in qualche ufficio alla provincia o alla
prefettura. E il duca, per evitare altre domande di sussidi, fece in modo da
ottenergli un posto di copista all'Archivio provinciale, il meglio che si poté
trovare. Ma quando ne diedero comunicazione all'interessato, il cavaliere
diventò rosso come un rosolaccio.
«A me un posto di scrivano? Per
chi m'avete preso?»
«Ma veda...» gli fece considerare
rispettosamente Benedetto, «Vostra Eccellenza non ha titoli accademici... è
avanzata in età... le amministrazioni pubbliche sono esigenti...»
«E mi proponi di fare il
copista?» gridò il cavaliere. «A me, Eugenio Uzeda di Francalanza, Gentiluomo
di Camera di Ferdinando ii,
autore dell'Araldo sicolo?... Perché non lo fai tu, pezzo d'asino che
sei?»
Il vecchio ricominciò a chiedere
aiuto. Ma il duca, per punirlo del rifiuto del posto, gli chiuse la porta in
faccia, e Lucrezia, dopo averlo giudicato degno dei più alti uffici per far
onta al marito, non lo volle neppur lei per la casa quando lo vide questuare...
Un giorno, il cavaliere, sempre più miserabile e stracciato, andò dalla nipote
Teresa. Il portinaio, non riconoscendolo, non voleva lasciarlo passare;
arrivato finalmente dinanzi alla duchessa nuora, che giunse le mani vedendolo
in quello stato, cominciò a querelarsi:
«Vedi come m'ha ridotto tuo
padre? Quel birbante che mi ha rubato il libro? Quel ladro che mi ha...»
«Zio, per carità!...» esclamò
Teresa: e vuotò la sua borsa nelle mani del vecchio che tremava dalla cupidigia
alla vista dei quattrini. Egli si ripresentò altre volte al palazzo ducale, ma
la duchessa madre, per evitare i commenti tra la servitù, dichiarò a Teresa
che, se voleva soccorrerlo, facesse pure; ma che in casa non lo lasciasse più
venire.
Ed anche quella porta gli fu
chiusa.
Egli aspettava che gli
procurassero un posto di professore o di cassiere, tanto da vivere
signorilmente senza far nulla; e siccome non lo contentavano, fermava per
istrada le persone di sua conoscenza, narrava a modo suo i propri casi:
«M'hanno spogliato, m'hanno
ridotto alla miseria! Mio fratello il Benedettino m'aveva lasciato
cinquecent'onze, e stracciarono il testamento, ne fecero uno falso! Il principe
mio nipote m'ha rubato la mia grand'opera dell'Araldo sicolo!... Mi
chiudono la porta in faccia! A me, Eugenio di Francalanza! Gentiluomo di
Camera! Presidente dell'Accademia dei Quattro Poeti!... Sanno forse chi sono
io? Se veniste a casa mia, vi farei vedere quante medaglie e diplomi: uno
scaffale intero!...»
La sua megalomania, con la
miseria, gli stenti, le umiliazioni, cresceva di giorno in giorno; egli
annunziava:
«Il governo m'ha invitato a Roma
per una cattedra dantesca. Ma io non ci vado! Fossi pazzo! Me ne andrò
piuttosto in Alemagna, dove conoscono tutte le mie celebri opere, e la scienza
è rispettata!... Il prefetto mi ha detto che il Re mi vuole come professore di
suo figlio. Io fare il maestro di scuola? Per chi m'hanno preso? Se lui si
chiama Savoia, io mi chiamo Uzeda. Ehi, don Umberto, siete forse al buio?...»
Poi, all'orecchio: «Potreste favorirmi cinque lire? Ho dimenticato il
portafogli a casa...»
Gliene davano due, una o anche
mezza; egli metteva in tasca ogni cosa. I parenti, avvertiti di quello
scandalo, si stringevano nelle spalle, o dicevano: «Bisogna finirla», senza far
poi nulla. Giulente e Teresa, di nascosto, lo soccorrevano come meglio
potevano: ma egli aveva già preso l'abitudine di questuare, il mestiere era dolce
e comodo, il passaggio del denaro dalla tasca altrui alla propria gli pareva
naturalissimo; e poi un sordo istinto di rappresaglia contro i parenti lo
spingeva a continuare per far loro onta.
E un giorno si diffuse per tutta
la città una notizia:
«Non sapete nulla? il cavaliere
don Eugenio chiede l'elemosina!»
Egli accattava, alla lettera.
Anche se aveva in tasca qualche lira, s'avvicinava agli sconosciuti, tendeva la
mano, diceva:
«Per gentilezza, mi favorite due
soldi? Un soldo, per comprare un sigaro?»
Acchiappava la moneta come una
preda, la cacciava in tasca; s'avvicinava a un altro:
«Un soldo, per favore?»
Teresa, accompagnata dal marito,
andò a trovarlo nello stambugio dove s'era ridotto, gli si gettò ai piedi:
«Zio, noi le daremo tutto quel
che vorrà, purché non faccia più questa cosa!... Una persona come lei,
abbassarsi così?»
«Sì, sì...»
Egli prese i denari che gli
porgevano; il domani ricominciò. Adesso era un'idea fissa; la malattia che
tornava a tormentarlo finiva di scombuiare la sua debole testa d'Uzeda. Lacero
come un vero accattone, con la barba bianco-sporca
spelazzata sul viso smunto, i piedi in grosse scarpe di panno, andava attorno,
appoggiandosi a un bastone, chiedendo:
«Un soldo, per favore!... per
questa volta sola!...»
E per procacciarselo dava
spettacolo della sua pazzia. Certuni gli domandavano chi era, se non era il
cavaliere Uzeda? e allora lui:
«Eugenio Consalvo Filippo Blasco
Ferrante Francesco Maria Uzeda di Francalanza, Mirabella, Oragua, Lumera, etc.,
etc., Gentiluomo di Camera (con esercizio) di Sua Maestà, quello era Re!» e si
cavava il cappello, «Ferdinando ii;
medagliato da Sua Altezza il Bey di Tunisi del
Nisciam-Ifitkar, presidente dell'Accademia dei Quattro
Poeti, membro corrispondente di più società
scientifico-letterarie-vulcanologiche di Napoli, Londra,
Parigi, Caropepe, Pietroburgo, Paoloburgo, Nuova York e Forlimpopoli, autore
della celebre opera
storico-araldico-blasonico-gentilesco-cronologica
intitolata l'Araldo sicolo con supplimento... Un soldo, per comprarmi un
sigaro...»
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