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All'amicone Luigi
Egidio Nicetti, dilettante valente che non spero emerito, di letteratura, di
avvocatura e di pollicoltura.
Lord Spleen ha le paturnie: con
un mezzo milione di rendita, egli ha assaggiato tutto quello che l'arte
cucinaria della nuova civiltà può ammannire di più vario e di più squisito al
palato di un ghiottone, dai crostini tedeschi alle lasagne lombarde, dalle
lingue di pappagallo alle creste di galletto, dal sugo di anguilla alla salsa
di pomi d'oro e alla cervellata di canarini; tanto che avrebbe potuto dire di
lui un cinquecentista: «gli fanno afa i fichi fiori.»
Quanto a' vini egli ha tracannato
del bordeaux e dello sciampagna a isonne, e si è persino bruciata la lingua
centellando i più indiavolati liquori della Russia. Ha sentito trillare la
Patti con il suo agile vocino da soprano, e le ha voluto donare un braccialetto
tempestato di diamanti; si è riempite le orecchie del vocione di Alessandro
Bottero, che rimbomba come un cannone in chiave di basso e lo ha regalato di
una tabacchiera d'argento. — Di viaggi ne ha fatto un subbisso; andò a risico
di morire assiderato in Groenlandia, si allettò per un colpo di sole alla testa
nel Brasile, e dimorò due mesi a Madera, dove il clima è sì dolce, che vi
possono tentare una guarigione anche i tisici di terzo grado. — Bello per ciò che
fa la piazza, egli conobbe le donne più avvenenti di questo mondo, la bruna
creola dalle labbra roventi e rovesciate, la tedesca dalle spalle d'alabastro e
dalle trecce di capecchio, la severa circassa dalla persona ritta sopra di sé
come una colonna, l'italiana languida come la nostra razza sfatta e procace
nella sua languidezza.
Scusate, se l'ho detta grossa.
Che resta ancora a godere e a
provare in questo mondo a lord Spleen? Puà! Ammazzarsi per ammazzarsi.
Tutto visto, considerato,
vagliato, ventilato e burattato, egli accetta il partito. Da quell'eteroclito
che egli è, scrive una lettera di congedo alla sua ultima amanza spolverando le
parole con rena di gemme triturate, e lascia per testamento le sue sostanze ai
primi dieci che si uccideranno fra due mesi dalla morte del testatore,
poi se ne viene difilato in Italia nella terra classica degli stiletti e dei
veleni.
Calatoci giù come un baule dal
Moncenisio, ancora con il sistema Fell, appena si trova a Torino, egli è già
dal capo-stazione a ordinare una carrozza a salone per
andare a Venezia. Infatti la mattina seguente a fine di arrivare più presto a
Venezia, egli monta sopra uno di quei convogli-tartaruga,
che si fermano ad ogni osso di formica ossia ad ogni villaggio. Ma non importa;
egli ha pagato il suo biglietto, ed ha diritto di godere a dilungo dei soffici
canapè della sua elegante vettura tutta specchi e invetriate, sui quali canapè
si sdraia e si addormenta in un leggiero pisolino, mormorando a quando a quando
fra i denti: «Presto ammazzatomi, grande bella emozione!..»
«San Bartolomeo! San Bartolomeo!»
sbraita la voce del guardaconvoglio: «San Bartolomeo!» o il nome di qualche
altro santo che finisce in eo.
Lord Spleen si sveglia, si frega
gli occhi... e discende a S. Bartolomeo, senza neppure incomodarsi a chiedere
quante centinaia di chilometri sia distante da Venezia. Infilata la via
maestra, che era l'unica del paesello, si ferma alla prima insegna di osteria,
che era quella del Pellicano, si fa dare una cameretta presso al solaio, e vi
si accampa tirando fuori dalla valigia un astuccio di pistole, ciascuna delle
quali litigava all'altra la maggior lucentezza del calcio. Le ripassa
attentamente tutte arricciando il naso, quando vi trova qualche tecca,
finalmente ne sceglie due dicendo: «Oh, queste dare emozionissima!» Quindi se
ne punta una nel buco dell'orecchio destro, e l'altra nel buco dell'orecchio
sinistro, ripiegando le mani in modo che parevano due manichi di un vaso
etrusco.
Signorine! Turatevi anche voi le
orecchie, perché a momenti sentirete lo scoppio di un terribile poun!… Lord
Spleen ha già messo le sue dita sui grilletti... già... Che è? Che non è? Si
sente da basso un pissi pissi che diventa un patassio e poi addirittura un
diavoleto. L'inglese scompone la figura di vaso etrusco, posa le pistole sopra
il tavolo e discende le scale lemme lemme borbottando a fior di labbra:
«Pazienza! Mi ammazzerò fra un quarto d'ora!» Il fracasso lo faceva l'oste, il
quale urlando e nabissando carminava con un poderoso randello la Betta, la sua
povera figliuola, una ragazza assai appetitosa, sebbene fosse tozzotta, avesse
i capelli rossi, la faccia seminata a lenticchie e le mani che puzzavano di
lavatura di piatti.
Lord Spleen si fece a domandare
gravemente il perché di quell'armeggio. E il babbo a rispondere che la sua
Betta era una matta cialtrona, perché — figurarsi! — non voleva saperne di
sposare il maestro del villaggio, una coppa d'oro, una vera anima di messer
Domeneddio... che aveva parecchie staia di terreno al sole. E la Betta a
soggiungere che se ne forbisse la bocca, perché quel maestro era un brutto
arnese, un vecchio tambellone che fiutava tabacco, dove essa era intabaccata di
un magnano, il quale, egli è vero, portava le mani e il viso neri come la cappa
del camino ed era povero come Giobbe, ma aveva un paio d'occhi furbi e due
labbra di cinabro da far venire le tentazioni a Sant'Orsola e alle sue
undicimila vergini. «Miss Betty, quanto avere of patrimonio vostro maestro?»
domandò lord Spleen, il quale aveva già rimandato a domani la emozionissima
delle pistolettate. «Figurarsi,» salta su a dire il padre di Betta, «passeranno
le ottocento lire...» «Miseria, molta miseria! Pazienza, fossero sterline! Ebbene,
jo will fare vostro magnano donescione duemile lire non sterline. Voi siete
contento, miss Betty?» A quella sparata miss Betty gli salta al collo, l'oste
si leva rispettosamente il berretto, e il magnano sbuca ancor esso dalla bodola
della cantina, dove era andato ad appiattarsi al sopravvenire del crudo padre.
Vorrebbe stringere i ginocchi al munifico inglese, baciar Betta e chieder scusa
all'oste tutto in una volta: e finisce per trottare a casa arzillo e gaio, come
fosse diventato padrone di tutte le bicornie dell'universo.
Sparsosi il rumore del nuovo caso
nel paese, si accozzano insieme due violini, un clarinetto e un contrabbasso, e
vanno popolarmente a fare un'ovazione musicale all'Inglese, al quale si gonfia
il cuore e scappa per sempre la voglia di ammazzarsi. Il cattivello si accorse
che a questo mondo, quando taluno ha mangiato, ha bevuto, ha viaggiato e ha
donneato, gli resta ancora una cosa a fare, la più dolce di tutte, cioè
fare una buona azione, come era stata la sua di levare dal purgatorio
dell'amore e trasportare nel paradiso del matrimonio le due anime del magnano e
della giovane ostessa. Oramai, assaggiato il frutto, ci ha pigliato gusto.
Quella sera, a disfogare la piena della sua contentezza, non trovava altro modo
più eloquente che fare stappare, mescere e ristappare bottiglie di barbera e di
grignolino. In seguito annaspò qualche cosa di meglio. Fissata la sua stanza
nel paese e compratovi un magnifico podere, vi fondò una scuola pratica di
agricoltura, una cassa di risparmio, in cui i gruzzoli del sudore facessero i
piccoli, una banca del popolo che prestasse il denaro a lieve usura per salvare
la povera gente dalle unghie degli strozzini, una biblioteca popolare
circolante, una società operaia, un magazzino cooperativo, come lo chiamano,
per evitare la carezza delle grasce, un'arena ginnastica e un coro
d'orfeonisti; insomma delle somme, diventò la benedizione dei terrazzani di San
Bartolomeo. L'astuccio delle pistole non uscì più dalla valigia dove l'aveva
riposto frettolosamente al primo strofinio dei violini della serenata.
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