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Sul mio terrazzo spira un freddo
acuto, che sa di aceto.
E il sole spinge le sue gambe di
ragno per aggrappare l'orizzonte.
Oh, potessi imprigionarne un
raggio su questo foglio di carta!
Sento scricchiolare e cigolare un
carro, musica soave, annunzio, tintinnabulo, fidanza, che il mondo non è morto
gelato nel sonno della notte, ma si è sveglio, e che l'oggi sarà ancora vivo
come lo ieri. Siede regina su quel carro Marta, una sottile villanella, con una
verga in mano, quale scettro, con cui aizza due manzi addormentati. Ha gli
occhi cisposi, le chiome incatricchiate: la sua sbiadita vesticciuola, una
volta a quadretti bianchi e rossi, si aggriccia alla brezza mattutina, e pare
voglia accostarsi alle carni di lei per riscalducciarsi.
Le ricche sorelle della
campagnuola, sorelle nei sedici anni, avvoltolano ancora per gli scomposti lenzuoli
la loro forma, resa diafana dall'ora mattutina, e boccheggiano sul capezzale i
grilli d'uno scialle o d'un ganzo.
Si apre il balcone verde della
casetta vicina, che sembra sbadigli per esso le nebbie notturne.
Di linci penzola un pajo di
brache.
Avviso cui tocca che il marito è
già andato alla caccia!
Si apre la finestra di un'altra
casetta senza gelosie; e da questa, ecco una fanciulla mattiniera che scuote
con forza ed allegria la sua sottana bianca.
Essa merita che la mamma le
faccia friggere gli sgonfiotti o stiacciare i brigidini a merenda.
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