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Per le nozze del
mio caro Tonio Galateo (vedi la prima dedica) con la gentile signorina Olimpia
Salvioli di Fossalunga, celebratesi in Venezia il 3 settembre 1874.
Parecchi contadinotti di
Giulivenga-Monferrato stavano seduti sopra una pancaccia di
legno, all'ombra di una gronda, alcuni con la pipa ed altri con il sigaro in
bocca, tutti scamiciati per metà e con la cacciatora penzigliante da una
spalla. Erano rivolti verso il panorama della pianura lustrata dal sole, che
formicolava in qualche punto, e si adoperavano a martellarsi con bottatine per
far venire l'ora del vespro:
«Michelino, tu hai bisogno di
comperare un altro cartolaro dallo speziale.»
«Per che cosa?»
«Perché il cartolaro vecchio non
basta più a contenere la lista delle tue amorose.»
«Non è nemmanco vero.»
«Se batti il naso in tutti i
canti...»
«Non lo nego; ma faccio solamente
per ridere.»
«Adesso ti dicono sposo con la
trentesima... o la millesima.»
«Voi altri non siete obbligati a
saper niente. Del resto — giuraddina! — io ho più caro un boccino di tutte le
ragazze di questo mondo.»
«Te lo credo, senza che lo giuri;
ora che il bestiame ha pigliato certi prezzi da speziale.»
«Per me» (prese la parola un
terzo) «mi verrebbero di più le lacrime agli occhi, se mi morisse la Marchesa,
di quello che piangerei, se venisse a mancare il nostro signor Pievano, con
licenza parlando.»
(La Marchesa era uno schioppo di
manza, che l'interlocutore aveva comperata alla fiera di Cocconato).
Gli astanti squillarono in una
risata.
«Ed io ho più cara una trota di
una ragazza» disse un quarto che faceva il pescatore nella piana del Po,
mettendo alla sua volta il becco in molle.
«Ed io ho più cara una tinca»
disse un quinto.
«Ed io un merlo» disse un sesto.
Come giunse il merlo, gli astanti
squillarono una nuova risata.
Intanto le due campane della
Parrocchia si misero a suonare festosamente: si rovesciavano in su e poi
calavano in giù: e quando si rovesciavano in su, pareva che raccogliessero del
sole e se ne riempissero, e poi lo riversassero, cadendo, in ondate sonore.
Il Pievano gironzolava intorno la
chiesa ruminando la predica, e spaventava con la cera torbida e scomunicatrice
i discoli che si indugiavano troppo nell'andare alle sacre funzioni.
* * *
La funzione del vespro per me ha
il colore giallo dell'oro, come la messa grande ha la bianchezza dell'argento.
Il vespro è fatto per le nuore e per le spose, paghe e luccicanti, come la
messa grande è fatta per le fanciulle sottili e speranzose.
Nel vespro di quel giorno
signoreggiò Angelina, la sposa, che avevano detta in chiesa nello stesso
mattino alla messa grande, quella che doveva pigliare nientemeno che Domenico
il guardaboschi del Conte, un omone dai polsi duri e con una barba da
zappatore.
Tutti i fedeli e tutte le fedeli,
quando torcevano il collo per cambiar positura nella noja del vespro,
coglievano l'occasione per guardare la testa regnante di Angelina.
Finito il vespro, eccola uscire
di chiesa. Si era tolto di capo il mèsere, mettendolo sul braccio a una
bambina. Aveva la capigliatura mora, — la prima veste di seta nera, che si
poneva in dosso, dopo che era venuta al mondo, — aveva la catenella d'oro, il
collo ed il volto limpidi, come fossero stati di una bionda. Era ampia;
solenne; pareva una Madonna da baldacchino, la stessa Madonna d'Agosto che si
venera nel tabernacolo della Assunzione. Pareva un regno, una cattedrale.
La gente la salutava con una
ammirazione ingenua e domestica, ed essa rispondeva con un risolino vittorioso.
Michelino si era piantato sotto
l'olmo, che serve di albo pretorio, onde si potrebbe chiamare addirittura
albero pretorio. Egli era fierissimo; aveva un garofano scarlattino e insolente
ficcato ad un occhiello della giacchetta di fustagno; il cappello sulle
ventiquattro; gli occhi pieni di vedute; una positura bersagliera, e una testa
ricca di capegli e volteggiante di entusiasmo.
Quando Angelina passò davanti a
Michelino, questi non la salutò con la ammirazione domestica degli altri, ed
essa non lo risalutò con il suo risolino vittorioso.
Avete mai visto passare un
eclissi dentro una secchia d'acqua o sopra un vetro affumicato? Ebbene, lo
stesso eclissi bruno passò sul volto di Michelino, dove una nuvola rossa
traversò il volto di Angelina.
Michelino dopo quel vespro non
volle andare all'osteria, né volle giocare al picchetto con i suoi compagni; e,
sebbene fosse festa comandata, prese la via dei campi, e andette a vedere i
colti e le vigne.
Aveva bisogno di essere solo.
Toccava per istrada i pedali degli alberi, curvava la testa alle melighe
pannocchiute, spiccolava le fogliuzze facili delle acacie, e domandava loro dei
consigli e riandava con loro la sua istoria.
* * *
La quale era semplicissima.
Angelina e Michelino erano
cresciuti insieme da piccini, e si erano voluti bene alla maniera dei bambini,
cioè facendosi del male, tirandosi per i capelli e litigando acerbamente per un
pennino o per la punta di una ciambella.
Poi era giunto il tempo di
volersi bene in un altro modo; e questo tempo era proprio maturo a un certo
ballo pubblico, in cui Michelino aveva fatto ballare stemperatamente Angelina.
Allora avevano provato tutti e due insieme una gioia insolita, perché erano
entrati nella rubrica di Dante, la quale dice Incipit vita nova. Ed ella ne
aveva dato segni manifesti in più guise, e fra altre nella stessa maniera
distratta, con cui si poneva le mani in testa per racconciarsi le trecce
sviate. Ed egli aveva sfoderato addirittura la sua galloria, regalando quattro
soldi tutti in una sola volta a certo suo fratellino, che se ne stava
con aria cheta e misera a guardare i balli altrui, acciocché andasse anch'egli
a divertirsi girando sulla giostra.
Venuta l'ora della cena,
Michelino disse ad Angelina:
«Se sei contenta, ti accompagno
fino a casa.»
«Fa' pure come vuoi tu.»
Per via egli ghermì una mano ad
Angelina, e si pose a farla ciondolare congiunta alla sua, formando di tutte e
due una corda da altalena.
Angelina ebbe pazienza per un
poco di tempo, e poi disse a Michelino:
«Ti prego di non stringere tanto,
perché mi snodi le dita...»
«Ed io prego te di non fare la
smorfiosa; se no, ti dico che sei cattiva.»
«È giusto, perché sono cattiva,
adesso non voglio più che mi tocchi la mano... Oh, stai zitto! Via... da
bravo... lasciamela andare... Santa Pazienza! Sta' quieto una volta, perché non
va mica bene...»
Ed aggiungendo una stratta alle
parole, sprigionò essa stessa la sua mano da quella di Michelino.
Questi camminò mogio per un pezzo
e poi ruppe il silenzio:
«Angelina, dopo cena andremo di
nuovo a ballare, e voglio che balliamo tutta la sera sempre insieme, noi due:
ti proibisco di ballare con altri.»
«Come? Voglio e ti proibisco! Oh,
bella! Che padronanza è quella che tu mi metti su adesso... Io voglio ballare
con chi mi pare e piace...»
«Superba!» rispose da ultimo
Michelino.
E non dissero più altro; e
ciascuno andò a cenare a casa sua.
Durante la cena Michelino si
sentì svaniti dalla testa e dal cuore il dispetto e la mortificazione che gli
avevano cagionato le parole di Angelina; e si sentì riardere da una matta
voglia di ballare nuovamente ed immensamente con lei. Ed essa dal canto suo si
trovò rammaricata di avere offeso Michelino; tanto che non vedeva l'ora di
essere al ballo e di rifare la pace con lui.
Onde vi si recò cinque minuti
prima di Michelino.
Appena giunta vi fu richiesta a
ballare dal Medichino. Non aveva nessuna ragione per dirgli di no; quindi
accondiscese.
Come capitò Michelino sul ballo,
e la vide girare con il Medichino, fu corso e morso da un freddo atroce di
gelosia...
«Cattiva!... Perché non
aspettarmi?... Perché ballare subito con lui?... Pazienza ballasse con
qualcheduno della nostra estrazione!... ma ballare con il Medichino che non è
gente della nostra gente!... Oh, balla, balla pure con lui, che egli non ti
sposerà mai... Egli è un signore, che viene qui per baciare le amorose di noi
altri campagnuoli, e poi riderne appresso in compagnia dei suoi amici, giubbini
di panno come lui... Ma — per Dio Santo! — non andiamo mica noi altri, povere
brache di tela, a baciare le amorose dei signori...»
Così farneticando Michelino si
trovò sbalestrato in una traversa di vendetta, e corse ad agguantare Isolina la
cameriera del conte Falconi, il quale non era maritato.
Angelina, vedendolo a pigliare
un'altra, gli gittò addosso una occhiata da girifalco, e borbottò fra sé:
«Birichino! Non aspettarmi!...
Prendere subito un'altra! Non me ne importerebbe nulla, se avesse preso una mia
compagna, una buona ragazza del paese.... Ma andare a scegliere nel mazzo la
creata del conte, che non ha niente affatto buona nominanza e non si sa nemmeno
da quale parte del mondo provenga. Birichino! Brutto mostro!»
E non più richiesta da Michelino
seguitò a danzare un po' con l'uno e un po' con l'altro; e Michelino non si
contentò di ballare tutta la sera con la cameriera del Conte; ma per maggior
derrata ballonzolò male, da sciattone, rompendo di tratto in tratto i balli con
certi urli da mulattiere avvinazzato o da festajuolo impazzito, i quali
facevano stupire tutti e dire loro: «Che ha questa sera Michelino?»
Dopo il ballo, egli volle andare
all'osteria per soprassello; e giocò alla morra, e ruppe un tondino con due
bicchieri e un mezzo litro. Poi si strascicò a casa, dove si addormentò nella
prima stanzaccia terrena sopra un cassone in mezzo a un circolo e a un'onda di
fumi maligni.
* * *
Dopo quel ballo Michelino ed
Angelina non si fecero più buona cera.
Michelino conchiuse: «Chi non mi
vuole, non mi merita.»
E Angelina conchiuse parimenti:
«Chi non mi vuole non mi merita.»
E quasi non si salutarono
nemmanco più.
Michelino, persuaso di non volere
più bene ad Angelina, si pose a girandolare intorno alle altre ragazze, e in
breve tempo si era fatto uno dei primi girasole e dei più famosi scaldaseggiole
del paese. Cantava Martina alla porta di tutte le stalle, ed oramai si poteva
dire che avesse raccolto il gomitolo o il ferro da calzette cascato ad ogni
fanciulla del mandamento.
Angelina dal canto suo tirò via a
ballare con chi le abbellava o meglio con chi le portava il caso: a salutare
tutti con un sorriso gioviale, gentile ed onesto come quello di Beatrice
Portinari. Solo si aggrottava quasimente, passando davanti a Michelino.
Ogni anno, molti mosconi
ronzavano intorno alla casa di Angelina; e prima che terminasse il carnevale,
le entravano addirittura in casa e le spiattellavano una brava domanda di
matrimonio. Ma Angelina, senza saperne essa stessa il vero perché, se ne
deliberava sempre, allegando che le piaceva tuttavia il pane di ragazza, e che
voleva aspettar un altr'anno ad imbrogliarsi.
Anche Michelino era adocchiato e
pizzicato dalle ragazze da marito del paese ed infestato continuamente dai
sensali di matrimoni, i quali gli ripetevano a sazietà che era ora per lui si
risolvesse, che gli era una vitaccia per lui, gli era una vergogna marcia per
un giovane maturo della sua forza l'andare ancora giostroni insieme con gli
altri bracaloni ragazzacci, che non era più tempo ristesse a fiorire e a
impiolare.... ed altrettali punzecchiate.
Questo stato di cose durò la
bellezza di quattro anni, durante i quali le vite di Angelina e di Michelino
corsero parallele, dando sembianza che non si sarebbero incontrate mai.
Finalmente nel quinto anno si
presentò ad Angelina il partito del guardaboschi del Conte. La mamma fu sopra
ad Angelina tempestandola con dirle che si spacciasse: che essa non aveva poi
mica da aspettare uno dei tre Re Magi o l'imperatore di Trebisonda; che badasse
a non lasciarsi venire gli speroni, perché allora sarebbe stata costretta a
guardare il catenaccio in casa per tutta la vita; che il capobosco del Conte
era un partito con i fiocchi, di cui si sarebbero leccate le dita figliuole di
avvocati... ecc., ecc.
Ed Angelina non lo rifiutò.
Michelino, come sentì le
impromesse di Angelina con il guardaboschi, si vide passare davanti agli occhi
netta la figura della figliuola del Conciliatore viciniore. Questi era un
contadinone tagliato con l'accetta, che lavorava egli stesso con i suoi buoi la
sua campagna, e non sapeva rabescare la sua firma con le iniziali maiuscole. Ma
per compenso era di buona vita, ed aveva le pareti della sua sala girate torno
torno da un triplice ordine di sacchi pieni di grano: ché tale era tutta la sua
tappezzeria e la sua ambizione. La figliuola di lui portava bensì sul collo una
voglia di lepre, ma si poteva dire belloccia, e poi, ciò che importava di più,
era giusta come l'oro di zecchino ed anche allegra come una cincinpotola. Onde
Michelino la fece richiedere per sé, e mancomale non se la vide diniegata.
Le cose erano intese nei detti
termini, dentro i quali parevano correre per la via più naturale del mondo.
* * *
Ma non pareva più naturale questo
stato di cose a Michelino, dopo vespro, frammezzo alle foglie rosse di vite e
alle foglie larghe delle zucche terragnole e ai loro fiori giallissimi,
dimenticati da quel giorno di festa, e che contemplava egli solo.... solo come
un mendico in quell'ora.
Per via della solitudine Angelina
gli si ingrandiva nella fantasia; gli diventava in immagine più madonna di ciò
che era in effetto; ed egli per giunta le fabbricava ancora e le metteva
intorno un cornicione ideale più dorato e più intagliato di quello che circonda
la pala sull'altare maggiore...
Ad ogni momento per terra e per
l'aria gli ondeggiavano e gli balenavano dinanzi tutto il bellore e la degnezza
di lei.
Per lo contrario gli si
rimpicciniva nella mente la figurina della figliuola del Conciliatore. Egli la
spiumava addirittura con i ferruzzi del suo cervello quella cincinpotola, e le
allungava e le rendeva più ridicolosa la voglia di lepre sul collo.
Egli sentiva, egli voleva
irremissibilmente Angelina.
Angelina era fatta assolutamente
per lui e non per quel barbone del Guardaboschi... Oh! Egli avrebbe appiccato
il fuoco a quel barbone!
«Ditelo voi, filari di viti,
ditelo voi, pomi cotogni, se Angelina non deve essere mia, e se del barbone non
si deve fare un falò... Dillo tu, erba...»
E intanto scapigliava l'erba che
gli saliva fra le mani.
Si trovò presso un bordone di
acqua sorgiva, che faceva una pozzerella fonda, bruna e limpidissima, tanto che
lasciava vedere la minima rena e il saettamento dei minimi bacherozzoli. Era
gentile la superficie di quell'acqua intagliata a crespe di colla di pesce; ma
come i bacherozzoli la traversavano con le loro aluzze remiganti, essi la
turbavano in giri deboli, placidi, mobili e concentrici.
Michelino a cessare l'ardenza, la
smania, e l'assillo che gli bruciavano addosso, si chinò, tuffò le sue due mani
nella fonte... e ristette così per un pezzo; poi si sdraiò sull'erba.
Di lì a molto tempo, egli si
dissonnò. Oh, come mai? Chi l'avrebbe detto? C'era già la luna sulla cappa del
firmamento. Il fondo del cielo era di un azzurro carico; e il dinanzi era
rimato e bugio di nuvole stracciate, — alcune di fosforescenza argentina ed
altre brune come velluto da funerale. La luna si ciondolava dietro quegli
stracci di nubi: cominciava a sbucare a poco a poco da una crepa per un lembo o
per un corno, i quali non parevano nemmanco alla bella prima cose di luna, ma
un lanternino giallo, o un mozzo di bragia; poi man mano la luna si sfagottava
di più, fino a che usciva, esplodeva completa come un seno dai veli di una Dea,
per dirla quasi con Ossian.
La luna completa ralluminò le
speranze e gli estri di Michelino, accendendogli in testa una candela (passi la
metafora!).
Egli si levò risoluto da terra,
girò e rigirò per la campagna, fin che fu dietro una chiudenda, presso il muro
settentrionale di una casa molto conosciuta da lui, intorno a cui una volta
egli spessicava assai. Quivi si appiattò dopo il tronco di un gelso grossissimo,
che pareva il padre dei gelsi e figurava nero nero sotto la luce lunare.
* * *
Dopo mezz'ora che era in posta
Michelino sentì un fruscìo di seta e un cigolìo di ferri. Erano le orecchie di
una secchia che cantavano con i manichi.
Egli balzò ratto alla bocca del
pozzo, e si parò dinanzi ad Angelina ancora vestita da sposa, che andava ad
attingere acqua.
«Come! Siete voi qui, Michelino?»
«Sì, sono proprio io, Angelina; e
vi prego che mi lasciate tirare per voi la secchia d'acqua....»
«Per me... fate pure...»
Michelino, allegro, incrocicchiò
il manico della secchia al fermaglio della corda; e palpando il torno e
addolcendo la scesa della fune, che faceva scorrere nell'anello delle sue dita,
lasciò calare la secchia nell'acqua. Tuffandosi essa diede un tonfo
frastagliato. — Allora Michelino si mise a tirarla su girando la manovella.
Rigurgitavano dalla secchia rasa e si sguinzagliavano per la gola del pozzo le
ciocche d'acqua, che precipitavano poi giù frangendosi sull'acqua madre del fondo,
e mandavano echi umidi, piacevoli e frizzanti, che allegravano, rinfrescavano,
inanimivano Michelino, e gli infondevano un coraggio di ferro, da mille lire.
«Vi ringrazio della pena che vi
siete data per me,» disse Angelina a Michelino, come egli le rimise la secchia
riempita d'acqua.
«Anzi... Niente affatto... grazie
a voi... Ma... non andate ancora via. Questo non è ancora il tutto... Devo
ancora parlarvi...»
«Parlarmi? E che cosa avete
ancora da dirmi?» domandò Angelina, che aveva anche essa piacere di fermarsi, e
che teneva la secchia da una mano per dimostrare desiderio di partenza...
«Voglio ancora dirvi, che avete
fatto ben male a non aspettarmi...»
«Davvero? Sentiamo, Michelino: e
perché dovevo io aspettarvi?»
«Perché» (e Michelino parlando,
apparve rosso anche al chiaro della luna) «perché io vi ho voluto sempre bene,
e vi ho portato sempre dell'amore...»
«Come? Che cosa dite? Dell'amore?
Per me? Bugia! Grazie tante! E ditemi un po' se siete buono, dove lo tenevate,
dove lo custodivate questo vostro amore per me?»
«Lo tenevo...»
Qui Michelino restò impigliato:
non seppe rispondere di colpo dove egli teneva il suo amore, si sentiva la
lingua scivolare in giù profondamente, che temeva di non poterla più tirare in
su... Ma poi fece uno sforzo per parlare, pur di parlare, anche a rischio di
dire una baggianata:
«Lo tenevo... lo tenevo il mio
amore per voi... lo tenevo qui (accennando il cuore), lo tenevo qui... in
conserva... in composta.»
A quella uscita, Angelina
sfolgorò una risata potente, di quelle che scoperchiano un'anima. Ma poi la
compresse per paura che la sentissero i suoi di casa, e la risecò, riducendola
in un ridere cheto ed allegro, quale il pispinare di una fonte.
Appena ebbe cessato di ridere,
Angelina disse a Michelino:
«Bravo! Mi è piaciuta la vostra
scusa, che è curiosa come un campanello di legno. Adesso... dunque... poscia
che ho imparato da voi una bella cosa... cioè... ho imparato da voi che si può
voler bene ad una persona... in conserva... in composta... adesso... vedete...
anch'io sono buona a dirvi, che vi ho amato sempre anch'io... vi ho amato voi
pure... vi ho amato... come dite voi, in conserva, in composta.»
«Dio buono! Santa Vergine!» (e
pronunziando queste parole, Michelino tremolava)... «Angelina, vi prego, che
non diciate delle falsità!... Non le diciate nemmeno, per ridere, no, per
l'amore di Dio...! Perché non è vero... Perché queste cose... non va bene dirle
per...»
«Se non volete credere, siete
padrone... fate pure...»
«No; non parlate così Angelina;
pagherei una libbra del mio sangue per potervi credere... Ma, quando ciò fosse
vero... Angelina... allora rispondetemi una cosa... se pure ne siete capace,
su, via, spiegatemi, da brava: perché quella sera avete ballato col Medichino?»
«Ve lo spiego subito: ché è una
cosa presto spiegata... Ho ballato con il Medichino per creanza, perché voi non
siete stato lesto a venire voi sul ballo, perché io non potevo dire di no a
lui, senza mancare di educazione... Intanto io aspettavo voi... Ma voi, sì,
siete stato cattivo come il tossico... Oh, aspettate... Adesso a me: ché voglio
farvi io il confessore: — Perché non siete venuto voi subito a pigliarmi dopo
il Medichino? Perché avete fatto saltare per tutta la sera quella sfacciata
della creada del conte?»
«L'ho fatto per vendicarmi di
voi, per farvi arrabbiare...»
«Cattivone!»
«Minchioni tutti e due...»
Angelina e Michelino si erano
fatti seri, come due nuvole, che mulinassero della grandine.
«E adesso?»
«E adesso?»
Angelina e Michelino volgevano la
testa di qua e di là, per non guardarsi, per non sapere che pesci pigliare, per
accattare coraggio, chi sa dove.
«E adesso?»
«E adesso?»
«Per me, Michelino» cominciò
Angelina, abbassando la testa e sgraffignolando con le dita intorno all'orlo
del grembiule... «Per me, se voi volete, io sono capace magari di dare
indietro...»
«Sì! Sì! Sentimento! Ora pro
nobis!»
«Io sono capace» (ripeteva
Angelina, mettendo sulle labbra una bellezza di risolino sottile e malizioso)
«io sono capace di mandare a spasso il guardaboschi, e... di dargli il blu.»
«Fatelo, gallina del Signore,
ragazza d'oro, di diamante e di melagrana!»
«Adagio, signor Michele! Non
pigliate tanto fuoco. E la figliuola del vostro Conciliatore????» Qui Angelina
mise proprio quattro punti di interrogazione e una fierezza da Padre
inquisitore.
«Le do subito il boccone; basta
che vogliate voi» rispose con impeto Michelino.
«Allora siamo intesi,» conchiuse
Angelina con una voce bassa da cospiratrice. «Adesso andate; perché i miei
cenano ancora, e mi aspettano con l'acqua, e c'è di là, anche lui, il
guardaboschi...»
«Gli passerei sopra con una
carrata di pietre...»
«Misericordia! Andate...»
«Vado... Adunque siamo intesi.»
«Di', che giuri.»
«Per la Santa Fé, che io giuro.»
«Qua la mano.»
«Pigliatela pure.»
Angelina, tenendo con la mano
sinistra la secchia d'acqua, concesse la destra a Michelino. Ma questi non
stette contento della mano, che brancicò, stropicciò e baciucchiò a sua posta:
l'impertinente temerario risalì anche alla bocca, e vi stiaffò un altro bacio
lungo, che forava come un trapano.
Angelina timorosa che la secchia
d'acqua si versasse, e le bagnasse le gonne ed i piedi, non poté riluttare: ma
come il bacio ebbe termine, depose la secchia, e scaraventò un pugno nella
schiena a Michelino; quindi ripigliò la secchia e spulezzò via camminando piena
di equilibrio, tenendo il gomito destro all'altezza della faccia.
Quel pugno produsse a Michelino
un dolore fisico non ispregievole, contrappesato però di gran lunga da un piacere
morale rilevatissimo.
Il cielo si era sciolto dalle
rime nebulose, e vi campeggiava in mezzo sovrana la luna, come campeggiava nel
cuore di Michelino sovrana l'allegria.
La strada non gli era mai parsa
così tersa, né le ombre delle siepi così vellutate e tagliate con sì grande
precisione di cesoje.
Da' vigneti trillavano e
flautizzavano le zuccajuole (grillotalpe) dissipatrici degli orti. Erano strane
rispondenze e pigolii di ottavino, che rigavano la notte a lineole di festa e
d'amore.
Quegli insetti smusicando
componevano una serenata agreste a Michelino, che si coricò brillo della loro
musica e della sua allegria.
* * *
Il guardaboschi del Conte fu
licenziato onorevolmente da Angelina; e la figliuola del Conciliatore toccò da
Michelino una gambata con modi riguardosi.
Quindi si ordinò il pateracchio
fra Angelina e Michelino, e si celebrò prima davanti l'uffiziale dello Stato
civile, e poscia davanti Santa Madre Chiesa.
Quando eglino uscirono dalla Chiesa
Parrocchiale, erano radiosi ed avviati ad una florida colezione.
Prun! Patatrum... trum... un
bordello d'inferno.
Che cosa era mai? Non era il
guardaboschi. Erano i sonetti di nozze, che presentavano i parenti e gli amici
campagnuoli, sparando a sola polvere i loro vecchi schioppi ed i loro pistoni
arrugginiti, anche a rischio che scoppiando accecassero qualcheduno.
Poi trac... tratatrac... toun!
Nemmanco stavolta era il guardaboschi, era quel briccone di Cristoforo il
sacrestano, che aveva dato fuoco anch'egli ai mortaletti della chiesa per
buscarsi uno scudo di mancia dallo sposo.
Al nuovo frastuono il Pievano
sbucò dalla porta del campanile, dove era andato a visitare le funi avariate;
corse verso Cristoforo con la testa bassa e le reni angolose, e con la fretta
che l'onestà dismaga, come dice Dante.
Giunse sopra il povero
sacrestano, ancora curvo al suolo, per la ragione dei suoi mortaletti; lo
acciuffò per la cuticagna, e scuotendolo lo garrì così: «Pignattone! Sciabola
di legno! I mortaletti non si sparano fuorché per la Madonna d'Agosto o per la
venuta di monsignor Arcivescovo.»
* * *
Dopo l'asciolvere, Angelina e
Michelino furono lasciati soli: avevano molto ossigeno che nuotava nei loro
polmoni e del ferro che scorreva in abbondanza nelle loro arterie. Essi si
guardarono lungamente negli occhi e senza essere poeti o letterati, si dissero:
Noi formiamo insieme una bella, una sana e santa congiura. Noi facciamo dei
nostri occhi una sola specola, da cui possiamo e dobbiamo vedere, come fossimo
una persona sola, la fiumana scorrevole della vita, chi salta, chi si sdraia,
chi sale, chi ruzzola, chi ride e chi bestemmia. E a noi importerà poco o nulla
del mondo e di quel che faccia. Basterà a noi e alla nostra felicità il
trovarci sempre uniti con noi, ed anche soli con noi. E che Iddio Ottimo
Massimo, quel buon Signore, il quale ci sta sopra lassù, voglia benedirci e
concederci di avere dei figliuoli belli, alti e buoni dal nostro amore in
composta!
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