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| Antonio Labriola Del materialismo storico IntraText CT - Lettura del testo |
A proposito della crisi del marxismo.
Mi riferisco qui ad un libro, né breve, né di comoda lettura, di Th. G. Masaryk, professore della Università czeca di Praga, venuto in luce proprio di questi ultimi giorni. Quanto sia voluminoso può vedersi a piè di pagina8, dove n'è dato per esteso il titolo. Non mi propongo però di scriverne la recensione pura e semplice. E se mai paresse, che l'esprimere la propria opinione a proposito d'un libro importi che di quello si faccia la recensione, dirò che questa qui assumerà necessariamente le proporzioni e l'andatura di un quasi-articolo.
Il nome mio e il titolo a capo della pagina potrebbero indurre nel sospetto, che io intenda di mettermi come in una polemica di partito. Il lettore stia d'animo tranquillo. Non confonderò le pagine della «Rivista italiana di sociologia» con le colonne del giornale politico cotidiano9.
Dirò solo, en passant, come il caso assai curioso del grande affanno, che la stampa politica italiana, sia essa giornaliera o altrimenti periodica, s'è dato per mesi e mesi nel proclamare la morte del socialismo, usando la etichetta della crisi del marxismo, è parso a me un nuovo documento di quel vizio organicamente nazionale, che può oramai definirsi qual diritto all'ignoranza. A nessuno di cotesti egregi becchini del socialismo, che, tanto per far folla intorno alla crisi, andavano mettendo assieme a casaccio i nomi incompatibili fra loro di così varii scrittori, è venuto in mente di proporsi queste semplici e oneste domande: - la critica sorta in altri paesi intorno al marxismo può essa mai riguardare direttamente l'Italia? - ebbe mai, o ha, cotesta dottrina alcuna solida base e sicura diffusione nel nostro paese? - e, al postutto, il partito socialistico italiano ha tanta forza già, e tale estensione su le masse e tra le masse, ed ha in se stesso tale sviluppo e tale complessità di condizioni e di attinenze politiche, da rivelare quei caratteri precisi e spiccati di stabile e duratura organizzazione proletaria, data la quale il discutere a fondo della dottrina gli è discuter di cose e non di parole? - e, per andare più al fondo, c'è chi possa dire, che in questo paese nostro sia stata già percorsa tutta la via crucis delle trasformazioni economiche, a capo delle quali s'è avverato altrove ciò che dicesi sistema capitalistico, del quale il marxismo, alla sua volta, è poi il contraccolpo critico?
Chi si fosse proposte coteste domande, e altre simili, sarebbe venuto nella onesta conclusione, che non ci può essere la crisi di ciò...che non esiste ancora.
Può darsi, anzi si dà di certo, che tutti cotesti necrologisti del socialismo ignorassero come la frase di crisi del marxismo fosse stata coniata e messa in circolazione per l'appunto dal professore Masaryk, al quale (lui ignaro tuttora, come accade spesso agli stranieri, delle cose d'Italia) è capitata l'insigne sorte di portare nel nostro paese un nuovo ed inatteso contributo alla fortuna delle parole. Ma gli è proprio così. La espressione di crisi del marxismo fu inventata da Masaryk nei numeri 177-79 della «Zeit» di Vienna, del febbraio del 1898, e quegli articoli suoi furon poi raccolti in opuscolo10, con la data del 10 marzo: - e, si badi bene, non perché l'autore di tale scoperta letteraria avesse in animo di dichiarare la morte del socialismo, ma solo perché gli parve di constatare (mi si passi la parola di gergo giornalistico) la crisi per entro al marxismo; - ed egli difatti conchiudeva così: «Io vorrei ammonire i nemici del socialismo, di non farsi delle vane speranze in pro dei loro partiti per questa crisi del marxismo, la quale potrà dare anzi gran forza al socialismo, quando i suoi capi vorranno criticarne liberamente i fondamenti e superarne i difetti. Come tutti gli altri partiti di riforma sociale, il socialismo ha la sua fonte viva nelle manifeste imperfezioni del presente ordinamento sociale, e nella sua ingiustizia ed immoralità, e soprattutto nella miseria materiale, morale ed intellettuale della gran massa presso tutti i popoli»11. In quelle 24 pagine, che erano invero troppo poco per la gravità dell'assunto, i dati della crisi - per quanto s'attiene alla Sozialdemokratie tedesca e con qualche piccolo riferimento alla letteratura francese ed inglese - venian riassunti, enumerati, caratterizzati, così un po' in furia e fretta, nei seguenti capi... Ma che giova di tenersi più all'opuscolo del 10 marzo 1898, se nel libro alla data del 27 marzo 1899 le 24 pagine d'allora son diventate 600, dico 600, il che è viceversa troppo assai - direbbe un napoletano - e per la entità di ciò che vi si va esponendo, e per la pazienza media dei lettori?
Il prof. Masaryk è un positivista: parola qui in Italia d'uso soverchiamente estensivo ed elastico, ma che per lui professante filosofia vuol dire, e sia pure con parecchie modificazioni, trovarsi su la linea che va da Comte a Spencer... o a Masaryk stesso. Non sarei in grado di tributargli tutta l'ammirazione della quale sarà, forse, degno; perché lui ha l'abitudine per me incomoda di scrivere in lingua czeca. Non ne conoscevo fino ad ora se non la Logica concreta nella traduzione tedesca. Né vorrei soverchiamente sottilizzare sul tenore tassativo delle sue espressioni, perché questo libro è stato tradotto dal signor Kalandra in un tedesco alquanto cancelleresco. L'opera nel tutt'insieme, come dice l'autore stesso nella prefazione, non è da considerare sotto l'aspetto della composizione e dello stile. È un parto onninamente ultraccademico, con la ovvia partitura in introduzione e sezioni, e queste, che son cinque e son seguite dal riassunto, recano la suddivisione in capitoli, con la sottofigura dell'A, B, C e così via, fin giù giù alla risuddivisione del tutto in 162 paragrafi, con varia bibliografia in ordine sparso e in ordine concentrato, con un indice-sommario veramente mirabile, che fa pensare a tante cose cui il libro poi non risponde, e con l'inevitabile registro. Sono, insomma, appunti di lezioni illustrative e dichiarative, di tono posato e anzi tenue, redatte a schema da enciclopedia, e non tutte identificabili alla stessa data. Infatti, mentre il libro, composto originariamente in lingua czeca, e preannunziato nell'opuscoletto dell'altro anno, che può tenerne le veci per chi non voglia leggere le 600 pagine, s'andava stampando nella traduzione tedesca, nel frattempo è apparso l'oramai famoso libro del Bernstein (cfr. nota I a p. 590), e con questo l'autore ha sentito il bisogno di accomodare le sue partite in altro posto12.
L'atteggiamento del Masaryk è veramente sui generis. Lui non è socialista, lui conosce estesamente la letteratura del socialismo, lui non è avversario professionale del socialismo, lui lo giudica dall'alto, in nome della scienza. Fu deputato al Reichsrath della Cisleitania, ma sebbene nazionalista e progressista, che io sappia, non si confuse mai coi giovani czechi. Ora mi pare si tenga in disparte dalla politica. Pubblica una rivista, che è un quissimile della nostra «Nuova Antologia», ed è dotto di mestiere, cioè gran leggitore e riferitore accurato di ciò che legge, fino al minimo della più minuta minutaglia. E questo è il primo e principale difetto del libro suo; nel quale si discorre di molte ed infinite cose, ma alla realtà, al fatto, al vivo non si arriva mai. L'autore ha come intercettata la vista dalla carta stampata, e dalle ombre degli scrittori tra i quali s'aggira con pari ossequio per tutti, come chi abbia l'occhio privo di virtù prospettica.
Non è forse il principale dovere di chi si metta per la via di discutere dei fondamenti del marxismo di essere in grado di rispondere, ma dal vivo, a questa domanda: credete voi o non credete alla possibilità di una trasformazione della società dei paesi più civili, per la quale cesserebbero le cause e gli effetti delle presenti lotte di classe? Di fronte a tale problema generale gli è davvero d'importanza secondaria il modo della transizione a quello stato futuro, desiderato o previsto; perché quel modo sfugge al nostro arbitrio, e certo non dipende dalle nostre definizioni. Per rispetto a cotesta tesi generale gli è cosa, non dirò indifferente, ma certo di valore assai subordinato, il sapere, qual parte del pensiero e delle opinioni, (molti confondono maledettamente quello e queste!) di Marx e dei suoi prossimi seguaci ed interpreti collimi o non collimi con le presenti e con le future condizioni del movimento proletario: perché non occorre di essere seguaci sfegatati del materialismo storico per intendere, come le dottrine valgono in quanto dottrine, cioè in quanto sono una luce intellettuale portata sopra un ordine di fatti, ma che in quanto sono dottrine non son causa di nulla. Ma il signor Masaryk è, invece, un dottrinario, cioè un credente nella virtù delle idee, cioè un accademico, per il quale tutto consiste nella lotta per la concezione generale del mondo (Weltanschauung); e non c'è da maravigliarsi che egli respinga con sovrano disprezzo (passim) l'espressione istinto delle masse Questa critica, che poggia tutta su la presunzione di un giudizio sovranamente imparziale delle lotte pratiche della vita in nome della scienza, e che ignora la rassegnazione del pensiero al corso naturale della storia, è e rimane intrinsecamente caduca, perché s'aggira intorno al marxismo, senza afferrarne mai il nerbo, che è la concezione generale dello sviluppo storico sotto l'angolo visuale della rivoluzione proletaria.
Indugiandomi a definire l'atteggiamento in genere del Masaryk, mi pare di ripagarlo di cortesia italiana dell'ignoranza nella quale egli trovasi per rispetto ai miei scritti in argomento. Se mai li leggesse, s'avvedrebbe, forse, come, senza scendere alle minuzie della polemica a tu per tu con la stampa corrente del partito, senza proclamarsi scovritori od autori della crisi del marxismo, si possa esser seguaci anche all'ora presente del materialismo storico, dopo fatta la debita parte alla nuova esperienza storico-sociale, e con la conveniente revisione dei concetti, che abbiano subito o subiscano correzione dal corso naturale del pensiero. Le dottrine, che sono in atto di svolgersi e di progredire, non ammettono la trattazione erudita e filologica, come usa per le sorpassate forme del pensiero, e per ciò che ci fu trasmesso dalla tradizione, ed ha nome di antico. Ma i temperamenti intellettuali degli uomini sono assai difformi tra loro! Alcuni - e son pochi - presentano al pubblico il resultato del proprio lavoro, e non credono di dovervi aggiungere la storia intima delle loro letture, fino alla fotografia della penna della quale si servono. Sono altri - e questo è il maggior numero - i quali sentono vivo il bisogno di dare alle stampe tutto il frutto delle loro letture. Son meticolosi custodi dei loro quaderni, perché nessuna parte di loro fatiche vada perduta, né pei presenti, né pei futuri. Il professore Masaryk - che stempera in 600 pagine una tesi di occasione, ed è questa: che giudizio possa farsi ora del marxismo, atteso il fatto che se ne discute anche per entro al partito; - il professore Masaryk, che ha tanto letto, non può a meno di considerare il marxismo stesso secondo le sacramentali rubriche della filosofia, della religione, dell'etica, della politica, e così via all'infinito: e, caso curioso, proprio lui, che ha tanto ossequio per la burocrazia universitaria e per il casellario dei feticci della scienza, finisce poi da ultimo per dichiarare, essere il marxismo un sistema sincretico! (passim in tutto il libro, ed esplicitamente a p. 587). Era parso a me, che quella dottrina fosse proprio precisamente il contrario, e un che, anzi, di tanto intimamente unitario, da mirare, non solo a vincere la opposizione dottrinale tra scienza e filosofia, ma anche quella più ovvia tra pratica e teoria. Ma il signor Masaryk è fatto così com'è, e seguiamolo pure nelle sue rubriche.
Lascia ben volentieri ad altri di occuparsi del socialismo in quanto è tendenza (a uso A. Menger) alle riforme giuridiche; dichiara di non immischiarsi direttamente nelle questioni della Economia (nella qual disciplina invero pare a me che zoppichi da ambo le gambe), e ci tiene a mettere soprattutto in evidenza la filosofia di Marx, la quale esiste, tuttoché non sia espressa in opere di tassativa composizione ad hoc; e studia in tutte le 600 pagine la crisi in quanto essa è strettamente «scientifica e filosofica» (p. 5). Non chiedete, dunque, all'autore, né un esame concreto delle condizioni attuali del mondo economico fatto dal vivo, né un consiglio pratico e largo di politica sociale. Se il movimento della proletarizzazione continui o no, se la teoria del valore sia o no esatta, queste e le altre questioni affini, per quanto della massima importanza, non interessano lui filosofo (p. 4). Il resultato pratico è solo questo, di consigliare ai socialisti (p. 591) di tenersi al programma dell'Engels del 1895, cioè dire alla tattica parlamentare; il che veramente essi vanno facendo da per tutto nel mondo, e, secondo il debole avviso mio, per la semplice ragione, che non potrebbero fare altrimenti senza addimostrarsi, o pazzi, o stolidi. Se non che il Masaryk rincalza il consiglio con questo monito, che si debba anche abbandonare l'ideologia marxista! A buon conto, non è il corso naturale delle vicende politiche dell'Europa civile che abbia indotto i socialisti a cambiare di tattica (né l'autore saprebbe dirci quanto tempo questa nuova durerà, o potrà durare), ma son le idee che cambiano e devono cambiare. Tutto si compendia nella lotta per la Weltanschauung (cfr. segnatamente pp. 586-92), il che è naturale in uno scrittore, che ci tien tanto al sacramentale concetto della classificazione delle scienze (p. 4), e al posto sovraeminente della filosofia.
Il Philister, nella subspecie professorale, ci si rivela qui tutto intero nella sua propria natura. Conoscere estesamente la letteratura del socialismo, e di questo ignorare l'intimo, il senso, l'animo! Dato questo animo - s'intende da sé - l'orientazione scientifica cambia del tutto, anzi cambia il posto della scienza nella economia dei nostri interessi. Ma a ciò il Masaryk non giunge mai, perché dovrebbe, per arrivarci, valicare i confini delle definizioni. Il suo libro, perciò, per quanto ricco di coscienziose informazioni, ed alieno dal disprezzo professionale del socialismo si riduce, nell'intento e negli effetti, ad un enorme piato del positivismo contro il marxismo! Due osservazioni mi occorrono qui. La mia affermazione suonerà strana a molti in Italia, dove è in uso di significare con la parola positivismo tutto ed ogni cosa. Inoltre, come ho più volte scritto, che quella intuizione della vita e del mondo, la quale si compendia nel nome di materialismo storico, non è giunta a perfezione negli scritti di Marx e di Engels, e dei loro prossimi seguaci, così ora qui più recisamente affermo, che la continuazione di quella dottrina procede ancor lenta, e forse procederà allo stesso modo per un buon pezzo.
Ma i libri come questo del Masaryk non giovano a nulla. Ecco qua un coacervo di obiezioni in nome del positivismo sì, ma non in nome della revisione diretta ed autentica dei problemi della scienza storica, e non in nome delle questioni politiche attuali. La così detta crisi non diventa, né il subietto di un esame da pubblicista, né l'obietto di uno studio da sociologo, ma è come uno spazio vuoto o una pausa, in cui l'autore vada a deporre, o a recitare, le sue filosofiche proteste.
Uno studio, né vano né privo d'interesse, è dedicato alla formazione prima del pensiero di Marx (pp. 17-89). Ma il facit è da ultimo assai meschino. «Nella costante mutazione dell'ordinamento sociale venne Marx da ultimo a trovare la ragione storica del comunismo, come quello che s'imponga da sé. - Secondo Marx la filosofia è la copia naturalistica del processo del mondo. - Il comunismo è dato dalla storia stessa. - Il materialismo di Marx è un materialismo storico». - Proposizioni come queste, le quali riproducono a un di presso il pensiero fondamentale dello scrittore che si ha per mani, dovrebbero indurre, pare a me, il critico a rifarsi su i fondamenti di tali concezioni, per rovesciarli, se mai, con una critica ab imis. Ebbene, che fa il signor Masaryk? Pochi righi dopo scrive: «La sua filosofia e quella di Engels hanno il carattere dell'eccleticisino». - E poi ci regala, alla lettera D del capo II, una insalata russa delle opinioni in contraddittorio di Bax, K. Schmidt, Stern, Bernstein, Plekanoff, Mehring, in quanto han discusso se tale filosofia, diciamo così marxistica, sia conciliabile o no col ritorno a Kant, a Spinoza, o a che altro siasi; e non gli sovviene del poeta, che assistette alla fondazione della Università di Praga, per esclamare con lui:
Povera e nuda vai filosofia!
Alquanto sconnessa è la trattazione che l'autore dedica al materialismo storico (pp 92-168), indugiandosi in prima sul divario delle definizioni, per venire infine ad una critica tutta fondata su la vecchia nenia della dottrina dei fattori, più o meno dissimulata in una fraseologia sociologica e psicologica alquanto dubbia ed incerta. In conclusione all'autore repugna il pensiero di una concezione obiettivamente unitaria della storia; e gli capita spesso di confondere la spiegazione del complesso storico mediante il variare innanzi tutto della struttura economica, con la spiegazione illico et immediate del fatto storico determinato per via delle rispettive ed individuate condizioni economiche. Non deve quindi recar meraviglia di vedere come Marx venga considerato quale una specie di Comte alterato in peggio, che diventa poi un inconsapevole seguace di Schopenhauer nell'accettare il primato della volontà, dottrina che contraddice però alla sacramentale tricotomia psicologica d'intelletto, sentimento e volere. Può darsi che quel povero Marx ignorasse, come l'uomo sia fornito, oltre che dell'intelletto, anche d'un fegato (sic!), il che è tanto più sorprendente, in quanto che lui era assai fegatoso (sic!) per le quali buone ragioni può essere accaduto non s'avvedesse, che il soppravvalore è un concetto principalmente etico (sic!). Al professore di Università, che tratta la sua materia come il suo mestiere, può venir facilmente la tentazione di far passate un determinato autore sotto lo scrutinio di tutte quelle altre dottrine che lui critico abbia l'abitudine di studiare e di maneggiare. E allora, per una strana illusione da erudito, accade che i termini di confronto, che sono nell'abito subiettivo del critico, divengano surrettiziamente come dei termini di effettiva derivazione. Così stava accadendo al Masaryk; quando ecco che lui, nel bel mezzo delle sue tentate comparazioni, si contraddice, e sentenzia (p. 166): «Nel fatto Marx viene a formulare ciò che, come suol dirsi, si trovava nell'aria, e perciò io non ho dato gran peso ai singoli influssi su la sua formazione intellettuale». Ergo - direi io - ricominciate da capo, e anzi invertite. Nell'autore, che trattate, s'è avverata appunto questa inversione, che dalla critica dell'economia e dal dato delle lotte di classe egli risalì ad una nuova concezione storica (e non per modificare, s'intenda bene, ciò che tecnicamente dicesi disciplina della ricerca storica), e per quella via poi ad una nuova orientazione su i problemi generali della conoscenza. Ma voi forzate le cose, ma voi le alterate del tutto, mettendovi per una via che non è quella percorsa dall'obietto del vostro esame. Ma si capisce, voi filosofo professionale scendete dall'alto delle definizioni al particolare del materialismo storico; e, con tutto il dovuto ossequio alla metodologia, giungete alla teoria delle lotte di classe (pp. 168-234) come si arriva a un corollario.
Anche qui la fedeltà della esposizione materiale rende più sensibile la incapacità alla comprensione intima e viva. Qua e là alcune utili osservazioni su la imprecisione dei termini borghesia, proletariato e simili, e poi delle altre di maggior valore su la irriducibilità di tutta la società presente alle due famose classi, data la sua più varia e complessa articolazione. A riscontro di tutto ciò, ecco una singolare inettitudine ad afferrare un concetto così semplice; che, cioè, dato l'intreccio della vita sociale, gl'intenti individuali possono esser tutti errati: la qual cosa induce l'A. a dire, che nel marxismo la coscienza individuale si risolve in puro illusionismo (!). Gli repugna di credere, che le leggi economiche seguano un processo naturale; - ebbene, si provi a cambiarne la successione storica per atti di arbitrio. Rivendicata la spontaneità (ma quale?) delle forze che danno impulso alla storia, e l'aristocrazia dello spirito filosofico, e detto come il determinismo marxistico sia una e sola cosa col fatalismo, l'A. si confessa così: «Io spiego il mondo e la storia teisticamente» (p. 234). Deo gratias!
Al pezzo forte ci siamo finalmente, cioè alla esposizione del mondo capitalistico (pp. 235-313), e alla critica del comunismo e del processo della civiltà (pp. 313-86). Questo è dei socialisti il punto essenziale, e su tale terreno soltanto è dato di combatterli. Ma l'A. era disceso dalle alture, e così sia. Non saprei negargli - tanto per cominciare dalle conclusioni - una discreta parte di ragione, là dove parla di soverchio primitivismo e semplicismo, specie per rispetto al tentativo dell'Engels nel rifare in breve i punti principali della storia della civiltà. Il divenire dello stato, ossia della società ordinata a classi, con le ragioni del dominio e dell'autorità, supposta la proprietà privata e supposta la famiglia monogamica, ebbe modi varii di sviluppo nella storia specializzata e concreta, e non c'è facilismo che tenga, nel provarsi a rendere plausibili gli schemi troppo semplici. Può darsi che dei socialisti correnti al comodo argomentare vedan troppo semplificato l'intreccio della storia, riducendo questa in breve volume; il che li induce a semplificar del pari con soverchio arbitrio l'intreccio della società presente. Né certo giova di richiamarsi di continuo alla negazione della negazione, che non è istrumento di ricerca, ma è solo formula riassuntiva, valida, se mai, post factum. Certo che il comunismo, ossia il più o meno lontano approdo della società presente verso una nuova forma della produzione, non sarà un parto mentale della dialettica subiettiva. E perciò credo - son cortese di armi agli avversarii - non esserci che un solo modo di combattere seriamente il socialismo, ed è quello di provarsi a dimostrare come il sistema capitalistico abbia in sé - per ora almeno - tale indefinita forza di adattabilità, che tutti i movimenti proletarii si riducano in fondo a meteoriche agitazioni, senza mai formare un processo ascensivo, che importi da ultimo, con la eliminazione del salariato, anche quella di ogni dominio di classe. In cotesto intento critico-dimostrativo si riassume, per es., la forza della scuola del Brentano e i suoi seguaci. Ma questo non pare sia pane pei denti del signor Masaryk, il quale rivela tutta la sua inettitudine ad afferrare il nesso economico della materia che ha per le mani, proprio nel capitolo che dedica alla critica del sopravvalore (pp. 250-313).
Attraverso ad una rassegna bibliografica intorno alla vexata quaestio del divario fondamentale che correrebbe tra il I e il III volume del Capitale, l'A. viene a rigettare come inesatta la dottrina del valore-lavoro, e poi giù giù ad affermare, come Marx non potesse partire dal concetto della utilità, perché il suo obiettivismo estremo lo rendeva alieno dalla considerazione psicologica (!). Dichiara poi la sua opinione sul posto che l'economia dovrebbe occupare nel sistema delle scienze, data la dipendenza sua dai presupposti di una sociologia generale. Rigettato il concetto della economia in quanto scienza storica, riaccampa la pretesa di una scienza della economia, che, senza confondersi con l'etica, abbracci tutto l'uomo, e non soltanto l'uomo lavorante. Sofistica su la impossibilità di trovare una misura del lavoro, in quanto questo, alla sua volta, debba misurare il valore; e considera il sopravvalore come una escogitazione tratta dalla ipotesi costruttiva delle due classi in lotta fra loro. Per via di molti ripieghi scrive l'apologia del capitalista, in quanto è intraprenditore, cioè lavoratore e direttore; e, mentre si scaglia contro la classe parassitaria e contro il commercio ingannatore, postula un'etica la quale insegni a ciascuno la parte del suo dovere. Si compiace, da ultimo, che Marx abbia scoverta l'importanza sociale dei lavoratori minuti; sebbene sia caduto in quel discreto numero di spropositi, che il nostro autore va notando; come a dire, per es., la riduzione del lavoro complicato al lavoro semplice, e soprattutto la strana opinione di credere alle lotte di classe, mentre non c'è che lotta tra gli individui.
Ma se è cosa così facile il ridurre in polvere il materialismo storico, ma se le lotte di classe in quanto principio di dinamica storica non sono che la erronea generalizzazione di fatti male intesi, ma se l'aspettazione del comunismo è affatto utopistica, ma se le dottrine del Capitale sono di cosi patente erroneità, ma se tutti i fondamenti sono oramai distrutti, perché l'A. s'affanna poi a scrivere altre duecento pagine sul diritto, su l'etica, su la religione e così via, ossia su quei sistemi che chiama ideologici? A me sarebbe bastato, p. e., ciò che è detto a pagine 509-19, in una specie di pausa interposta alla rete fitta dei paragrafi, come per venire ad una certa maniera di giudizio finale, al quale poi, per difetto di stile, manca pur troppo la concentrazione del pensiero nella concisione degli enunciati. In questo tentato riassunto è come raccolta la caratteristica del marxismo, la qual cosa dà maggior risalto alla tesi dell'autore. - Marx (questo è il succo della caratteristica), segna l'estremo limite della reazione contro il subiettivismo, in quanto che per lui la natura è il prius e la coscienza non è che resultato, dunque obiettivismo positivo assoluto; per lui la storia è l'antecedente e l'individuo è il conseguente, dunque negazione assoluta dell'individualismo. La questione della conoscenza è puramente pratica. Tra natura dell'uomo e storia umana c'è perfetta equazione. Non c'è altra fonte di conoscenza dell'uomo, da quella in fuori che ci offre la storia. L'uomo è tutto in ciò che l'uomo fa. Di qui il fondamento economico di tutto il resto. Di qui il lavoro come filo conduttore della storia. Di qui la persuasione, che le varie forme sociali non siano, se non le forme varie della organizzazione del lavoro. Di qui la veduta del socialismo non più come di semplice aspirazione o aspettazione. Di qui il concetto del comunismo, non come di semplice sistema di rapporti economici, ma come di una innovazione di tutta la coscienza, oltre i limiti di tutte le presenti illusioni, e nell'assetto dell'umanesimo positivo. - Ma cotesto estremo obiettivismo s'infrange ora nel ritorno a Kant, ossia nel criticismo. Marx fu incompleto. Non seppe superare Hegel, non trovò l'espressione adeguata delle sue tendenze, ricadde nella romantica di Rousseau, invano si provò a districarsi da Ricardo e da Smith, dei quali tentò la critica, e rimase autore di un sistema incompleto. C'è in lui come una tragica filosofica. Fece servire a nuovi ideali le idee già vecchie, non seppe trovare altre molle al rivoluzionarismo, se non negl'impulsi all'edonismo, e per ciò rimase aristocratico ed assolutista nella sua passione rivoluzionaria.
Cotesti tratti, che sarebbero pennellate per chi disponesse della facoltà dello stile, questi tratti i quali possono farci avvertiti del come corra attraverso tutta la storia una continua gran tragedia del lavoro13, lasciano impassibile il nostro autore nella sua accademica pedanteria. Lui non contrappone concezione a concezione nel rapido sguardo di una nuova interpretazione dei destini umani, ma obietta solo in nome «della missione del nostro tempo a ritrovare una nuova sintesi delle scienze» (p. 513). - E qui di nuovo Hume e Kant, e la domanda: che è la verità? E poi si discorre della nuova neoetica, che deve discendere scientificamente alla critica della società. La nuova filosofia deve risolvere il problema della religione, che Marx credette d'aver superato, facendo di quella una forma illusionale. Il pessimismo è la nota dominante del nostro tempo.
Schopenhauer s'avvicinò in parte al vero, nel fare della volontà la radice del mondo. Gli fece da pendant Marx con la dottrina unilaterale del lavoro. Il marxismo ebbe il torto di rimanere negativo. «Il Capitale non è se non la trascrizione economica del Mefistofele del Faust» (sic! a p. 516 - e chi non mi crede vada a riscontrare!) Da ultimo sappiamo - se io ho ben capito - che nel ritorno a Kant, e nel declinare dello spirito rivoluzionario verso il parlamentarismo, consiste l'essenziale della crisi; ossia, l'inizio dell'epoca Masaryk nella storia del mondo.
Dunque Kant e il parlamento! Ma quale Kant? Quello della privatissima vita privata del signor Philister di Königsberg? - o quell'altro autore rivoluzionario di scritti sovversivi, che parve ad Heine un altro degli eroi della grande rivoluzione? E quale parlamento di ordinaria e
consuetudinaria fattura è chiamato a trasformare la storia? Diremo allora Kant e la Convenzione: - ma questa succedette alla rivoluzione, cioè allo sgretolamento di tutto un sistema sociale, alla rovina di tutto un ordinamento politico, allo scatenamento di tutte le passioni di classe... e basta. Il signor Masaryk, come professionista di sociologia accademica, ha il diritto di ignorare quella storia viva, agitata, impulsiva, passionata che piace a quegli altri mortali, i quali hanno il senso simpatetico della realtà umana; e può perciò comodamente adagiarsi nella persuasione che il periodo delle rivoluzioni è oramai sorpassato per sempre, e che siamo definitivamente entrati in quello delle lente evoluzioni, anzi nell'idillio della quieta e rassegnata ragione.
E torniamo pure al suo casellario.
La scorsa su la dottrina dello stato e del diritto (pp. 387-426) è rivolta principalmente a combattere la veduta secondo la quale quello e questo sono come delle formazioni secondarie e derivate per rispetto alla società in genere. Lo stato esiste dalle origini della evoluzione, ed esisterà sempre per ragioni che l'intelletto e la morale approvano (p. 405); e poi l'uomo «per naturale disposizione sua non solo comanda volentieri, ma si lascia anche comandare, e volentieri obbedisce». Le disuguaglianze naturali legittimano la gerarchia (p. 406). E sta bene! Ma dato ciò, perché affannarsi poi a dimostrare, che il diritto non è derivabile dalle condizioni economiche; a che pro spendere del tempo a combattere le dottrine egalitarie dell'Engels, e perché appellarsi alla solenne autorità del Bernstein (p. 409), che avrebbe rimesso in onore lo stato (figurarsi, proprio in un articolo della «Nene Zeit»!), come quella tal cosa che i socialisti non voglion più abolire, ma soltanto e semplicemente riformare? Ma gli è tanto facile di trovarsi d'accordo col volgare senso comune, il quale non si rifiuta di ammettere, precisamente come fa il nostro signor Masaryk, che vi sono disuguaglianze giuste e di quelle ingiuste (sic!). Magari ci desse lui la misura giusta!
Passo sopra al capitolo intitolato nazionalità ed internazionalità (pp. 426-65) - dove l'A., oltre a mostrarsi indignato per la slavofobia di Marx, fa delle utili osservazioni su quegl'impedimenti all'internazionalismo, i quali nascono spontanei dallo spirito nazionale - per fermarmi un poco su gl'insigni paradossi che pronuncia a proposito della religione (pp. 455-81). Qui ci si rivela qual vero decadente. Cattolicesimo e protestantesimo sono ancora fatti arcivivi, e decisivi inoltre sulle sorti del mondo! Anzi noi tutti siamo, o l'una cosa, o l'altra. Anzi tutta la filosofia moderna è protestante, e non c'è filosofia cattolica se non per nefas (e il vostro Comte?). In Marx c'è un elemento cattolico, non solo per aver egli adottato il socialismo francese, il quale è cattolico e repugna alla coscienza protestante, ma perché fu autoritario, nemico della individualità, internazionalista e seguace dell'obiettivismo assoluto (p. 476). Come la Rivoluzione Francese fu in gran parte un movimento religioso, così un che di religioso è implicito a tutto il socialismo contemporaneo. Qua e là s'accenna all'idea, che protestantesimo e cattolicesimo in un certo modo reciprocamente si completino; - e può darsi che l'A. pensi che si prepari ora nel socialismo la religione dell'avvenire, attesoché «la fede sia il più alto obiettivismo dell'uomo normale, e perciò ipso facto sociale; - ma l'obiettivismo di Marx è troppo bilioso» (p. 480).
Se la religione è perenne, se lo stato è immortale, se il diritto è naturale, figurarsi poi se l'etica (pp. 482-500) non debba essere supereterna. L'A. rivendica alla coscienza morale il carattere del dato indiscutibile ed immediato. Non mi soffermo a dichiarare come qualmente non occorra di essere né materialisti della storia, né materialisti semplici, per relegare tra le fiabe cotesta opinione infantile; e faccio perciò grazia all'A. delle citazioni degli articoli di riviste, nei quali i Bernstein, gli Schmidt e simili socialisti avrebbero rivendicate le ragioni dell'etica contro l'amoralismo di Marx (p 497). Taccio del socialismo per rispetto all'arte (pp. 500-8).
Per tutte coteste ragioni, leggendo ciò che l'A. scrive nella quinta sezione (pp. 520-85) intorno alla politica pratica del socialismo, trattandone in due capi, intitolati l'uno rivoluzione e riforma, e l'altro marxismo e parlamentarismo, ci si trova in presenza di un artefatto dottrinale della più bella specie verbalistica. Che il socialismo siasi venuto sviluppando, in questi ultimi cinquanta anni, dalla setta al partito, è cosa abbastanza nota. Che il comunismo imperativo e categorico di una volta, sia divenuto la democrazia sociale, gli è altrettanto risaputo. Che i partiti socialistici spieghino presentemente un'azione pratica varia e circostanziata, come gli è un fatto storico, gli è anche da parte loro come un fare la storia. Che in tutte coteste cose si commettano degli errori, e ci siano delle pratiche incertezze, gli è un fatto umanamente inevitabile: ma gli è anche vero, che, per intenderle coteste cose, bisogna pur viverci dentro, e con occhio e con senso da storico osserva tore. E che fa il signor Masaryk? Ma lui non vede che categoremi; - ed ecco come il passaggio è tutto dal rivoluzionarismo sistematico alla negazione della possibilità di qualsiasi rivoluzione, dal romanticismo all'esperienza, dall'aristocrazia rivoluzionaria all'etica democratica, dall'imperativo categorico all'empirismo, dall'obiettivismo puro all'autocriticità, dal Titanismo al non so che cosa, ma si sa solo che «Faust-Marx diventa elettore» (p. 562). Fortunati voi elettori socialistici che completate Goethe! - E poi ecco qui uno specioso metodo: assumere la persona di Marx (del quale non so perché l'A. dica d'ignorare la biografia! p. 517) come indefinitamente prolungata attraverso tutti gli atti e tutte le manifestazioni dei partiti e della stampa socialistica, e metter poi a carico del marxismo del signor Carlo Marx, come fossero i ravvedimenti e pentimenti suoi proprii, le parole e gli atti di tutti gli altri. Ma pare che la Nemesi sia giunta - perché quel benedetto Marx volle essere troppo diverse cose ad un tempo stesso, e cioè filosofo tedesco e rivoluzionario latino, protestante e cattolico, - e la vendetta del protestantesimo è poi venuta (p. 566), cosicché gli è qui il definitivo motto della crisi, gli è qui il senso schietto del nuovo 9 Termidoro di Massimiliano Carlo Robespierre Marx.
Non varrebbe la pena di seguire l'A. là dove va racimolando in tutta la stampa socialistica, e negli atti dei partiti, le prove della dissoluzione del marxismo per opera dei marxisti, che sarebbero come un Marx prolungato. La tesi è che il socialismo diventa costituzionale. Per la tesi tutto è buono, anche l'invocare la testimonianza di E. Ferri, il quale avrebbe detto, non so veramente dove, che la repubblica è un privato interesse dei partiti borghesi. Dunque niente repubblica! E la speranza dell'A. è questa, «che, perdendo il socialismo i caratteri acuti dell'ateismo, del materialismo e del rivoluzionarismo, si venga in fin delle fini ad un verace democratismo, il quale acquisti le proporzioni di una universale concezione della vita e del mondo. La politica di così fatto democratismo sarebbe la vera politica della vita e del mondo, una politica sub specie aeternitatis» (p. 585). Ed io, per parte mia, confesso di non capirci nulla.
Ho seguito, con insolita premura e pazienza - stante che il genere delle mie occupazioni mi tolga il modo di leggere un solo libro tutto d'un fiato - le 600 pagine del signor Masaryk. Ne ebbi una viva curiosità al primo annunzio. S'era tanto parlato e sparlato di crisi del marxismo da così gran numero di persone di media ed infima, e, quasi sempre, incongrua coltura, che mi parve ci dovesse esser molto da apprendere dall'opus magnum dell'autore della nuova parola d'ordine della scienza sociale. La delusione che n'ho provata resulta da ciò che son venuto fin qui notando.
Certo che il signor Masaryk non ha niente che vedere con le varie specie di professionale ignoranza e di audace gherminelleria, le quali han fatto fiorire, in poco d'ora, tanti critici definitivi del socialismo in questo nostro felice paese, ove vegetano tante sorti di anarchismo morale ed intellettuale. Non c'è di comune tra l'autore di cui mi occupo e cotesta così detta crisi del marxismo in Italia, niente altro dall'etichetta in fuori, e cotesta etichetta è giunta
da noi certamente per via della stampa francese.
L'onesto e modesto intento del Masaryk fu soltanto quello di recitare l'elogio funebre del marxismo, proprio in nome di un'altra filosofia. La materia da criticare l'ha raccolta in note di paziente e minuta elaborazione; e in nome di che e a quale intento la critica sia stata poi da lui condotta, apparisce chiaro da tutto il contesto, e perfino dal tono dimesso ed equanime. La questione sociale è un dato - il socialismo è anch 'esso un dato - socialismo e marxismo oramai fanno uno (l'autore ripete ciò più volte, e mi pare che sbagli di grosso), ma la questione sociale deve avere soluzioni diverse da quelle aspettate dal socialismo-marxismo; dunque ritocchiamo, rifacciamo, sconvolgiamo la Weltanschauung, che sta a base del marxismo, e giacché gli stessi marxisti, o quasi, ne ridiscutono, entriamo da arbitri nella crisi.
Ciò che il Masaryk, proprio lui, veramente voglia in pratica, lo sapremo forse meglio un'altra volta; ed io confesso, che, per parte mia, non mi struggo dal desiderio di saperlo. Ma questa lettura mi ha fatto ripensare a tutto un secolo di storia delle idee.
Il positivismo, dalle sue origini è stato sempre alle calcagna e socialismo. Ideologicamente le due cose nacquero, quasi a un tempo, nella mente indistintamente geniale di Saint-Simon. Furono come il complemento, per antitesi, dei principi della Rivoluzione. La opposizione fra i due termini si venne svolgendo nella variopinta discendenza saint-simoniana; e a un certo punto il Comte divenne il rappresentante della reazione (aristocratica, direbbe il Masaryk), che dispensa agli uomini, nel quadro fisso del sistema, il posto e la destinazione, in nome della scienza classificativa ed onnisciente. A misura che il socialismo è diventato la coscienza della lotta di classe per entro all'orbita della produzione capitalistica, e a misura che la sociologia, più volte mal tentata, s'è venuta consolidando nel materialismo storico, il positivismo, da erede infedele dello spirito rivoluzionario s'è chiuso nell'orgoglio della sovraeminente classificazione delle scienze, che disprezza il concetto materialistico della scienza stessa, come di cosa mutabilmente consona al variare delle condizioni pratiche, ossia del lavoro. Masaryk è un uomo troppo modesto per rimettere in iscena il papato scientifico del Comte, ma è abbastanza professore per credere ancora alla Weltanschauung, come a un qualcosa di sovrastante alla questione sociale degli umili lavoratori. Giratela e voltatela quanto e come volete, c'è nel professore un che sempre del prete, che crea l'iddio che poi adora, sia esso il feticcio, o l'ostia consacrata.
E ora possiamo dire d'aver capito.
Avrei la tentazione di citare qui alcuni luoghi dei miei scritti, dai quali resulterebbe chiaro in che stia il divario tra la critica e la crisi. Ma al punto dove son giunto mi pare che basti.
Come la politica non può essere se non la interpretazione pratica e fattiva di un dato momento storico, oggi appunto il socialismo ha innanzi a sé - parlo così per le generali, e senza tener conto delle differenze che corrono fra i diversi paesi - questo problema veramente intricato e difficile: che esso, cioè, mentre deve rifuggire dal perdersi nei vani tentativi di una romantica riproduzione del rivoluzionarismo tradizionale (ossia, direbbe Masaryk, deve rifuggire dalla ideologia!), deve anche guardarsi nello stesso tempo da quei modi di adattamento e di acquiescenza, che, per le vie delle transazioni, lo farebbero come sparire nell'elastico meccanismo del mondo borghese. Gli è il desiderio, la aspettazione, la speranza di tale acquiescenza da parte del socialismo, che hanno indotto di recente tanti e tanti portavoce dell'ordine sociale presente a dare una straordinaria importanza alle ovvie polemiche letterarie del partito, e cosi gran peso al modesto libro del Bernstcin, che fu elevato di botto agli onori di un sintomo storico14. In questo fatto è la caratteristica e la condanna, ad un tempo, così di quel libro, come di tante altre manifestazioni affini: ma il signor Masaryk in tutto ciò non c'entra nulla. Il Masaryk, da professore in esercizio, ha fatto della filologia attraverso alla carta stampata.
Roma, 18 giugno 1899