Carlo Goldoni
L'adulatore

A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR ANTONIO VENDRAMIN NOBILE PATRIZIO VENETO

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A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR

ANTONIO VENDRAMIN

NOBILE PATRIZIO VENETO

 

 

Fra i benefizi ch’io riconosco dalla Provvidenza, singolarissimo è quello onde mi fu concesso poter servire l’E. V. Cavaliere benignissimo, pieno di merito e di virtù, che alla grandezza del sangue accoppia mirabilmente le più belle doti dell’animo.

V. E., Padrone di un antico, spazioso, accreditato Teatro, e di una compagnia di Comici valorosi, ha scelto me per Componitore di cose nuove; mi ha per dieci anni avvenire onorato di cotal carico, fidandosi ch’io possa (in questi nostri giorni, in cui si è reso il Popolo oltremodo difficile ad esser soddisfatto) sostenere l’onor delle Vostre Scene e quello degli Attori Vostri. Un non so che avete Voi, Eccellentissimo Signore, di affabile e di gentile, che obbliga ciascheduno ad amarvi, e fa desiderare a chi che sia di servirvi: ciò mi ha convinto ad essere cosa Vostra, molto più di quell’annua pensione, che Voi mi avete generosamente accordata, poiché giudico io non darsi piacer maggiore in chi serve, oltre quello di avere un Padrone amabile. Quantunque però conoscessi il gran bene, che da Voi mi veniva offerto, ebbi il coraggio di rinunziarvi per fare un sagrifizio all’amicizia, alla convenienza, e a certa mia medesima predilezione.

V. E. mi ha dato i più efficaci segni di benignità, di amore, alloraché penando io a distaccarmi da quella Compagnia Comica, per cui aveva cinque anni sudato, seppe in me compatire le mie onestissime convenienze, diè tempo ad altri di vincolarmi; e allora a braccia aperte mi accolse, quando forse, per il lungo stancheggio, avrebbe potuto ragionevolmente scacciarmi.

Volle il destino ch’io godessi una tal fortuna, e voglio credere che Iddio, il quale vedeva la sincerità delle mie intenzioni, abbia voluto premiarle, concedendomi un bene, che io mi credeva in debito di ricusare. Faccia Iddio parimenti, che vaglia io a corrispondere al dover mio, alle grazie Vostre, all’espettazione del Mondo. Questa, confesso il vero, mi reca qualche apprensione. Da un uomo, che in cinque anni ha dato al Pubblico una sì lunga serie di Comiche Rappresentazioni, alcuni aspetteranno assai più, altri crederanno non poter attendere cosa buona. I primi, fondati sulla ragione che l’arte si coll’uso; i secondi, sul fondamento che l’intelletto dell’uomo abbia tanto più facilmente ad isterilirsi, quanto più rapidamente si è affaticato. Può essere l’uno e l’altro; né io medesimo saprei decidere una tal questione, la quale sarà poi sciolta dall’avvenire. Se fidarmi volessi d’un certo spirito, che mi anima, di un certo fuoco, che mi rende sollecito a digerire una moltitudine di nuove idee, che mi si affollano in mente, spererei darla vinta a quelli che in me avvantaggiosamente confidano. Tuttavolta niente più abborrisco di una temeraria prosunzione. Capisco benissimo quanto difficile sia il piacere ad un Pubblico, soggetto anche a stancarsi e a pretendere la novità delle opere e degli Autori. Preveggo purtroppo le avversità degli emuli, le persecuzioni dei malcontenti, ma sordo mi propongo di essere a qualunque voce ingiuriosa degli appassionati nemici, bastandomi che l’E. V. in me riconosca l’ardente brama che ho di servirla, e di corrispondere, per quanto a me sia possibile, alle infinite grazie ch’Ella si degna di compartirmi. Per un primo attestato dell’umilissima servitù mia, offerisco e dedico all’E. V. questa Commedia, che ha per titolo l’adulatore, ma quel che le oferisco e dedico con maggior animo, egli è tutto me stesso. Voglia il Signore, che quanto al mio talento di produr fia concesso, tutto in di Lei pro sia prodotto, e morirò glorioso bastantemente, se finirò i miei giorni, siccome io spero, in di Lei servigio, protestandomi con profondo ossequio

 

Di V. E.

Umiliss. Divotiss. ed Obbligatiss. Serv.

Carlo Goldoni


 


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