Carlo Goldoni
La buona famiglia

ATTO SECONDO

SCENA SECONDA

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SCENA SECONDA

 

Anselmo e detti.

 

ANS. È ora di desinare? (Fabrizio e Costanza lo salutano, senza dir niente) Che c'è, figliuoli? Che è accaduto di male? Oimè, dov'è Cecchino? (a Fabrizio)

FABR. Credo che Nardo sarà andato a prenderlo dalla scuola.

ANS. Isabellina dov'è? (a Costanza)

COST. Nella mia camera, che lavora.

ANS. È accaduto niente di male?

COST. Niente, signore.

FABR. Niente.

ANS. Ma io mi sento morire a vedervi così. Qualche cosa ci ha da essere certo. Siete corrucciati, figliuoli? Perché mai? In tanti anni che siete marito e moglie, quest'è la prima volta che vi vedo in un'aria che mi pare sdegnosa. Vi sentite male? (a Fabrizio)

FABR. Non signore, per grazia del cielo.

ANS. Vi sentite male voi? (a Costanza)

COST. Ah! (sospira, voltandosi verso Fabrizio)

ANS. Eh, il cuor me lo dice. Siete in collera, avete gridato. Per carità, se mi volete bene, palesate a me la cagione del vostro dispiacere, del vostro sdegno. Cari figliuoli, non mi date questo tormento. Sapete quanto vi amo; mi si stacca il cuore.

COST. Io, signore, sono la rea, e vi confesserò la mia colpa. Ho prestato cento scudi alla signor'Angiola sopra alcuni diamanti, mossa dalle sue preghiere, e l'ho fatto senza dirlo né a voi, né a mio marito. Domando perdono a tutti e due, e vi prometto in avvenire di non prendermi più una simile libertà. (piangendo)

ANS. Vi è altro, Fabrizio, che questo?

FABR. Poteva dirlo, e non dare a divedere... che ella... (con qualche lagrima)

ANS. Vi ha maltrattato per questo? (a Costanza)

COST. Mi ha rimproverato... e quando penso... che mai più...

ANS. Via, acchetatevi; non piangete per così poco: non vi affliggete per un sì leggiero motivo. Fabrizio non ha tutto il torto a pretendere che vogliate mostrare quest'umile dipendenza da lui, che sapete quanto vi ama, e che non è capace di negarvi una giusta, onesta soddisfazione. Non lo fa egli per li cento scudi; e non lo farebbe se fossero anche meno sicuri di quel che sono; ma io so il suo dispiacere: è geloso del vostro affetto, e dubita che in faccia di quella donna siate comparsa meno amante di quel che siete. Ma voi, caro figliuolo, per un dispiacere così leggiero, perché mortificare una consorte che ha per voi tanto amore e tanto rispetto? Non siamo infallibili in questo mondo. Siamo tutti soggetti ad errare, e il cuore si attende nelle operazioni, non l'effetto che ci rappresentano agli occhi. Via, siate men rigoroso. E voi, cara, non vi doletefieramente d'un leggiero rimprovero ch'ei vi possa aver dato. Questo vuol dire non aver mai avuto motivo di dolersi l'uno dell'altro; un picciolo neo vi agita, vi conturba. Venite qui; accostatevi; voglio che facciate la pace; e presto fatela, prima che ritorni a casa Cecchino; prima che se ne avveda Isabella; prima che sappiasi dalla servitù. Datemi la vostra mano. (a Costanza) Fabrizio, la mano. Se mi volete bene, pacificatevi, abbracciatevi, consolatemi per carità.

COST. Vi domando perdono. (a Fabrizio)

FABR. Ed io a voi, cara.

ANS. Via, via, stiamo allegri; che non si pianga più; che più non vi sieno dissensioni, dispiaceri, contese. Pace, pace; sia benedetta la pace. Questa sera dunque verrà il compare, il dottore e lo speziale, che già loro l'ho detto, e staremo in buona compagnia con quegli uomini veramente da bene; e dopo la merenda, voglio che facciamo una burla allo speziale. So ch'egli ha un fiasco di vino buono, voglio che in compagnia andiamo a beverglielo tutto; e han da venire Cecchino e Isabellina, e voglio che si stia allegramente, sì, allegramente.

COST. Oh signore, Isabellina non l'ho condotta mai fuori di notte.

ANS. Verrà con me; le darò mano io; e se alcuno la vorrà nemmeno guardare, gli farò il grugno io. Oh, ecco il nostro Cecchino.

 

 

 


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