Carlo Goldoni
La buona famiglia

ATTO SECONDO

SCENA UNDICESIMA

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SCENA UNDICESIMA

 

Angiola, poi Fabrizio

 

ANG. Me l'ha fatta lo sciagurato. M'ha impegnato il gioiello cogli spilloni. Manco male che li ha dati in mano d'un galantuomo. So ch'egli è un uomo tanto civile, che sentirà volentieri le mie ragioni. Chi sa che non mi riesca di riavere le gioje, con buona maniera, senza il denaro. Finalmente sono mie le gioje, e da mio marito può farsi rimettere li dugento scudi.

FABR. Che mi comanda la signor'Angiola?

ANG. Perdoni se son venuta ad incomodarla.

FABR. In che la posso servire, signora?

ANG. Ho necessità di discorrere seco lei un poco.

FABR. Ed io qui sono per ascoltarla. S'accomodi. (la fa sedere)

ANG. Ma se ha qualche affar di premura, che io le interrompa, me lo dica liberamente. (sedendo)

FABR. Niente, signora, non ho alcuna faccenda ora.

ANG. Favorisca seder ella pure.

FABR. Non importa; sto bene in piedi.

ANG. In verità mi soggezione. M'alzo anch'io dunque.

FABR. Via, per compiacerla, sederò.

ANG. So che stamattina è stato da vossignoria mio marito.

FABR. Sì signora, è vero.

ANG. E gli ha portato certe gioje in pegno per dugento scudi.

FABR. Verissimo.

ANG. Pare a lei, signor Fabrizio, che sieno queste azioni onorate d'un marito, che va a impegnare le gioje della consorte?

FABR. Per me non saprei; ma direbbe il signor Raimondo: pare a voi che sieno azioni buone di una moglie, che va a impegnare i pendenti e gli anelli, senza licenza di suo marito?

ANG. Chi ha detto a voi, che tali cose sieno da me state impegnate?

FABR. Stupisco che me lo domandiate, signora; non ha la moglie da comunicare al marito le azioni sue? Non ha tardato un momento a dirmelo la signora Costanza.

ANG. (Bacchettonaccia del diavolo! così mantiene la sua parola?) (da sé)

FABR. Ma tanto io che mia moglie siamo persone oneste, e non v'è dubbio che dalla bocca nostra si sappia.

ANG. Ne son certissima. Conosco bene il carattere del signor Fabrizio: un uomo che si può dire il ritratto della bontà e della gentilezza.

FABR. Oh signora, non dica tanto.

ANG. Tutti quelli che hanno avuto l'incontro di trattare con voi, non si saziano di lodare la vostra gentil maniera.

FABR. La prego; so che non merito...

ANG. Ed io non ho mai avuto questa fortuna, che la desiderava tanto.

FABR. In che la posso servire?

ANG. E ora trovo anche più in voi di quello mi fu dagli altri rappresentato.

FABR. (Principia un poco a seccarmi). (da sé)

ANG. Se il cielo mi avesse dato un marito di questa sorte, felice me!

FABR. Signora, alle corte: io non son fatto per tali ragionamenti. Se qualche cosa da me le occorre, mi dica il piacer suo, e lasciamo da parte le cerimonie.

ANG. (È un poco ruvido veramente; lo piglierò per un'altra parte). (da sé)

FABR. (Le ho sempre odiate le adulazioni). (da sé)

ANG. Signore, voi sarete ben persuaso, che il gioiello datovi in pegno da mio marito, ed i spilloni ancora, son gioje mie, sopra di che il marito non ha dominio veruno.

FABR. Anzi, signora mia, son persuaso al contrario; e credo fermamente, che di tutto ciò che ha la moglie, possa il marito disporre.

ANG. Sarà dunque in libertà del marito di rovinare affatto la moglie?

FABR. Io, compatitemi, distinguerei vari casi. Se il marito è savio, e la moglie no, può il marito dispor di tutto; se la moglie è savia, e il marito no, si fa in modo che non possa il marito dispor di niente. Ma se tutti due mancano di saviezza, fanno a chi può far peggio, né si possono fra di loro rimproverare gli arbitrii.

ANG. Fra queste tre classi così politamente distinte, in quale sono io collocata, signor Fabrizio?

FABR. Non istà a me il giudicarlo, signora.

ANG. Ma se il marito mio, secondo voi, può disporre, io non sarò la savia.

FABR. Guardimi il cielo, ch'io mi avanzassi a dir cosa che vi potesse offendere.

ANG. Non mi offendo di niente io. Da voi ricevo tutto per amicizia. Ma, caro signor Fabrizio, mettetevi le mani al petto: mio marito ha impegnato la roba mia, e la roba mia che ho portato in dote, non me la può impegnar mio marito; e voi, se siete quell'uomo onesto che vi decantano, conoscerete che ragion vuole ch'io le riabbia.

FABR. Un tale articolo si potrà esaminare; ma intanto, per riavere le gioje, signora mia, avete voi portato i dugento scudi?

ANG. Per ricuperare la roba mia, mi sarà d'uopo sborsar danaro?

FABR. Non decido chi lo debba sborsare; ma senza questo, le gioje non esciranno dalle mie mani.

ANG. Via, signor Fabrizio, siate meco un poco più compiacente. Che vi ho fatto io, che mi guardate di sì mal occhio? Alla fin fine, se ora non volete darmi le gioje mie, pazienza. Non vi perderò per questo la stima, né sarò grata alla vostra casa meno di quello ch'io debba essere, per il bene che ne ho ricevuto. Mi cale sopra tutt'altro la vostra grazia, l'amicizia vostra; non parliamo più di melanconie; ho bisogno anch'io di sollevarmi un poco. Caro signor Fabrizio, non v'incresca di far meco un po' di conversazione. Accostiamoci un pocolino. (s'accosta colla sedia)

FABR. (S'alza) Se non avete altro da comandarmi, ho qualche cosa che mi sollecita a dipartirmi, signora mia.

ANG. (S'alza) Volete ch'io ve la dica, come l'intendo? Siete assai scompiacente, signor Fabrizio, e vi conosce poco dunque chi predica la vostra docilità.

FABR. Signora, io non fo la corte a nessuno. Chi mi vuole, mi pigli; chi non mi vuole, mi lasci.

ANG. E come volete che chi vi vuole, vi pigli, se da chi vi si accosta, fuggite?

FABR. Compatitemi, veggo Nardo che mi vorrebbe dir qualche cosa. (guardando verso la scena)

ANG. E con questa buona grazia mi licenziate? S'io non volessi andarmene, che direste?

FABR. Direi che vi accomodaste a bell'agio vostro. Permettetemi ch'io vada a intendere, che cosa il mio servitore ha da dirmi.

ANG. Mi lascierà qui sola con questa magnifica civiltà?

FABR. (Eh, mi farebbe impazzare se le badassi). (da sé) Nardo, venite qui.

 

 

 


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