Carlo Goldoni
La buona famiglia

ATTO SECONDO

SCENA QUATTORDICESIMA

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SCENA QUATTORDICESIMA

 

Fabrizio, Raimondo e Nardo

 

FABR. (Poh! qual demonio mi ha condotto in casa costoro?) (da sé) Chi è di ? Chi mi vuole?

RAIM. Sono io, signore. Scusate, se torno ad incomodarvi.

FABR. Scusate voi, se vi ho fatto un poco aspettare. Aveva un affar tra' piedi, che m'inquietava.

RAIM. Non sarà forse minore l'inquietudine che provo io; ditemi, signore, in grazia, da quell'uomo onesto che siete: è egli vero, che la signora vostra abbia prestati alla moglie mia dei denari sopra di alcune gioje?

FABR. È verissimo. Cento scudi le ha dato.

RAIM. E queste gioje in che consistono?

FABR. Parmi che m'abbian detto in un paio di pendenti e in un anello, io credo.

RAIM. Non le avete vedute voi queste gioje?

FABR. Non le ho vedute. Mia moglie volea mostrarmele, ma quello che ella fa, è ben fatto, né mi son curato vederle.

RAIM. Che dite, eh, della signor'Angiola? Può darsi sfacciataggine maggiore di una moglie senza rispetto?

FABR. Dite piano, signor Raimondo.

RAIM. In che averà ella impiegati li cento scudi? Voglia il cielo, che ciò non sia con vergogna nostra.

FABR. Ma non diteforte.

RAIM. Lasciatemi sfogare. Qui non c'è nessun che mi senta.

FABR. Ci potrebbe essere qualcheduno che vi sentisse.

RAIM. Questo poco mi premerebbe. Così ci fosse Angiola stessa, che le vorrei dire in faccia pazza, sciagurata, viziosa.

FABR. Signore, se non cambiate discorso, io me ne vado.

RAIM. Vorrei un piacere da voi.

FABR. Comandatemi.

RAIM. Che mi faceste vedere le gioje che colei ha lasciato in pegno, per riconoscerle se sono desse.

FABR. Volentieri. Nardo. (chiama)

NAR. Signore.

FABR. Tenete questa chiave. Aprite per codesta parte. Andate dalla padrona, ditele che si contenti mandarmi quel paio di pendenti e quell'anello che ebbe questa mane da custodire.

NAR. Sì signore. (parte, poi torna)

FABR. Vedete? Voi dicevate forte, ed il servitore sentiva.

RAIM. Credetemi che poco preme. Le pazzie di mia moglie sono oramai famose. Tutti sanno ch'ella è una testaccia del diavolo.

FABR. (Raschia forte, perché Angiola non senta) Ma io, compatitemi, non voglio sentire parlar così.

RAIM. Credetemi, non trovo altro sollievo che lo sfogarmi un poco.

FABR. Ma in casa mia non lo fate.

RAIM. Quando penso ch'ella tende a precipitarmi...

FABR. Via, via, ecco il servitore colle gioje.

NAR. Signore, ho cercato la padrona per tutto, e non la trovo.

FABR. Non c'è nella sua camera?

NAR. Non c'è. Ne ho domandato a Lisetta, e pare lo sappia, e non voglia dirmelo.

FABR. Che novità è questa? Vo' un po' vedere io. Con licenza; ora torno. (Ehi, badate ch'egli non entrasse nello studiolo). (piano a Nardo)

NAR. (C'è l'amica, eh?) (piano a Fabrizio)

FABR. (Sì, povera sventurata! Ha soggezione di suo marito... Vi racconterò la cosa com'è...) (a Nardo) (Non vorrei ch'egli sospettasse... Oh, sono pure il male imbrogliato). (da sé e parte)

 

 

 


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