Carlo Goldoni
La buona famiglia

ATTO TERZO

SCENA DICIASSETTESIMA

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SCENA DICIASSETTESIMA

 

Angiola, Raimondo e detti

 

ANG. Che novità c'è della roba mia?

RAIM. Signore, io sono il padrone di casa, e spetta a me il dominio delle cose...

ANS. Favorite acchetarvi, signori miei, che qui non siete venuti per mettere a soqquadro la casa nostra. Ecco le gioje, che voi e voi date avete in ipoteca a mio figlio, a mia nuora. Presso di loro non devono e non possono rimaner più. Sono passate nelle mie mani, e dalle mie, salvate le debite convenienze, passeranno alle vostre. Quali esser devono le convenienze che da noi si esigono? I cento scudi? I dugento scudi? No, no, e poi no. Queste maledette gioje hanno seco la mala peste, portatele vosco, non le vogliamo più.

RAIM. e ANG. (Allungano tutt'e due le mani per prendere le gioje)

ANS. Adagio un poco: il contagio vi fa poca paura, per quel ch'io vedo. La prima convenienza. A chi di voi s'avrebbono a consegnare?

ANG. Sono di ragione della mia dote.

RAIM. Io sono marito. Il padrone son io.

ANG. Non s'è mai sentito, che possa il marito disporre delle gioje della consorte.

RAIM. Sì signora, si è sentito e si sentirà.

ANG. Spettano a me, dico.

RAIM. A me sostengo io che spettano.

ANS. Non aspetteranno a nessuno, se fra di voi non vi accomodate.

ANG. Mi neghereste i pendenti e l'anello da me in questa casa portati?

RAIM. E non avrò io il gioiello? Non averò i spilloni?

ANS. Tutto averete, accomodati che siate fra di voi due.

RAIM. Per me mi contento della parte mia.

ANG. E io sarò cheta colla mia porzione.

ANS. Sia ringraziato il cielo! A ciascheduno la quota sua. Eccovi soddisfatti. (mostra le gioje)

RAIM. e ANG. (Allungano le mani nuovamente)

ANS. Adagio, che non sono terminate le convenienze. Ove sono i cento scudi? ove sono i dugento?

RAIM. Che occorreva che ci mandaste a chiamare?

ANG. Ci avete fatto venir qui per vederle?

COST. Caro signor suocero, liberatemi da un tal fastidio.

FABR. Io non ne posso più, signore. (ad Anselmo)

ANS. Flemma anche un poco. (a Costanza e Fabrizio) Non si chiedono da voi né i cento, né i dugento scudi: ma cosa che a voi costa meno, e per noi può valere assai più. Volete le gioje vostre? (ad Angiola)

ANG. Se me le darete, le prenderò.

ANS. Voi le volete? (a Raimondo)

RAIM. Perché no, signore, nello stato in cui sono?...

ANS. Rispondetemi a tuono. La vostra sincerità può essere il prezzo del ricupero delle gioje vostre. Signor'Angiola, che faceste, che diceste voi nella camera di mio figliuolo?

ANG. So che volete dire. Perdonatemi, signor Fabrizio se trasportata dalla miseria, ho usato con voi dell'arte per ricuperar le mie gioje. Consolatevi voi, signora Costanza, d'aver un marito il più savio, il più amoroso del mondo; e perdonatemi, se per un po' di spirito di vendetta, per aver voi manifestato lo sborso fattomi dei cento scudi, ho tentato l'animo dello sposo vostro: cosa che ora m'empie di confusione, e mi sarà di perpetuo rimorso al cuore.

COST. Credetemi, l'ho palesato senza intenzione di farlo.

FABR. E voi, Costanza mia, avete potuto di me pensare?...

COST. E voi, caro consorte, avete giudicato che il signor Raimondo...

RAIM. No, amico, non fate così gran torto alla moglie vostra. Ella mi ha ricevuto per la insistenza mia di voler seco discorrere sulle gioje affidatele da mia consorte. Confesso aver fatto un po' di esperienza, così per semplice curiosità, sul carattere del di lei cuore; e l'ho trovata onesta a tal segno, che a una parola sola equivoca e sospettosa partì sollecita, e si scordò fino la civiltà per la delicatezza d'onore.

FABR. Queste curiosità non si cavano nelle case de' galantuomini... (a Raimondo)

ANS. Basta così. Siete voi persuaso della probità illibatissima di vostra moglie? (a Fabrizio)

FABR. Ah sì, signore, mi pento de' miei temerari sospetti.

ANS. E voi siete contenta del marito vostro? (a Costanza)

COST. Così egli perdoni le debolezze mie, com'io son certa dell'amor suo.

ANS. Lode al cielo. Amici, ecco il tempo di ricuperare le gioje. (fa mostra di volerle dare)

ANG. e RAIM. (Allungano le mani per pigliarle)

ANS. Piano ancora che terminate non sono le convenienze. Quello che detto ci avete, è il prezzo della ricupera. Ci vuol l'interesse ancora: e l'interesse sia una promissione fortissima di favorirci per grazia di non venire né l'uno, né l'altro, mai più da noi.

ANG. Sì signore, vi servirò.

RAIM. Giustamente; ve lo prometto.

ANS. Capisco che le indigenze vostre v'inducono a sperare d'averle senza il contante; e qualche merito si è acquistata la confessione vostra e la vostra rassegnazione. Fabrizio, lasciatemi spender bene dugento scudi. Costanza, cento scudi li avanzate da me. Amici, eccovi le gioje vostre. ( i pendenti e l'anello ad Angiola, e le altre gioje a Raimondo, i quali se le prendono avidamente) Se qualche piacere vi reca un atto prodotto dall'amor mio verso la mia famiglia, il quale torna in profitto vostro, vi chiedo ora una grazia. (ad Angiola e Raimondo)

RAIM. Comandate, signore.

ANG. Che non farei per un uomo della vostra bontà?

ANS. Prima di escire di questa casa, pacificatevi fra di voi; trattatevi con amore; e fatemi sperare che l'esempio nostro vi faccia un po' più conoscere i doveri dello stato coniugale, e della vita onesta e civile.

ANG. Caro marito, imparate dal signor Anselmo, dal signor Fabrizio.

RAIM. Cercate voi d'imitare la signora Costanza.

ANS. A voi, cari, non ci sarà bisogno d'insinuare... (a Costanza e Fabrizio)

COST. Caro marito, compatitemi.

FABR. Consorte mia, vi domando perdono. (s'abbracciano piangendo)

ANS. Fate lo stesso voi altri ancora. (ad Angiola e Raimondo)

RAIM. Prendete, sposa, un abbraccio. (ad Angiola)

ANG. Sì, marito; con tutto il cuore. (Son tanti mesi che non è passato fra noi un simile complimento). (da sé)

ANS. Oimè! non posso più. A desinare. Chi è di ?

 

 

 


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