Carlo Goldoni
La buona moglie

A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR NICCOLA BEREGAN PATRIZIO VENETO

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A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR

NICCOLA BEREGAN

PATRIZIO VENETO

Mi sia permesso, Eccellentissimo Signore, di presentarmi per chiedervi quel favore che benignamente mi fu conceduto dagli altri miei Padroni. Soffrite ch’io dia fregio col vostro nome ad una delle povere mie Commedie. Questa permissione io vi supplico d’accordarmi, ond’io possa significare a voi ed agli altri quell’interno senso d’ossequiosa riconoscenza ch’io vi professo, e che mi ricorda sempre quelle tante gentilezze, che con proprio onore riportai dalla vostra bontà, e per cui questa ancora all’altre vorrete aggiungere graziosamente.

Io protesto di conoscere quanto siate per iscostarvi dal vostro rigoroso genio di pensare, se chiedendovi umilmente di poter farlo, vorrete usar meco la distinzione di compiacermi, ma non temete, Eccellentissimo Signore, ch’io sia per abusarmene e farvi con ciò dispiacere. So quanto ad un certo genere di officiosità, sebben sincere e dovute, si opponga la vostra modestia; so quanto seriamente vi siete spiegato alle occasioni di non voler significazioni espresse di lode, e quanto nell’ordine delle qualità umane amiate più di possederle che di farle apparire. Prometto però, Eccellentissimo Signore, d’obbedirvi, non seguirò il comun uso, non uscirò dal dover mio; se fornito siete di rari talenti, se i vostri studi, se la poesia, la storia, l’erudizione, se i più vasti e più gravi argomenti sopra de’ quali e così facilmente e tanto ordinatamente avete impreso di scrivere, non sono che un vostro sollievo, una disposizione dell’ore d’ozio e di riposo, che vi si permettono dalle pubbliche vostre incombenze, se all’uso della civile prudenza e della privata consuetudine unite felicemente i più veri caratteri del Cavaliere e del Cittadino: io lascierò tutte queste immagini, impresse come elle sono perfettamente nell’animo di chiunque ha l’onore di conoscervi, e degli amici vostri singolarmente, che ne sono gli ottimi conoscitori, né mi farò lecito d’appressare la mano a quel velo, con cui così gelosamente volete voi ricoprirle.

Io però che mi confesso non abituato a così fino e squisito modo di pensare, non senza interno rincrescimento mi adatto a nascondere altrui in questo incontro quanto sia pregevole per le sue tante e così distinte condizioni quell’ Padrone, che si degna di riguardarmi con benignità e con amore. Accerto l’E. V. che solo in qualche parte mi consola l’ubbidienza che le presto in tal congiuntura. Accordatemi però, Eccellentissimo Signore, il favore che umilmente vi chiedo, e permettetemi ch’io possa, lo dirò semplicemente, porre in fronte ad una delle mie Opere il vostro veneratissimo nome, concedendomi ch’io vi baci devotamente le mani.

Di V. E.

 

Torino, li 8 di Maggio 1751.

Umiliss. Devotiss. ed Obbligatiss. Serv.

Carlo Goldoni


 


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