Carlo Goldoni
La buona moglie

LETTERA DELL’AUTORE AL BETTINELLI

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LETTERA DELL’AUTORE

AL BETTINELLI

 

Scrittagli da Torino l’anno 1751, mandandogli la presente Commedia.

 

Intorno alla presente Commedia intitolata la Bona muggier, o sia Buona moglie, non ho a dirvi forse di più di quello che già vi dicessi intorno alla Putta onorata, da cui questa ha un’intera e naturale dipendenza. Nasceranno le difficoltà medesime per li vocaboli Veneziani, e con le stesse poche dichiarazioni potranno in parte essere spianate. Usata una tale diligenza, forse accaderà che leggendola questa sia più gradita dell’altra, perciocché gli affetti che in essa vengono maneggiati, anno minor forza quanto al ridicolo; ma quanto alla passione sono più veementi. Il ridicolo, aiutato da’ gesti, dall’intelligenza del dirlo a tempo, e dalla voce stessa degli Attori, spicca più e prende maggior lume; ma nelle scritture in gran parte si perde; poiché ciascheduno che legge, non può penetrare in quella picciola occasioncella preveduta dall’Autore, o fatta nascere con industria da’ periti Recitanti per commovere il riso. Ciò della gagliarda passione certamente non avviene, poiché quantunque una gran parte nel leggere se ne svanisca, pure tanta ne rimane ancora, che fa impressione nell’animo del Leggitore, ed eccita in lui quelle agitazioni, che negl’introdotti Personaggi si leggono. E certamente, che se verun’altra mia rappresentazione ha avuto forza di commovere, è stata la presente Commedia; perché quasi esempio di cose vere, ha prodotto sull’animo di qualche uditore mirabile effetto. Onde io son certo che nella scrittura non possa totalmente mancare il vigore delle passioni in essa maneggiate. Sembrerà forse ad alcuni che i caratteri sieno un poco troppo gagliardi, e spinti alquanto oltre alla naturalezza; ma tra per l’esser questa una cosa non ancora sentenziata, se si debba o non si debba ingrandirli, e tra gli esemplari di buoni Autori che ci rimangono, e quel ch’è più per la sperienza, che fa vedere il buon esito di tale scelta, io non fo difficoltà veruna di valermi talvolta fra gli altri di questo artifizio.

Dal pensare sempre in un modo nascono quasi sempre opere uguali, e si perde il frutto della varietà tanto necessaria sul Teatro. Oltrediché, chi volesse esaminare i caratteri da me nella mia Commedia imitati, troverebbe per avventura che non solamente non gli ho sospinti più di quello che natura porti; ma forse gli ho di qua trattenuti. Perciocché dove vizio o virtù si voglia imitare, trovansi originali virtuosi e viziosi alle volte, che vanno più avanti di quello che si soglia fare comunemente, co’ quali ultimi chi volesse confrontare i due personaggi, supponiamo Ottavio e Lelio, troverebbe che i finti sono inferiori a molti de’ veri, come ancora chi volesse paragonare la bontà, l’amore e la sofferenza d’alcune mogli alla buona moglie della mia Rappresentazione, vedrebbe quanto quelle in sì fatte virtù la sopravanzino.

Ma di ciò sia detto a bastanza; e soltanto quanto basti per rendervi qualche conto in ogni mio lavoro della mia forma di pensare, non già per illustrare le mie Commedie; alle quali non desidero il merito che può nascere dalle prefazioni, ma quello di farsi con benignità sofferire dagli ascoltanti.


 


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