Carlo Goldoni
L'adulatore

ATTO SECONDO

SCENA VENTUNESIMA

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SCENA VENTUNESIMA

 

Don Sancio e detti.

 

SANC. Che cosa volete da me?

ELV. Ah, signore! Il povero don Filiberto è carcerato d’ordine vostro. Che mai ha egli fatto? Perché trattarlocrudelmente? Stamattina lo accoglieste come amico, e poche ore dopo lo fate arrestar dai birri, lo fate porre prigione? Ditemi almeno il perché.

SANC. Perché è un contrabbandiere che ruba ai finanzieri, e pregiudica alla cassa regia.

ELV. Quando mai mio marito ha fatto simili soverchierie?

SANC. Quando? Non vi ricordate dei pizzi?

ELV. Una cosa per uso nostro non è di gran conseguenza.

SANC. E il sale, e il tabacco, e l’acquavite?

ELV. Queste sono calunnie. Mio marito è un cavaliere che vive del suo, e non va in traccia di tai profitti.

SANC. Se saranno calunnie, si scolperà.

ELV. E intanto dovrà egli star carcerato?

SANC. Intanto... Non so poi. Dite voi, segretario.

SIG. Le leggi parlano chiaro.

SANC. Oh bene, operate dunque voi a tenor delle leggi, fate voi quello che credete ben fatto, ch’io vi do tutta la facoltà, ed approverò quello che avrete voi risoluto. Siete contenta di ciò? (ad Elvira)

ELV. Ah no, signore, non sono contenta.

SANC. Se non siete contenta, non so che farvi. Ehi. (chiama) In tavola. (parte)

 

 

 


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