Carlo Goldoni
Il cavalier di buon gusto

L’AUTORE A CHI LEGGE

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L’AUTORE A CHI LEGGE

 

Il mio Cavalier di buon gusto ha bisogno di una giustificazione, che da me gli è dovuta; in grazia principalmente di quelli che credono non convenire a chi è nato nobile la mercatura. M’hanno alcuni, di cotal genere, rimproverato aver io fatto mercanteggiare il mio Cavaliere senza necessità, poiché soltanto ch’io lo facessi essere un po’ più ricco, potrebbe far valere il buon gusto, senza mendicare i suffragi da una Società di Negozio.

Risponderò in primo luogo, essere una malinconia da curarsi lo scrupolo che la Mercatura tolga qualche fregio alla Nobiltà. Non voglio io formare una Dissertazione per provarlo; bastandomi soltanto poter addurre di questa verità gli esempi. Veggiamo noi ne’ Paesi Oltramontani non solo, ed Oltremarini, ma nell’Italia nostra ancora, Persone illustri, di antichissima Nobiltà, di Ordini purgatissimi insignite, di titoli, di onori, di dignità fregiate, tener banchi aperti, negozi vivi, ragioni ne’ loro nomi, firmar lettere, agire, negoziare in fine, senza un minimo pregiudizio della venerabile Nobiltà per la ragione medesima che non si offende vendendo e comperando vino, grano, cavalli e cose simili, le quali non differiscono che nella specie, e nel nome, e nella opinione, dal panno, dalla seta e da altre simili merci. I Principi stessi non solo hanno dichiarata nobile la Mercatura con privilegi, diplomi, editti; non solo hanno decorato di cariche e di fregi illustri i Nobili Mercatanti, ma interessandosi ne’ principali Negozi, hanno altrui insegnato essere onesta e lodevol cosa mantenere col proprio denaro l’abbondanza nello Stato, il cambio de’ propri generi cogli stranieri, l’impiego de’ poveri e l’utilissimo commercio delle Città, delle Provincie e del Mondo.

Da ciò vengono anche ad aumentarsi il lustro, la magnificenza, il piacere onesto, i comodi della vita; ed ecco la seconda ragione per cui non ricchissimo piacquemi di figurare il mio Cavaliere, per dimostrare a quelli che per avventura non lo sapessero, come si può essere di buon gusto, senza il pericolo di rovinarsi.

Ne aggiungerò una terza, che pure inutile non mi sembra. Un Cavaliere assai ricco, il quale abbia abbondantissimi beni di fortuna, e possa a suo talento profondere, può facilmente essere di buon gusto, e lo è spesse volte perché tale le sue ricchezze lo fanno essere; ma chi ha solamente tanto, quanto al decoro ed al comodo della famiglia sua è necessario, renderà più ammirabile il suo buon gusto, procacciandosi i mezzi per mantenerlo.

Sciolta dunque l’obiezione che ferisce la delicatezza di alcuni pochi, crediamo noi che ben si convenga al mio Cavaliere il titolo che gli ho appropriato? A me pare certamente che sì. Può essere che le Signore Donne non me la menino buona, e certamente le compatisco, se spiace loro l’immagine di un Uomo franco, il quale fa la conversazione con tutte e di nessuna si accende. Si consolino però esse, che in questa parte pochi pur troppo saranno gli imitatori del Conte Ottavio, e poco vagliono le mie Scene in confronto de’ loro vezzi.

Per altro poi ingegnato mi sono a renderlo di buon gusto nelle migliori cose del Mondo: tavola, servitù, trattamento, conversazioni, protezioni, corrispondenze, buona filosofia, sano discernimento, prontezza di spirito, ragionamenti fondati, barzellette graziose, inclinazione per le lettere, amor delle belle arti, pulizia esterna ed interna sincerità; sono cose che unite insieme in un Uomo, lo costituiscono in grado di ammirazione.

Facendo la rassegna delle ottime inclinazioni del mio Cavaliere, trovo assai commendabile sopra tutte le altre quella delle Lettere, le quali formano veramente l’Uomo. Piacemi infinitamente il costume di soddisfarsi in ogni piccola o grande difficoltà. Per un tal uso giovano assaissimo i Dizionari, servendosene però cautamente, siccome nella scena VI dell’Atto Primo si avverte.

A proposito de’ Dizionari, Lettore mio gentilissimo, voglio con questa occasione pubblicare l’idea, che da qualche tempo ho concepito, di formare un Dizionario Comico, per cui ho di già preparato de’ materiali non pochi; e terminato che avrò la stampa laboriosissima delle mie cinquanta Commedie, darò mano alla compilazione di un’Opera che formerà due grossi volumi in quarto.

Dio voglia che questo mio Dizionario non abbia poi a essere uno di quelli che in luogo di portar utile alla Repubblica Letteraria, scorno e pregiudizio le recano. Di que’ Dizionari, che posti in un canto nelle Librerie, accrescono inutilmente il numero de’ volumi, e fanno in confronto di tanti altri quel che sogliono far le ombre contrapposte alla luce. Ella è facilissima cosa e materialissima operazione l’impresa di un Dizionario, quando altro non facciasi che copiar dagli altri, spogliar gli Autori alla cieca, senza criterio, senza conoscere quai sieno i migliori; trascurando le cose più utili e più necessarie, le critiche e le illustrazioni, empiendo i fogli di cose inutili, ridicole e spesse volte anche false.

Con tutte codeste prevenzioni, con tali miserabili esempi dinanzi agli occhi, procurerò certamente di rendere, per quanto mi sarà possibile, utile, esatto e completo il Dizionario che ho divisato di fare. Avanzo al pubblico un cotal cenno per due ragioni: la prima per non essere prevenuto da quelli che si dilettano di profittare delle altrui invenzioni, avendone a qualche amico comunicata l’idea; la seconda, per osservare se con applauso sia il mio pensamento dal pubblico ricevuto, a fine d’animarmi al proseguimento, o d’abbandonarne l’impresa. L’idea che ho concepita, è di formare un Dizionario abbondante, diffuso e completo che tratti del Teatro, e della Commedia, e degli usi, e degli abiti, e degli Autori antichi e moderni, a’ quali tutti procurerò di rendere quell’onore che a me medesimo piacerebbe.

Principierò sin da ora a dar quella lode che gli si conviene all’Autore della Scena XI dell’Atto Primo della presente Commedia mia, stampata in Venezia dal Bettinelli nel Tomo VI, Commedia XXII, a carte 18, scritta in carattere corsivo, acciò sappiasi non esser opera della mia penna.

Questo è un eccesso di modestia di chi l’ha scritta, temendo forse che la varietà dello stile potesse offender l’orecchio di chi non sapesse il mistero; egli in queste cose è delicatissimo, e non ha potuto dispensarsi d’innestare nella mia Commedia codesta Scena, perché la reputa forse necessarissima, o almeno gli avranno dato ad intendere che ella sia tale.

Io per altro, con sua permissione, continuo a crederla inutile affatto, e mi perdonerà se nella mia edizione castro la Commedia, levandola da quel posto.

Non voglio però defraudare il Pubblico di un sì bel pezzo, pieno di sali spiritosi e brillanti, perché certamente senza di lui sarebbe la mia edizione imperfetta. Eccola, Lettor carissimo, qual ella è; te la offerisco di cuore; considera tu saggiamente, s’ella era poi necessaria a tal segno, che non se ne potesse il mio amorosissimo Correttore dispensare. Confrontala colla Scena I dell’Atto Terzo, e vedrai che la critica del Maestro di Casa fu da me medesimo lavorata, non già collo spirito del Correttore, ma con quel poco di sale che ho in zucca; ed egli ha creduto ben fatto, e indispensabile ad ogni costo, prevenir tal proposito nell’Atto Primo.

 

SCENA UNDICESIMA

 

Arlecchino e Brighella

 

BRIGH. Felici quei servitori, che gh’ha la fortuna de star con sta sorte de padroni! Vardè quanti ordini che l’ha in t’un momento. Adesso me tocca a mi a radoppiar la tavola sta mattina. Ma me preme che anca el cogo fazza la so parte. Oh! l’è qua el sottocogo, ghe dirò do parole.

ARL. Oh sior mistro de casa, vegnì a dar i ordeni in cusina, perché mi gh’ho fame, e voria dirve una cossa.

BRIGH. Che vol mo dir?

ARL. Che se el mistro de casa, che è andà via, no guardava tanto per sutilo in cusina, e sì mi nol cognosseva gnanca, vu mo, che sì me paesan, sarì ancora più galantomo.

BRIGH. Cossa s’intende mo sto esser più galantomo?

ARL. Lassar che el povero sottocogo magna qualche bocconcin del bon e del meggio, e se tegna sempre qualche poca de provision da parte.

BRIGH. Della roba del patron? No femo gnente. Fin ch’averò mi la sopra intendenza, e ch’averò l’impiego de mistro de casa, la roba del patron gh’ha da esser intatta e segura.

ARL. Mo i altri no fa miga cussì, e quel che è andà via, serrava un occhio in ste cosse.

BRIGH. E per questo el gh’ha durà poco. Caro paesan, ti vedi pur la generosità del patron, e quanto ch’el benefica i so servitori. Mi de povero staffier son deventà mistro de casa in dodese anni de servitù, onde se ti sarà fedel, col tempo ti pol sperar d’avanzarte anche ti.

ARL. Mi l’è de più che lo servo.

BRIGH. Matto! se no l’è un anno, che ti è in casa.

ARL. L’è vero, ma gh’ho ben intenzion d’esserghe stà altri vinti anni avanti.

BRIGH. Eh, che i paroni no i paga l’intenzion, i paga i fatti.

ARL. Mo magari volesselo pagar i mi fatti, che vorave rancurarli tutti. (Questa puzza).

BRIGH. Oh, mi perdo el tempo con ti e gh’ho da far. No te digo altro se no che colla fedeltà e col bon tratto se avanza più de quel che pretende de far qualche servitor, col procurarse dei utili che no ghe convien. (Queste sono cose che le ha dette il Conte Ottavio). (via)

ARL. Al veder, co sto me paesan ghe xe pochi incerti. Ma n’importa, farò quel ch’el me dise, che se lu a far cussì l’è deventà mistro de casa pol esser che el patron, vedendome attento, me fazza mistro dei coppi. (via)

 

Ecco terminata la bella Scena, di cui non potevasi far a meno, forse per fare una finezza all’Arlecchino, il quale certamente averà campo di farsi onore. Se io l’avessi fatta, non avrei poi condotto, nella maniera come si legge, la Scena I dell’Atto Terzo; e convien dire che non abbia letto la mia, quegli che ha fatto questa.

L’averei lodato però molto più, se alla Scena I dell’Atto Primo, ove il Conte Ottavio legge un libro, e meritamente lo loda, e molti forse non intenderanno di qual libro egli parli, se avesse con una delle sue annotazioni svelato esser questo il Libro Primo delle Lettere del Conte Gasparo Gozzi, opera veramente degna di un Cavaliere di buon gusto.


 

 

 


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