Carlo Goldoni
Il cavalier di buon gusto

ATTO PRIMO

SCENA SETTIMA

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SCENA SETTIMA

 

Pantalone e detto.

 

PANT. Servitor umilissimo a vusustrissima.

OTT. Ben venga il mio amatissimo signor Pantalone, sedete qui presso di me.

PANT. Come la comanda.

OTT. Che cosa abbiamo di nuovo?

PANT. Gieri ho vendù le volpe de Moscovia, e avemo vadagnà in sto negozio dusento zecchini, netti da capital e da spese.

OTT. Buono, in due mesi non si poteva guadagnare di più.

PANT. Se la comanda, gh’ho portà i cento zecchini della so parte.

OTT. Sì, date qua. Questi serviranno per fare un miglior accoglimento a mio nipote, che a momenti s’aspetta di ritorno da Roma.

PANT. Comandela veder tutto el ziro del negozio, la compra, la vendita e le spese?

OTT. Per ora no. Facciamo così. Notiamo che ho ricevuto da voi cento zecchini. Da qui a qualche giorno faremo fra voi e me un poco di bilancio.

PANT. (Cava il libro) Co la comanda, sarò sempre pronto. Fin adesso tutti i nostri negozi i xe andai ben. I quaranta mille ducati, che la m’ha da negoziar, unidi a altri vinti mille dei mii, i ha buttà pulito.

OTT. Vi dirò, signor Pantalone; per vivere da mio pari, e per trattarmi in una maniera conveniente al mio grado, ho rendite sufficienti, e non ho bisogno di procacciarmi profitti; a me piace far qualche cosa di più. Godo trattarmi nelle occasioni con qualche magnificenza; amo di farmi voler bene dalle persone, coltivarmi gli amici, godere il mondo, e per ciò fare, mi conviene eccedere le misure del mio patrimonio. Se con imprudenza volessi intaccare i miei capitali, come pur troppo tanti fanno, sarei degno di riprensione, e col tempo mi renderei ridicolo. Ho ritrovato pertanto questa miniera. Negozio con voi e un capitale di quaranta mila ducati mi fa stare allegro, senza alterare il sistema della mia casa, senza sconvolgere l’economia.

PANT. Ella xe un cavalier, che l’intende per el so verso. Una volta la mercatura giera el meggio patrimonio delle case nobili. Anca in ancuo3 in qualche città corre sta massima, e el negoziar no tol gnente alla nobiltà. Bisogna uniformarse al sistema del liogo dove se abita, e per el proprio decoro bisogna anca dissimular. Onde la fa benissimo a far che i so bezzi ghe frutta e el frutto gòderlo e devertirse.

OTT. Per altro sono assai fortunato, per aver ritrovato in voi un uomo di vera puntualità.

PANT. Fazzo el mio debito, e gnente de più. Donca l’aspetta so sior nevodo?

OTT. Sì, il contino mio nipote è uscito di collegio, e si aspetta in Napoli con ansietà, dovendosi stabilire il contratto di nozze fra lui e la marchesina Rosaura.

PANT. Un bon parentà. Una putta ricca e unica, me ne consolo infinitamente. Ma la supplico de perdon, perché no se maridela ella, invece de pensar a so nevodo?

OTT. Caro signor Pantalone, voi mi volete poco bene.

PANT. Perché disela cussì?

OTT. Se mi voleste bene, non mi consigliereste a maritarmi. Che cosa vorreste ch’io facessi di una donna al fianco?

PANT. So pur, che star colle donne no ghe despiase.

OTT. Sì, colle donne tratto e converso sempre volentieri, ma colla moglie mi annoierei in capo a tre giorni.

PANT. Se la fusse una muggier bona, no la se stufaria.

OTT. Trovatemi una moglie buona, e mi marito domani.

PANT. Mo no la crede che ghe ne sia de bone?

OTT. Sì, ve ne saranno, ma è come un terno al lotto. Uno contro cento diciassettemila quattrocento ottanta.

PANT. E pur m’impegneria de trovarghe una muggier bona e de so soddisfazion.

OTT. Orsù, per farvi vedere che vi amo e vi stimo, voglio prender moglie; voglio prendere questa buona dama, che voi mi proponete; ma con questa condizione, che voi mi abbiate a fare la sicurtà che veramente sia buona, e buona si mantenga, e tale non riuscendo, che abbiate voi a pagarmi venti mila ducati.

PANT. Mo sta sigurtà no la posso miga far.

OTT. Dunque non siete sicuro che ella sia buona.

PANT. La xe bona, ma la poderia deventar cattiva.

OTT. Ed io col dubbio ch’ella sia buona, e col pericolo che possa diventar cattiva, l’ho da prendere? Signor Pantalone, pensiamo alle volpi di Moscovia, che profittano più delle femmine da marito.

PANT. No so cossa dir. La fazza quel che la crede meggio, ma a tutto Napoli despiase, che vusustrissima no se marida.

OTT. Gente che invidia il mio bene.

PANT. E quante dame aspira all’onor delle so nozze!

OTT. Non credo a nessuna.

PANT. E pur ghe ne xe assae, che ghe vuol ben.

OTT. Mi vogliono bene? Povero signor Pantalone! quanto siete buono! Amano i miei poderi, la mia tavola, le mie carrozze. Le conosco, le conosco, non mi lascio gabbare.

PANT. La le tratta però volentiera.

OTT. Sì; mi burlo di loro, come esse si burlano di me. Fingo di non capire, per goder meglio la scena. Mi vogliono bene? Maledette! Se arrivassero a innamorarmi, povero me!

PANT. Ma perché donca le trattela?

OTT. Con qualcuno si ha da conversare. Poco più, poco meno, tutti al mondo vivono d’impostura, e chi è di buon gusto, dissimula quando occorre, gode quando può, crede quel che vuole, ride de’ pazzi, e si figura un mondo a suo gusto.

PANT. Vorla che ghe diga, che me piase assae sto modo de pensar?

OTT. Signor Pantalone, avete nulla da comandarmi?

PANT. Gnente, ghe levo l’incomodo.

OTT. Via; approfittiamo del tempo, che è cosa preziosa. Voi lo potrete impiegar bene co’ vostri traffichi: io non lo getto inutilmente. Lo distribuisco all’economia della casa, allo studio, al carteggio, alla lettura de’ buoni libri, al maneggio di qualche affare serioso, alla tavola, alla conversazione, e qualche volta a far un poco all’amore.

PANT. Donca la fa l’amor?

OTT. Sì; io fo all’amore, come il gatto fa all’amore colla bragiuola, che sta cocendosi sulla gratella: la guarda, ma non la tocca.

PANT. Oh, che caro sior conte...

OTT. Chi è di ?

 

 

 





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