Carlo Goldoni
Il cavalier di buon gusto

ATTO PRIMO

SCENA DECIMA

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SCENA DECIMA

 

Camera della contessa Beatrice.

 

La contessa Beatrice e la baronessa Clarice

 

BEAT. Così è, cara cugina; oggi si aspetta mio figlio.

CLAR. È vero che vi è trattato di nozze fra lui e la marchesina Rosaura?

BEAT. Sì; vi è questo trattato, ma non si concluderà.

CLAR. Per qual ragione? La marchesina è nobile e ricca.

BEAT. Non si concluderà, perché ha preteso di voler fare questo partito il conte mio cognato.

CLAR. Come zio del contino, lo doveva fare.

BEAT. Lo doveva fare? Cugina ve ne intendete poco. Io sono la madre di Florindo: a me tocca a trovargli una sposa; e se ha da venire una nuora in questa casa, io l’ho da sapere prima d’ogni altro.

CLAR. Cara cugina, perdonatemi, se vi parlo con libertà. Non vi piccate di ciò, mentre il conte Ottavio è un cavaliere prudente; e quello che ha fatto, l’avrà fatto per utile della famiglia.

BEAT. Mio cognato è un uomo prudente? È uno scialacquatore, un prodigo, che rovina la casa e precipita suo nipote.

CLAR. Tutto Napoli lo decanta per uomo savio.

BEAT. Tutti non sanno quel che so io. Le rendite della nostra casa non possono mantenere quei magnifici trattamenti, quelle grandiose spese ch’egli è solito a fare.

CLAR. Ma che vorreste dire perciò?

BEAT. Ch’egli intacca i capitali.

CLAR. Non ha venduto alcun stabile.

BEAT. Voglio che mi dia la mia dote.

CLAR. Non si sa ch’egli abbia debiti.

BEAT. Quando arriva Florindo, ha da render conto della sua amministrazione.

CLAR. Credetemi, che v’ingannate.

BEAT. Non lo può fare.

CLAR. Voi non potete sapere i suoi interessi.

BEAT. So tutto; e vi dico che manda in malora la casa, e glielo direi in faccia.

CLAR. Cugina, non vi torna conto a disgustarlo.

BEAT. Io non ho paura di lui.

CLAR. È un cavaliere che non lo merita.

BEAT. Sì, sì, è un cavaliere che non lo merita. Ora me ne avveggo. Da qualche tempo in qua il signor conte vi fa da cicisbeo.

CLAR. Questo nome di cicisbeo riguardo a me non gli conviene. I miei genitori non hanno pensato prima di morire a collocarmi; sono in un’età che so discernere il e il male, ma sono una fanciulla nobile, una dama onorata; non arrischierò in conto veruno il mio credito; ma se la fortuna mi offerirà le sue chiome, non sarò tarda nell’afferrarle.

BEAT. Dunque se il conte Ottavio volesse far la pazzia di maritarsi, voi non avreste difficoltà d’accettar la sua mano.

CLAR. Perché chiamate col titolo di pazzia un’inclinazione ch’egli aver potesse pel matrimonio?

BEAT. Si ha da ammogliare mio figlio. La nostra casa non può soffrire l’incomodo di due matrimoni.

CLAR. Cugina, questa non è casa vostra.

BEAT. Come! Non è casa mia?

CLAR. Casa vostra è a Porta Capuana.

BEAT. Qui c’è la mia dote.

CLAR. Questa è una cosa che facilmente si porta da un luogo all’altro.

BEAT. Vi è mio figlio.

CLAR. Non è bambino, e poi il zio paterno è il custode legittimo del nipote.

BEAT. A quel che sento, voi avete disposte le cose di questa casa; voi siete vicina ad esserne la padrona.

CLAR. Io non ho alcuna sicurezza di ciò, ma quando l’avessi...

BEAT. Ecco il signor conte, sarà venuto per lei. (con ironia)

CLAR. Per levarvi di pena, me n’anderò.

BEAT. Oh, non commetta questo mal termine. (come sopra)

 

 

 


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