Carlo Goldoni
Il cavalier di buon gusto

ATTO SECONDO

SCENA SETTIMA

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SCENA SETTIMA

 

Il conte Ottavio, Florindo. Servitore accomoda le sedie, e poi va, e torna; e dette.

 

OTT. Servitore umilissimo di queste dame. Ecco qui il contino mio nipote, il quale arrivato due ore sono in Napoli, non ha voluto preterire un momento ad esercitar seco loro gli atti del suo rispettoso dovere.

ELEON. Il signor contino è gentile, quanto manieroso ed obbligante è il conte suo zio.

FLOR. Fortunati posso chiamare i primi momenti del mio arrivo a questa città, poiché ho il vantaggio di conoscere e di riverire due dame di tanto merito.

ELEON. Signore, voi abbondate di gentilezza.

ROS. Le generose vostre espressioni tanto più mi confondono, quanto meno son certa di meritarle.

ELEON. (Che vi pare? Vi nel genio?) (a Rosaura)

ROS. (Ha qualche cosa del zio, ma poco). (a Eleonora)

ELEON. (Anche a lei piace più il zio del nipote). (da sé; siedono)

OTT. Che dite, signor nipotino, di queste due belle dame?

FLOR. Sono entrambe adorabili.

ELEON. Ella mi burla. (con vezzo)

ROS. (Si vede che è ragazzo, non distingue l’una dall’altra). (da sé)

OTT. Questa è la signora donna Eleonora, vedova di un gran cavaliere, colonnello di S.M., il quale morì gloriosamente in battaglia.

ELEON. Ah, pur troppo morì!

OTT. Povera vedovella, non piangete. S’è morto il colonnello, non sono morti tutti gli uomini; ve ne sarà anche per voi. State allegra, non piangete.

ELEON. Voi mi fate ridere.

OTT. (Tutte le vedove che piangono il morto, si rallegrano quando pensano al vivo). (da sé)

ROS. (È innamorata morta del conte Ottavio). (da sé)

OTT. E questa è la signora marchesina Rosaura. Il marchese suo padre morì ch’ella era bambina; la povera sua genitrice morì l’anno passato, e la signora donna Eleonora sua zia le fa da madre.

ELEON. Oh! signor conte, le fa da madre? Ella mi fa troppo onore; non ho ancora l’età per saper fare da madre.

ROS. (Che ti venga la rabbia. Vuol far la bambina). (da sé)

OTT. Se non avete l’età, avete il giudizio; e poi siete stata maritata, sapete il viver del mondo.

ELEON. Non so nemmeno di essere stata maritata. Il povero colonnello, appena mi ha sposata, ha dovuto , e non l’ho più veduto.

OTT. (Costei vuol passar per fanciulla). (da sé) Ma voi, nipote mio, non parlate? Vi compatisco. Un giovane che ritorna dagli studi, si confonde in una conversazione di dame. E che sì, ch’io vi fo parlare? Questa è la signora Rosaura, la quale...

ROS. Via, signor conte, non dite altro.

OTT. Oh bella! Vi vergognate anche voi? (a Rosaura)

ROS. Non mancherà tempo di discorrere con più comodo.

ELEON. Il tempo è opportuno, e non si ha da perdere inutilmente. Signor contino, già lo saprete essere mia nipote la vostra sposa.

FLOR. Un eccesso di giubbilo... m’impedisce che possa dire... quello che per ragione del cuore... vorrei esprimere... (stentatamente)

ROS. (Ragazzaccio senza garbo!) (da sé)

OTT. Povero collegiale, bisogna compatirlo. Vuol dire che il cuore gli suggerisce delle espressioni di giubbilo, ma la sorpresa fa sì che non può esprimer col labbro quello che concepisce coll’animo.

ROS. (Che brio, che sveltezza di dire!) (da sé)

ELEON. Il signor contino a poco a poco s’anderà facendo spiritoso e brillante. Sotto un zio di questa sorta non può che riuscire perfettamente.

FLOR. Signora, perdonate la mia confusione, la quale mi fa passare per zotico e male educato. Il mio spirito non suolefacilmente abbandonarmi, e quando avrò accomodato l’animo mio a trattar colle belle dame, troverò forse i veri termini per corrispondere alle loro finezze.

OTT. Bravo nipote! Evviva.

ELEON. Viva, viva; bravo, bravissimo.

ROS. (Parole gettate senza grazia) (da sé)

ELEON. Che dite, marchesina? Il vostro sposo non è spiritoso?

ROS. Spiritosissimo. (con ironia)

OTT. Con licenza di lor signore, mi sono scordato domandare una cosa importante a mio nipote. Contino, sentite una parola. (si alza)

FLOR. Con permissione. (s’alza)

ELEON. (Che dite? Non è galantino?) (a Rosaura)

ROS. (Signora zia, se aveste a scegliere per voi stessa, chi scegliereste, il zio o il nipote?) (a Eleonora)

ELEON. (Per voi, che siete ragazza, è meglio il nipote, per me sarebbe più adattato lo zio).

ROS. (Da voi a me non vi è differenza. Non vi ricordate nemmeno di essere maritata).

OTT. (Ditemi il vero. Vi piace la marchesina?) (a Florindo)

FLOR. (Mi piace). (ridente)

OTT. (La prendereste volentieri per moglie?)

FLOR. (Sì signore). (ridente)

OTT. (Ve la ridete?)

FLOR. (Questa non è cosa da farmi piangere).

OTT. (Ridi, ridi fin che puoi, che un giorno non riderai). (da sé)

FLOR. (Non so in che mondo mi sia, mi par di sognare). (da sé)

OTT. Eccoci a loro; perdonino per amor del cielo. (siedono) Ho chiesto a mio nipote una cosa che mi premeva.

FLOR. Quello che mi ha chiesto mio zio, preme più a me che a lui.

ELEON. Si può sapere che cosa gli avete chiesto? (al Conte)

OTT. Domandatelo a lui.

ELEON. Io non ho questa libertà col signor contino.

ROS. Ella non ha libertà col nipote, ma collo zio.

OTT. Sì signora, voi discorretela col contino, e noi la discorreremo qui fra di noi. Giovani con giovani, e vecchi con vecchi.

ELEON. Piano con questi vecchi.

OTT. Io son vecchio.

ELEON. Non è vero: ma quando lo foste voi, non lo sono io.

OTT. Se siete giovine, non fate per me.

ELEON. Per qual causa?

OTT. Perché non mi piacciono le ragazzate.

ELEON. Via, fino che diceste donna di mezza età, ma vecchia poi..

OTT. Cara adorabile mezza età, mi volete bene? (ad Eleonora)

ROS. Signor conte, mi rallegro con lei.

OTT. Eh, badate ai fatti vostri, lasciateci stare.

FLOR. Oh che caro signor zio!

OTT. Testa di legno! Avete la sposa al fianco e non le dite quattro dolci parole? Sì! Che caro signor zio! Che caro signor nipote! Gioventù scipita! Vedete, cara donna Eleonora, che cosa è la gioventù dei giorni nostri? E per questo a me piace la mezza età. Cara la mia mezza età! (a donna Eleonora)

SERV. Illustrissimo signor conte: la signora contessa Beatrice ha mandato l’ambasciata, dicendo che l’ora è tarda e che li aspetta a pranzo.

OTT. Sì, andiamo, signora donna Eleonora, facciamo una burla a mia cognata; venite anche voi. (il Servitore parte)

ELEON. Non vorrei che questa burla spiacesse alla contessa Beatrice.

OTT. O piaccia, o dispiaccia, si mangia nelle mie camere. Signora marchesina, volete venire con noi?

ELEON. Oh! a una fanciulla non è lecito.

OTT. Sì, dite bene. Una fanciulla a una tavola! Oh no certo! Io non voglio fanciulle, voglio donne di mezz’età. (verso donna Eleonora)

ROS. Sicché, signora zia, ella anderà, ed io resterò sola.

ELEON. Che volete ch’io vi faccia? Voi non potete venire.

ROS. Pazienza! resterò sola.

ELEON. Non voglio ricusare le grazie del conte Ottavio.

ROS. Bene, andate, io resterò sola. (Bella convenienza). (da sé)

FLOR. Signor zio, potrei restar io a tener compagnia alla signora Rosaura? (ridendo)

OTT. Oh che giovine di garbo! Ci restereste volentieri?

FLOR. Se potessi.

OTT. Si sveglia mio nipote. Ci starete, ci starete. Andiamo, non facciamo aspettare i nostri commensali.

ELEON. Marchesina, abbiate pazienza.

OTT. Nipote, servite la signora donna Eleonora.

ELEON. Oh, mi perdoni. Non voglio dar gelosia alla marchesina. Mi favorisca ella, signor conte.

OTT. Sì, sì. Venite qui, la mia graziosissima mezza età. Mezza età voi, mezza età io, fra tutti due faremo un secolo. (parte con donna Eleonora e Florindo)

ROS. Mia zia si è tirato a sé il conte Ottavio, e sopra di questo non vi è per me da discorrere. Sposerò dunque il contino Florindo? Sì, lo sposerò. Ma non è tanto spiritoso, non è tanto grazioso! Non importa: per marito è bello e buono. Col marito non vi è bisogno di fare la conversazione briosa. (parte)

 

 

 


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