Carlo Goldoni
Il cavaliere giocondo

ATTO TERZO

SCENA SECONDA

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SCENA SECONDA

 

Fabio e detti.

 

FAB.

Chi è che 'l padron domanda?

GIAN.

Siamo noi, Eccellenza.

LIS.

Siamo noi che bramiamo di fargli riverenza.

FAB.

Il titolo, figliuoli, indietro ritirate.

Io il padrone non sono.

GIAN.

No, signor? perdonate.

Cera avete, per altro, di nobile e cortese.

Siete voi cavaliere?

LIS.

Siete voi del paese?

FAB.

Amici, vi ho capito. Anch'io conosco il mondo;

Sono il mastro di casa del Cavalier Giocondo.

GIAN.

Signor mastro di casa, la prego in cortesia...

FAB.

Ehi, chi è questa signora? (piano a Gianfranco.)

GIAN.

È la consorte mia.

FAB.

(Consorte, che vuol dire compagna della sorte,

Non di quelle che debbono durar sino alla morte). (da sé.)

LIS.

(Parla piano, e mi guarda; che abbia di noi sospetto?) (da sé.)

FAB.

(Che garbata signora! Mi piace quel visetto). (da sé.)

Se di me vi degnate, vi fo un cordiale invito.

GIAN.

Lo gradirà mia moglie.

FAB.

Vostra moglie! Ho capito.

LIS.

Gradirò, sì signore, la vostra esibizione;

Ma riverir vorrei, se potessi, il padrone.

FAB.

Quello vi preme; in fatti può spender più di me.

GIAN.

Abbiamo un interesse col Cavalier.

FAB.

Non c'è.

GIAN.

Ha detto il servitore che c'è, ma ch'è impedito.

FAB.

Allor ci sarà stato; or di casa è sortito.

GIAN.

Fatemi questa grazia. Signor, siamo viandanti,

Ma non siamo impostori, né poveri birbanti.

Bisogno non abbiamo di pan per isfamarci.

Sotto di queste spoglie per or dobbiam celarci;

Ma ci farem conoscere. Il Cavalier vogliamo.

Abbiam le credenziali; ei saprà chi noi siamo.

FAB.

Saran, già lo prevedo, le vostre credenziali,

Patenti per avere l'alloggio agli ospedali;

Un qualche passaporto carpito altrui di mano,

O qualche privilegio per fare il ciarlatano.

LIS.

(Questi non fa per noi). (da sé.)

GIAN.

Io non mi scaldo, amico.

Il Cavaliere aspetto.

FAB.

Egli non c'è, vi dico.

GIAN.

A pranzo tornerà.

FAB.

Non torna in tutto il .

GIAN.

Tornerà questa sera. L'aspetteremo qui.

FAB.

Questa è troppa insolenza.

LIS.

Via, signor maggiordomo,

Non siate così austero. L'uomo vive dell'uomo.

Siete voi ammogliato?

FAB.

Nol son, per mia fortuna.

LIS.

Avrete delle amanti.

FAB.

Sì, ne ho qualcheduna.

LIS.

Si coltivan le donne talor coi regaletti.

Vo' per le vostre belle donarvi due fioretti.

Sono fatti in Venezia; sono all'ultima moda:

Godeteli, e lasciate che al mondo ognuno goda.

GIAN.

Mia moglie è generosa, ed io non men di lei.

Signor mastro di casa, saprò i doveri miei.

FAB.

Amici, dovevate parlar così a drittura.

Con me non l'indovina chi vien con impostura.

Parlerò col padrone di voi con carità;

Con lui sappiate fare, vi beneficherà.

Parlategli di cose grandiose e forestiere;

Credulo facilmente di tutto è il Cavaliere.

Ora lo mando qui. Sta a voi di far pulito.

Poscia ci rivedremo. Addio. moglie e marito. (parte.)

 

 

 


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