Carlo Goldoni
Il cavaliere giocondo

ATTO QUARTO

SCENA SETTIMA

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SCENA SETTIMA

 

Don Alessandro e detti.

 

ALES.

(Madama che dirà, che l'ho per via piantata?

Madama ha tutto il merito, ma impaziente è nata.

Colto ho un giusto pretesto, per sollevarmi un poco;

Quando le son vicino, parmi d'esser nel foco). (da sé.)

LIS.

(Non ci osservò). Signore. (ad Alessandro.)

ALES.

Bella Lisaura mia. (allegro, rivedendola.)

GIAN.

Signor, la riverisco. (a don Alessandro.)

ALES.

Buon giorno il ciel vi dia.

LIS.

Son qui per rivedervi.

ALES.

Tutto il piacer mi date. (ridente.)

GIAN.

Son vostro servitore.

ALES.

Da me che comandate? (sostenuto.)

GIAN.

Nulla, signore, io sono di Lisaura custode.

ALES.

Lisaura è una ragazza che merita ogni lode.

GIAN.

Ed io l'ho custodita con tutta probità.

ALES.

Lisaura, è da fidarsene? (a Lisaura.)

LIS.

È così in verità.

ALES.

Siete quella di prima?

LIS.

Signor, ve lo prometto.

GIAN.

Io sono un galantuomo.

ALES.

Non mi pare, all'aspetto.

GIAN.

Se di me dubitate, domandatelo a lei.

LIS.

Più galantuom di questo non vidi ai giorni miei.

Ebbe di me pietade, mi prese in compagnia,

Senza veruna offesa dell'innocenza mia.

ALES.

Il suo nome qual è?

LIS.

È il suo nome Gianfranco.

ALES.

Merita che si segni, affé, col carbon bianco.

 

 

 


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