Carlo Goldoni
L'adulatore

ATTO TERZO

SCENA QUINTA

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SCENA QUINTA

 

Don Sancio e don Sigismondo

 

SIG. Dopo che sono al mondo, non ho provato un dolore simile a questo. Quando m’intaccano nell’onore, nella sincerità, nella verità, mi sento morire.

SANC. Sì, don Sigismondo, tutti gli uomini di merito sono invidiati.

SIG. S’io non avessi un padrone di mente e di spirito, come V. E., sarei precipitato. Sappia, Eccellenza, che un certo Menico Tarocchi desidera la permissione di poter erigere in Gaeta una fabbrica di velluti; e per l’incomodo che avrà V. E. di sottoscrivere il decreto, ha promesso un picciolo regaletto di cento doppie.

SANC. Avete steso il decreto?

SIG. Eccellenza no, perché prima ho voluto sentire il di lei sentimento.

SANC. In questa sorta di cose, fate voi.

SIG. Vi è un certo Pantalone de’ Bisognosi che si opporrebbe, come attuale fabbricatore, ma egli non può impedire che V. E. benefichi un altro.

SANC. Certamente non lo può impedire. Andate a stendere il decreto, e frattanto fate venire il nuovo fabbricatore.

SIG. V. E. resta qui?

SANC. Sì, qui v’attendo.

SIG. Comanda vedere il memoriale?

SANC. No, a voi mi riporto. Mi basta la sottoscrizione.

SIG. Quando l’ho steso, lo porto a sottoscrivere.

SANC. Sì, e se dormissi, svegliatemi.

SIG. Vado immediatamente a servirla. (parte)

 

 

 


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