Carlo Goldoni
La cameriera brillante

ATTO PRIMO

SCENA NONA

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SCENA NONA

 

Florindo e Clarice.

 

FLOR. In questo io sono d'accordo col signor Pantalone. Mi piace la villa, come villa; e non farò mai città della villa.

CLAR. Ma stare in villa soli, senza praticare nessuno, è un volere inselvatichire.

FLOR. La solitudine è una bella cosa.

CLAR. Il discorrere qualche volta solleva.

FLOR. Io non parlerei mai con nessuno.

CLAR. Né meno con me?

FLOR. Con voi qualche volta.

CLAR. Chi ama davvero, vorrebbe sempre essere vicino alla persona amata.

FLOR. Basterebbe questo, perché non vi amassi più.

CLAR. Ma in che cosa passate voi il vostro tempo?

FLOR. Oh, non mancano cose da passar il tempo. La villa ne somministra bastantemente.

CLAR. Vi dilettate di fiori?

FLOR. Oibò! I fiori non mi piacciono. Sono cose da donne. Gli altri dicono che odoran di buono: a me pare che puzzino. Son belli per un poco, e poi passiscono. Oibò!

CLAR. Vi diletterete della caccia.

FLOR. Né meno. Che cosa mi hanno fatto i poveri uccelli, che abbia io d'ammazzarli per divertimento? Per mangiar non mi piacciono. Il loro canto m'annoia: io li lascio stare dove che sono.

CLAR. V'impiegherete dunque nella coltura delli terreni.

FLOR. Queste sono cose che le lascio fare ai villani.

CLAR. Ma che cosa fate? Sempre leggere, sempre studiare?

FLOR. Leggere, studiare? non son sì pazzo. Se non tratto coi vivi, molto meno voglio conversare coi morti. Per vivere non ho necessità di studiare. Farlo per passatempo non mi comoda. Io non ho altri libri in casa mia che il lunario.

CLAR. Fatemi la finezza di dirmi che cosa fate, come impiegate quelle ore che non vi vedo.

FLOR. Io le impiego benissimo. Vado a letto col sole, e col sole mi levo. M'alzo e fo una girata per i miei poderi. Vado intorno i fossi, porto meco del pane e do da mangiare ai ranocchi. Mi piace andar in un prato a cercar il trifoglio da quattro foglie. Mi fermo nella stalla de' bovi, perché mi piace assaissimo quell'odore. Mi diverto in vedere i villani a lavorar i campi, a potar le viti. Starò, per esempio, tre ore a pranzo col mio gastaldo, e ho piacere quando lo vedo briaco. Il giorno gioco alle pallottole da me solo; e quando vengo qui, s'intende che per amor vostro faccia uno sforzo grandissimo contro il mio naturale. Eccovi raccontato il mio sistema di vivere. Non do fastidio a nessuno, non mi curo di nessuno, e non m'importa che nessuno si curi neanche di me.

CLAR. Bella vita! bell'uso che fate del vostro tempo! Se sarò vostra moglie, seguiterete così?

FLOR. Io credo di sì.

CLAR. Nel vedervi soltanto, non mi credeva che foste così selvatico.

FLOR. Ora che lo sapete, regolatevi.

CLAR. Perché volete dunque ammogliarvi?

FLOR. Perché non ho nessuno; ho bisogno d'una moglie che mi assista e che mi governi.

CLAR. Durerete fatica a ritrovarla.

FLOR. Durerò fatica? Se non vi è altra abbondanza che di donne!

CLAR. Troverete qualche villana.

FLOR. Oh, io poi non faccio gran differenza da una donna a un'altra donna.

CLAR. Volete che ve la dica, che avete dell'asino?

FLOR. Ho per altro una cosa buona.

CLAR. E che cosa?

FLOR. Che non me ne ho a male di niente; anzi, quando mi sento criticare, ne godo e rido veramente di cuore. E vi dirò la ragione. Tutti al mondo hanno qualche pazzia: la mia è differente da quella di tutti gli altri; e siccome io condanno le altre, ho piacere che dagli altri sia condannata la mia.

CLAR. Eh già, siete di buon gusto in tutto. Hanno ragione, quando mi dicono che siete un uomo stravagantissimo.

FLOR. Sì, hanno ragione, l'accordo ancor io.

CLAR. Siete veramente un villanaccio.

FLOR. Benissimo, e così?

CLAR. Senza rispetto, senza civiltà, senza creanza.

FLOR. Vedete? Ora mi date gusto.

CLAR. E pretendereste ch'io fossi vostra moglie? Andate al diavolo.

FLOR. Se non sarete voi, sarà un altra.

CLAR. Tanghero, somaraccio. (forte)

FLOR. Sì, tutto quel che volete.

 

 


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