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Anselmo - Ora sono da lei, signor mio garbato. Le pare stravaganza
che un mercante abbia ad insegnare le creanze a lei, ch'è nato nobile?
Don Flaminio - Certamente; e mi pare anche una temerità il dirlo.
Anselmo - Le dirò, i cavalieri onesti e propri, che conoscono il loro
grado e san trattare da quei che son nati, non hanno
bisogno di apprendere a trattare civilmente da chi che sia; ma i cavalieri di
nome, e che si abusano unicamente del titolo, non son
degni di stare a fronte d'un mercante onorato, come son
io.
Don Flaminio - Olà, temerario che siete. Vi
farò pentire di tanta audacia. Io sono cavaliere e voi siete un vile mercante,
un uomo plebeo.
Anselmo - Un vil mercante, un uomo plebeo?
Se ella sapesse cosa vuol dir mercante, non parlerebbe così. La mercatura è una
professione industriosa, che è sempre stata ed è anco
al dì d'oggi esercitata da cavalieri di rango molto più di lei. La mercatura è
utile al mondo, necessaria al commercio delle nazioni, e a chi l'esercita
onoratamente, come fo io, non si dice uomo plebeo; ma più plebeo è quegli che
per avere ereditato un titolo e poche terre, consuma i giorni nell'ozio e crede
che gli sia lecito di calpestare tutti e di viver di prepotenza. L'uomo vile è
quello che non sa conoscere i suoi doveri, e che volendo a forza d'ingiustizie
incensata la sua superbia, fa altrui conoscere che è nato nobile per accidente,
e meritava di nascer plebeo.
Don Flaminio - Così parlate, e non temete di provocarmi?
Anselmo - Parlo così, perché V.S. ha provocato me. Parlo schietto, da
uomo franco, senza suggezione, perché non ho da dar
niente a nessuno. Io non ho timore delle sue bravate, perché gli uomini onorati
della mia sorta si sanno far portar rispetto. Padron
mio, la riverisco. (parte)
Don Flaminio - Vecchio prosontuoso
insolente! Due staia di quel grano che tu hai ricusato, bastano per pagare
coloro che ti fiaccheranno le spalle. (parte)
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