Carlo Goldoni
La castalda

ATTO SECONDO

SCENA QUINTA

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SCENA QUINTA

 

Beatrice, Corallina e detto.

 

BEAT. Ecco qui la signora Rosaura, che vuol riverirvi e conoscervi.

LEL. Conoscerà ella un adoratore della sua bellezza.

COR. (Son nell’impegno; bisogna starci). (da sé) Signore, la prego di non farmi arrossire.

LEL. Quanto più arrossirete, tanto più somiglierete alla rosa, e tanto più vi starà bene di Rosaura il nome.

BEAT. Il signor Lelio è mirabile nel ritrovare le allegorie dei nomi.

LEL. Mi piacciono i Greci in questo. Tutti i loro nomi hanno qualche significato.

BEAT. Il vostro ha significato veruno?

LEL. Il mio vien da Lelex, re dei Lacedemoni, e poi il mio nome ed il mio cognome sono anagrammatici: Lelio Capretini: Il mio core a lei.

BEAT. Non mi pare purissimo quest’anagramma.

LEL. Vi saranno solamente tre o quattro lettere cambiate.

COR. Lei è un signor virtuoso, per quel ch’io sento.

LEL. Ah, voi siete più virtuosa di me.

COR. Io? Come?

LEL. Mi spiegherò con un paragone. Passa saltando per i solchi non suoi un esperto villano; vede, conosce, ammira maraviglioso innesto di provido agricoltore. Chi ha maggior merito, chi ha maggior pregio? L’operatore, o il conoscitore?

Tale voi siete nel confronto mio:

Intendami chi può, che m’intend’io.

BEAT. È anche poeta il signor Lelio.

LEL. Per obbedirla.

COR. Risponderò ancor io con un paragone. Passa per la via il somarello. Conosce all’odore la biada; che merito ha egli per averla riconosciuta?

LEL. Ha il merito che intendo aver io nell’aver conosciuto la vostra bellezza, biada amorosa per questo cuore.

COR. Caro quel cuore, che non isdegna il paragone d’un somarello.

LEL. In materia d’amore, tutti gli animali s’accordano.

BEAT. Vi accordereste voi colla signora Rosaura?

LEL. Così ella non fosse recalcitrante.

COR. Sarei più ostinata del mulo, se non mi arrendessi.

LEL. Signora Beatrice, sono perduto, non son più mio.

BEAT. E di chi siete voi al presente?

LEL. Di questa rosa vermiglia, che mi ha fitta nel cuore una dolce spina.

COR. Così presto, signore, vi ho penetrato?

LEL. Al primo balenare dei vostri sguardi.

COR. Caviamola questa spina...

LEL. No; raddoppiatela con un’altra.

COR. Come?

LEL. Guardatemi dolcemente.

COR. Così?

LEL. Così. La spina viene. .

COR. Povero signor Lelio!

LEL. La spina è al petto.

COR. Mi fate pietà.

LEL. Basta, basta; la spina è dentro.

COR. Siete dunque doppiamente ferito?

LEL. Sì; lo sono.

COR. Che posso far per guarirvi?

LEL. Le punture delle spine si guariscono colla rosa, come le morsicature del cane si guariscono col suo pelo.

BEAT. Lo capite, signora Rosaura?

COR. Non troppo.

LEL. Mi spiegherò più chiaro.

COR. No, no, vi dispenso.

LEL. Ah barbara!

COR. Ah furbo!

LEL. Un’altra spina. Non posso più.

COR. Mi dispiace non essere io arbitra delle mie rose.

LEL. Andrò a chiederla al giardiniere.

BEAT. Che vuol dire?

LEL. Vuol dire:

Che l’odoroso fior chiedendo al zio...

Intendami chi può, che m’intend’io. (parte)

 

 

 


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