Carlo Goldoni
La contessina

ATTO TERZO

SCENA ULTIMA

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SCENA ULTIMA

 

Pancrazio ne' suoi abiti; poi Gazzetta e detti.

 

PANCR.

Padroni, vi son schiavo.

CON.

Olà, che vuoi?

Che fai qui? Come entrasti? Olà, Gazzetta.

GAZZ.

Lustrissimo.

CON.

Intendesti

Gli ordini miei? Pancrazio come entrò?

GAZZ.

Come ch'el sia vegnuo mi no lo so.

CON.

Su, cacciatelo via.

PANCR.

Come! Non puote

Il padre esser presente

Ai sponsali del figlio?

Non si tratta così. Mi meraviglio.

LIND.

(Ora sì viene il buono!)

CON.

Il poveruomo

Ha perduto il cervello.

PANCR.

Pazzo non son.

CON.

Dov'è tuo figlio?

PANCR.

È quello.

CON.

Lindoro?

PANCR.

Sì.

CON.

Va via. Come facesti,

Misero, ad impazzir? Codesto è figlio

Del nobile marchese Cavromano

Che venne in casa mia sin da Milano.

Fa che venga, Gazzetta, e sia presente

Al sublime imeneo.

Tu sarai testimonio. (a Pancrazio)

CONTES.

Un vil plebeo?

Conte padre, non voglio.

Cacciatelo di qua.

LIND.

(Cresce l'imbroglio).

GAZZ.

Ho cercà e recercà per tutti i busi:

No se trova el marchese.

E solo s'ha trovà sul taolin

L'abito ch'el portava e el perucchin.

CON.

Che imbroglio è questo mai?

PANCR.

Tutto saprete.

Son io quel gran marchese

Che, con enormi spese,

Venendo da Milan per valli e monti,

Spianò campagne e fabbricò dei ponti.

CONTES.

Stelle!

CON.

Come! Lindoro...

LIND.

A' vostri piedi,

Signor, eccovi un reo.

PANCR.

Levati su di , vile, plebeo.

Non conosci, non vedi

Che non sei degno di baciargli i piedi?

Troppo la nobiltà del conte offende

Un uomo mercenario,

Che d'aver la sua figlia e spera e prega.

Vanne, figlio plebeo, vanne a bottega.

CON.

Son confuso.

CONTES.

Son morta.

PANCR.

(Oh che baggian!)

GAZZ.

(El ghe l'ha fatta ben da cortesan).

PANCR.

Su, via, Lindoro, andiamo.

LIND.

Oh Dei! Contessa,

Fu amor colpa del fallo.

CONTES.

Oh che m'avete,

Crudele, assassinata!

CON.

Di me che si dirà? Figlia sgraziata!

Tutto il mondo è informato

Di questo matrimonio.

Si sa ch'è stato in casa

Lo sposo con la sposa;

Quest'è una brutta cosa.

Figlia, per l'onor tuo questo è il partito:

Lindoro, qual si sia, sia tuo marito.

CONTES.

Amor fa de' gran colpi. Io non dissento

D'abbassarmi per lui.

PANCR.

Piano di ,

V'ho da essere anch'io.

CON.

Sei fortunato.

Sarai con il mio sangue apparentato.

PANCR.

Eh prendete, signor, miglior consiglio.

Non è per un mio figlio

L'illustrissima vostra contessina.

Mandereste in rovina

La vostra nobiltà.

CON.

Fatto è l'imbroglio.

Vuò che sposi Lindoro.

PANCR.

Ed io non voglio.

 

Tua figlia, ah ah!

Pretende, uh uh!

Mio figlio, oh oh!

Oh questo poi no.

 

CON.

(Ah perfido! m'insulta, ed ha ragione).

LIND.

Deh padre, per pietà, deh permettete

Ch'io sposi la contessa. Io senza lei

Di dolor morirei.

PANCR.

Ma la contessa,

Il di cui cor fastoso

Di accrescer nobiltà non è mai sazio,

Il figlio sdegnerà d'un vil Pancrazio.

CONTES.

Amor codesta volta

Supera nel mio seno ogni riguardo.

PANCR.

Quando dunque è così, via, mi contento.

Porgetegli la man.

CON.

No, no, fermate.

Ho trovato un rimedio

Che opportuno sarà.

Perché di nobiltà

Privo non sia lo sposo di mia figlia,

A cui tutto perdono,

Quattro titoli miei gli cedo e dono.

PANCR.

Oh quante belle rane!

I titoli, signor, non danno pane.

LIND.

Deh, contessina mia, deh perdonate

Un inganno amoroso.

CONTES.

Non lo rammento più, siete mio sposo.

 

 

CORO

 

 

Sia eterno il giubilo

De' nostri petti,

Mai non si spengano

Gli accesi affetti,

Discenda Venere,

Trionfi amor.

De' vani titoli,

D'onor sognato

Non senta stimoli

Fuor dell'usato,

Non si rammarichi

Il nostro cor.

                                          

Fine.

 

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