Carlo Goldoni
Il contrattempo

ATTO SECONDO

SCENA DODICESIMA

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SCENA DODICESIMA

 

Strada con bottega da caffè.

 

Florindo, Leandro e caffettiere

 

FLOR. Caro amico Leandro, dispensatemi.

LEAN. Avrei piacere che mi diceste la vostra opinione.

FLOR. Ho la mente confusa, non sono in caso di giudicare.

LEAN. Un sonetto si legge presto. Lo leggerò io. Favoritemi di sentirlo.

FLOR. (Questi poeti sono pure i gran seccatori). (da sé)

LEAN. Può essere che non vi dispiaccia.

FLOR. Lo so che siete bravo, ma ora non ho la mente serena.

LEAN. Che cosa avete, che vi fastidio?

FLOR. Ve lo dirò, acciò non crediate che io per disprezzo ricusi di sentire il vostro sonetto.

LEAN. Eh, so che altre volte avete sentite delle composizioni mie assai più lunghe.

FLOR. (Pur troppo). (da sé) Sappiate, amico...

LEAN. E le avete compatite.

FLOR. Sì, meritamente applaudite. Ora sappiate...

LEAN. Questo sonetto non dovrebbe esser cattivo.

FLOR. Oh, a rivederci. (in atto di partire)

LEAN. Come! così mi piantate? Mi promettete dirmi un non so che, e poi...

FLOR. Se vorrete ascoltarmi, ve lo dirò.

LEAN. Dite, dite, che se vi trovo materia a proposito...

FLOR. Che cosa farete?

LEAN. Un sonetto, subito.

FLOR. Per descrivere il mio infortunio, non basterebbe un canto.

LEAN. Anche un poema, se bisogna. I versi mi cadono dalla penna.

«Come il liquido umor scorre dal monte».

FLOR. Alle corte. Voi conoscete il signor Pantalone de' Bisognosi.

LEAN. Sì, è uno de' miei mecenati.

FLOR. Sappiate che egli ha una figlia.

LEAN. Lo so, le ho fatto il suo ritratto.

FLOR. Il suo ritratto? Come?

LEAN. In quattordici versi.

FLOR. Oh bene, io nel vederla più volte, di lei mi sono invaghito. Parlarle non ho potuto, poiché in casa la tengono con una grandissima e somma gelosia. L'ho fatta chiedere al padre, ed egli me l'ha negata.

LEAN. E per questo vi disperate? V'insegnerò io.

FLOR. Che cosa m'insegnerete?

LEAN. Fatele fare un sonetto.

FLOR. Sarebbe inutile. Ella non ascolta..

LEAN. Se resiste a uno de' miei sonetti, la stimo la donna più crudele del mondo; sapete quante ne ho io convertite con i miei versi?

FLOR. I vostri versi servono a un bell'uffizio.

LEAN. Sentite questo sonetto.

FLOR. Voi mi tormentate.

LEAN. Sentitelo: può essere ch'egli faccia a proposito per il caso vostro. Vi è un poco di analogia.

FLOR. Via, sentiamolo.

LEAN. Sediamo. Avete bevuto il caffè?

FLOR. Non ancora. (sedendo)

LEAN. Ordinatelo, che lo beveremo.

FLOR. Sì, come volete. Ehi, due caffè. (al Caffettiere)

LEAN. Eccolo.

Amante tenero a bella donna ch'è di cuor duro.

 

SONETTO.

 

Donna, del vostro cor l'irato sdegno

Nel mio povero sen fa strage assai.

Dal momento primier ch'io vi mirai,

Rimasi come un duro sasso, un legno.

Di pensieri amorosi io son sì pregno,

Che la testa e il cervello io mi gonfiai;

E non ho speme di guarir giammai,

Se di dolce triaca io non son degno.

Va l'Asia tutta, e va l'Europa in guerra,

Ed io sol resterò misero amante,

Cogli occhi al cielo, e con i piedi in terra?

Oh nemica di macchina errante!

Ecco amor che v'innalza e che vi afferra.

Globo voi siete, ed è Cupido Atlante.

 

Ah? Che vi pare? Caffè.

FLOR. (Oh che roba!) (da sé)

LEAN. Avete avuto piacere a sentirlo?

FLOR. Sì, molto.

LEAN. Eppure non mi costa che cinque o sei ore di tempo.

FLOR. Si vede che avete della facilità.

LEAN. Se credeste che presentandolo alla signora Rosaura...

FLOR. No, no, vi ringrazio. (Non ci mancherebbe altro). (da sé)

 

 

 


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