Carlo Goldoni
Un curioso accidente

ATTO TERZO

SCENA TERZA   Marianna e detti

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SCENA TERZA

 

Marianna e detti.

 

MARIAN. Che cosa è stato, signor padrone?

FIL. Aiutatemi, sostenetemi. Non mi abbandonate per carità.

MARIAN. Che cosa può far per voi una sciocca?

FIL. Hai ragione. Beffami, vilipendimi, bastonami ancora. Io lo merito, e ti do licenza di farlo.

MARIAN. No, anzi vi compatisco.

FIL. Non merito di essere compatito.

GUASC. Signore, non vi abbandonate alla disperazione. Finalmente il mio padrone è persona onesta, è persona nobile.

FIL. Ha rovinato mia figlia, ha precipitate le mie speranze.

MARIAN. Voi avete il modo di dargli stato.

FIL. E avrei da gettare il mio in cotal modo?

GUASC. Perdonatemi, signore, con quelle stesse ragioni, con cui volevate convincere monsieur Riccardo, procurate di persuader voi medesimo.

FIL. Ah maladetto! tu mi rimproveri con malizia. (a Guascogna)

MARIAN. Parla bene Guascogna, e voi non l'avete da rimproverare. (a Filiberto, con caldo)

FIL. Sì, insultami, disgraziata.

MARIAN. Vi compatisco, perché la bile vi accieca.

GUASC. Rimproverate a voi stesso il frutto di un cattivo consiglio.

FIL. Perché ingannarmi? Perché farmi credere che gli amori dell'uffiziale tendessero a madamigella Costanza?

GUASC. Perché amore è ingegnoso, e insegna agli amanti celar le fiamme, e procurare la propria felicità.

FIL. E se Riccardo aderiva alle nozze della figliuola, qual figura doveva io fare in un tal maneggio?

GUASC. Il padrone vi ha mai pregato di farlo?

FIL. No, ma ha acconsentito ch'io lo facessi.

GUASC. Dite piuttosto, che voi non l'avete capito.

FIL. In somma mi hanno tradito, mi hanno ingannato. Mia figlia è una perfida. Il tenente è uno scellerato.

GUASC. Parlate meglio, signore, di un uffiziale.

MARIAN. Badate bene, che i militari sono avvezzi a tenere la spada in mano.

FIL. Oh la sarebbe bella, che per giunta mi avesse ancor da ammazzare!

GUASC. Il mio padrone non ha sì barbari sentimenti. Verrà a domandarvi perdono.

FIL. Non lo voglio vedere.

GUASC. Verrà per lui vostra figlia.

FIL. Non me la state più a nominare.

MARIAN. Il vostro sangue, signore.

FIL. Ingrata! Era l'amor mio, la mia unica consolazione.

GUASC. Al fatto non vi è rimedio.

FIL. Lo so, insolente, lo so pur troppo.

GUASC. Non vi riscaldate con me.

MARIAN. Compatitelo. La passione l'opprime. Povero il mio padrone! Sperava di maritare a piacer suo la figliuola, ed averla sempre vicina, e veder nascere i nipotini, e consolarsi nell'abbracciarli e nell'allevarli egli stesso.

FIL. Mie perdute speranze! Mie perdute consolazioni!

GUASC. Credete voi, signore, che un genero, buon francese e buon militare, non vaglia a provvedervi di nipotini?

MARIAN. Non passa un anno, che vi vedete bamboleggiare d'intorno il più bel ragazzino del mondo.

FIL. L'odio del padre mi farebbe odiare anche il figlio.

MARIAN. Eh il sangue, signore, fa dimenticare ogni oltraggio.

GUASC. Avete un'unica figliuola al mondo, e avrete cuore di abbandonarla, per non vederla mai più?

FIL. Ho tale angustia di animo, che mi sento morire.

MARIAN. Guascogna. (Si copre la faccia colle mani)

GUASC. Che dite?

MARIAN. Mi avete capito? (gli fa cenno che vada)

GUASC. Ho inteso.

MARIAN. Ora è il tempo.

GUASC. Si può provare.

FIL. Che cosa dite?

MARIAN. Dico a Guascogna che se ne vada, che non v'inquieti d'avvantaggio, e che non si abusi della vostra bontà.

FIL. Sì, lasciatemi solo.

GUASC. Vi riverisco, signore. Se più non vi rivedessi, scusatemi se in casa vostra avessi commesso qualche mal termine. Il mio padrone, per quel ch'io vedo, sarà forzato a partire, e condurrà seco in Francia la sposa. Non mi dite nulla da dire alla vostra povera figlia?

FIL. Credete voi ch'egli voglia partire sì presto? (a Guascogna)

GUASC. Mi disse, che se non aveva da voi qualche buona risposta, andassi pure ad ordinare i cavalli.

MARIAN. Gran dolor per un padre il dire: non vedrò mai più la mia figlia!

FIL. Vedete, se il vostro padrone è un barbaro, è un ingrato? Poteva io fare per lui più di quello che ho fatto? Ed egli può usarmi maggiore barbarità? Strapparmi dal cuore la figlia, senza che io la possa nemmen vedere?

GUASC. Io credo ch'ei ve la condurrebbe dinanzi assai volentieri, se non temesse gli sdegni vostri.

FIL. Perfido! Ho da lodarlo per sì bell'azione? Ho da ringraziarlo del suo tradimento? Sfugge i rimproveri di un padre offeso. Gli scotta il sentirsi dir traditore?

GUASC. Ho capito. Con permissione. (in atto di partire)

FIL. Non gli diceste mai, che ardissero di venir da me. Io non li voglio, io non li desidero.

GUASC. Ho capito benissimo. (La natura non può mentire!) (parte)

 

 

 


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