Carlo Goldoni
Il cavaliere e la dama

ATTO TERZO

Scena Nona. Donna Eleonora, Colombina, poi Anselmo

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Scena Nona. Donna Eleonora, Colombina, poi Anselmo

 

Donna Eleonora - Donna Claudia nemmeno mi ha fatto grazia d'un addio. Che donna altera è mai quella! Ma ciò poco mi preme. Quello che mi sta sul cuore si è il pericolo in cui ritrovasi don Rodrigo. Ah, che don Rodrigo occupa una gran parte del mio cuore e de' miei pensieri.

Colombina - Signora, il signor Anselmo vorrebbe riverirla.

Donna Eleonora - Passi, è padrone.

Colombina - Via state allegra, non piangete più il marito; già per quello che ne facevate? Egli stava a Benevento, e voi a Napoli. (parte)

Donna Eleonora - Niuno sa da quante passioni sia combattuto il mio cuore.

Anselmo - Col più sincero sentimento del cuore protesto alla signora donna Eleonora il mio dolore per la perdita fatta della felice memoria del degnissimo suo consorte. Ho veduto il signor don Rodrigo, mi ha data egli questa cattiva nuova, e non ho voluto mancare al debito mio, protestandole che queste mie lacrime non sono cagionate da un affettato complimento, ma dal cuore addolorato per la compassione delle sue disgrazie.

Donna Eleonora - Caro signor Anselmo, quanto sono tenuta al generoso amor vostro! Non accrescete colla vostra tenerezza la pena mia. Non mi fate lacrimar di vantaggio.

Anselmo - Veramente conosco che troppo mi lascio trasportare dal dolore per cagione di una vera amicizia. Doveva anch'io farle il solito complimento: ella si consoli, siamo tutti mortali. Ma queste son cose che chi le ascolta, le sa meglio di chi le dice, e non giovano né per i morti, né per i vivi. Sa ella cosa io le dirò, di buon cuore, da buon amico e servitore che le sono? In tutto quello che occorre, son qui per lei. Parli con libertà, se qualche cosa le bisogna per la casa, per il bruno, per altre spese; alle corte, per tutto, son qua io, mi comandi e disponga di me; questo è il più bel complimento ch'io possa farle.

Donna Eleonora - Voi mi sorprendete con un eccesso di generosità. Pur troppo anco iersera mi avete favorito. Vi ringrazio delle cere, dello zucchero e di quant'altro mi avete abbondantemente favorita.

Anselmo - Niente, queste son piccole cose. Mi permissione ch'io le possa parlare con libertà?

Donna - Anzi mi fate grazia a parlarmi liberamente.

Anselmo - Si degna ella, riguardo alla mia età, di tenermi in conto di padre?

Donna Eleonora - Per tale vi considero e vi rispetto.

Anselmo - Ed io, non per il grado, sapendo non esser degno di tanto, ma per l'amor che le porto, la tengo in luogo di figlia. Favorisca ascoltarmi, e senta quel che le dice un uomo, che desidera unicamente il suo bene. Ella è vedova, sprovveduta di danari e di beni. Ella è nobile, ed è ancor giovine; che cosa ha intenzione di fare?

Donna Eleonora - Questo è quel pensiere che occupa la mia mente.

Anselmo - Andiamo per le corte, senza tanti raggiri. Se vuole restar vedova, sola non istà bene, onde la consiglio ritirarsi o con i suoi parenti, o con qualche famiglia onesta e dabbene, ed io le passerò, fino ch'ella vive, un trattamento da povera dama, e le farò un assegnamento per dopo la mia morte ancora. Se vuol ella ripigliar marito, quattro, cinque, sei mila scudi glieli darò io, secondo il partito che si ritroverà. Io non ho figliuoli, i miei parenti non hanno di bisogno di me. Ho qualche poco di bene al mondo, il cielo me l'ha dato. Il cielo vuole ch'io ne disponga, oltre il mio bisogno, per qualche opera di pietà, e fra tutti i guadagni che ho fatti nel corso della mia vita, il guadagno maggiore sarà questo, di aver soccorso una vedova abbandonata, perché povera, e miserabile, perché onesta.

Donna Eleonora - Oh Dio! voi mi fate piangere per tenerezza.

Anselmo - Via, si consoli. La sua bontà, la sua modestia, la sua rassegnazione mi muove, mi stimola a quest'atto di pietà umana. Onde ella mi ha capito: o ritirarsi, o maritarsi; o il suo mantenimento, o una dote discreta. Tanto esibisce un padre per affetto ad una figlia per rassegnazione.

Donna Eleonora - Voi avete un cuore pieno di bontà e di vero amore.

Anselmo - Sì, signora, questo è il vero amore, e non quello di certi cacazibetti: gioia... Non ho mai potuto tollerare le frascherie; ed ella mi piace, perché è una donna prudente, che non bada a simili sciocchezze. Il matrimonio non lo condanno. Ella è stata maritata una volta, è giovane, non sarebbe male che si tornasse ad accompagnare, ma con giudizio, da donna saggia, per istar bene e non per istar male; pensare più al giorno che alla notte, e considerare che la gioventù e la bellezza sono cose che passano presto, ma i buoni costumi, la virtù e la prudenza stabiliscono la vera pace delle famiglie.

Donna Eleonora - Oh, se vi fossero al mondo padri della vostra sorta, quanto meno tristi figliuoli si vedrebbero!

Anselmo - Signora, s'ella mi licenza, le leverò l'incomodo.

Donna Eleonora - Così presto volete privarmi delle vostre grazie?

Anselmo - Ho da badare a' miei interessi, e non ho tempo da gettar via; quello che io aveva da dirle, l'ho detto. Ella pensi e risolva; e quando averà risoluto, mi avvisi: si fidi di me, e non pensi ad altro. La cosa passerà con segretezza fra lei e me. Troveremo un pretesto per far credere al mondo che la provvidenza sia derivata o dai parenti, o dal fisco. Non voglio che si sappia che lo fo io; perché chi dona, e fa sapere d'aver donato, mostra d'averlo fatto per ambizione, e non per zelo, né per buon cuore; e quando il benefattore fa arrossire la persona beneficata, vende a troppo caro prezzo qualsisia benefizio. Le fo umilissima riverenza. (parte)

 

 


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