Carlo Goldoni
La dama prudente

ATTO PRIMO

SCENA QUINTA

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SCENA QUINTA

 

Il marchese Ernesto e detti.

 

MAR. Signora, a voi m’inchino.

EUL. Serva divota.

MAR. Amico. (a Roberto)

ROB. Ecco, mi trovate in un punto che io esco di casa. Vi ringrazio della finezza che fate a mia moglie, onorandola delle vostre visite.

MAR. Signora, come state voi di salute?

EUL. Benissimo, a’ vostri comandi.

MAR. Troppo gentile. Come avete riposato la scorsa notte?

EUL. Perfettamente.

MAR. Me ne rallegro.

EUL. Favorite, accomodatevi.

MAR. Amico, e voi non sedete? (a Roberto)

ROB. No, Marchese, perché parto in questo momento.

MAR. Accomodatevi, come v’aggrada. (siede vicino assai ad Eularia)

ROB. (Parmi insegni il Galateo, che non convenga al cavaliere sedere tanto vicino alla dama). (da sé)

MAR. Ieri sera, signora mia, sono stato sfortunato: ho perso al faraone.

EUL. Me ne dispiace infinitamente. Via, caro don Roberto, non istate in piedi: sedete ancor voi.

ROB. Perché volete ch’io sieda? Non lo sapete che ho a uscir di casa? Mi fareste venir la rabbia. (alterato)

MAR. Caro amico, se la moglie vi brama vicino, è segno che vi vuol bene.

ROB. Non posso soffrir queste donne, che vorrebbero sempre il marito vicino. A me piace la libertà.

MAR. Questo è il vero vivere. Ognuno pensi a se stesso.

ROB. Amico, a rivederci. (andando dalla parte di donna Eularia, in atto di partire)

MAR. Vi sono schiavo.

ROB. Donna Eularia, tocchiamoci la mano.

EUL. Sì, volentieri.

ROB. (Stando così vicina a quella sedia, vi rovinate il vestito). (piano toccandole la mano) Oh, a rivederci. (forte)

EUL. A pranzo venite presto: con permissione. (si scosta dal Marchese)

ROB. Veramente è un gran mobile! Gran debolezza donnesca rispetto agli abiti! Caro Marchese, compatitela.

MAR. Io chiedo scusa se inavvertentemente...

ROB. Oh, a rivederci.

MAR. Addio, don Roberto.

ROB. Vado via... Se venisse il fattore... eh, non importa. Sentite... basta, tornerò, tornerò. (dubbioso fra l’andare e il restare, poi parte, indi torna)

MAR. Signora donna Eularia, ieri sera speravo vedervi alla conversazione.

EUL. Ieri sera sono restata in casa.

MAR. Avrete avuta qualche compagnia grata, che vi avrà trattenuta.

EUL. Sono rimasta sola, solissima.

MAR. Sarà come dite; ma non si è veduto nemmeno il conte Astolfo, e tutti hanno giudicato ch’egli con voi.

EUL. Non è vero assolutamente. Vi dico ch’io sono restata sola. (torna Roberto)

ROB. Signora donna Eularia, avete vedute le chiavi del mio scrittoio?

EUL. No certamente.

ROB. Non le trovo in nessun luogo.

EUL. Avete ben guardato?

ROB. Sì, ho guardato, e non le trovo.

EUL. Aspettate, guarderò io. Con licenza, signor Marchese, perdoni. (s’alza)

ROB. Oh, chi vi ha insegnato le convenienze? Si lascia un cavaliere per cercar una chiave? Restate, restate, la cercherò io. Marchese, compatite. (parte)

EUL. (Quest’uomo ha dei sospetti). (da sé)

MAR. Onde, signora, qualche cosa si è detto sul proposito vostro e del conte Astolfo.

EUL. Non credo che la mia condotta possa dar motivo di mormorazioni.

MAR. È verissimo, ma siccome io sono stato il primo che ha avuto l’onor di servirvi, da che vi siete fatta la sposa, pare ch’io mi sia demeritata la vostra grazia, e le dame mi pungono su questo punto.

EUL. Io ho ricevuto le vostre grazie per l’amicizia che passa fra voi e mio marito, e per la stessa ragione non ho potuto ricusar le finezze del conte Astolfo. Di ciò non mi potete aggravare.

MAR. Capperi, signora donna Eularia, non vi lasciate servire che per commissione di vostro marito?

EUL. Sì signore, così è. Non mi vergogno a dirlo, e non mi pento di farlo. (ritorna Roberto)

ROB. Ma queste maladette chiavi io non le trovo.

EUL. Quanto volete scommettere, che se io le cerco, le troverò?

ROB. Se non le trovo sono imbrogliatissimo.

EUL. Caro Marchese, datemi licenza. Le voglio cercar io. (s’alza)

MAR. Accomodatevi pure.

EUL. (Anderò via, e sarà finita). (da sé)

ROB. Marchese mio, mi dispiace infinitamente. Cercatele e tornate presto.

EUL. (Oh, non ci torno più). (da sé)

 

 

 


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