Carlo Goldoni
La dama prudente

ATTO PRIMO

SCENA DODICESIMA

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SCENA DODICESIMA

 

Donna Eularia, servita dal Marchese e dal Conte, e detti. Tutti si salutano.

 

EUL. Serva, donna Rodegonda; m’inchino a quella dama che non ho l’onor di conoscere.

EMIL. Vostra serva divota.

RODEG. Questa è una dama mia amica, che mi ha favorito un’intera villeggiatura nel suo paese, ed ora è venuta ad onorar la mia casa.

EUL. Spero che col vostro mezzo si degnerà di onorare anche la mia.

RODEG. Favoriscano di sedere. (donna Emilia siede) , donna Eularia. Signor Conte, signor Marchese, non abbandonino il loro posto. (li due siedono un di qua, un di di donna Eularia, bene uniti) Don Roberto, volete favorire in mezzo di noi due?

ROB. Io, se vi contentate, sto bene qui. (siede dalla parte di donna Rodegonda, ma non tanto vicino)

MAR. Vostro marito ha paura a star vicino alle donne. (piano ad Eularia)

EUL. Mio marito è un uomo che non bada alle frascherie. (piano al Marchese)

RODEG. Don Roberto, perché state così lontano da noi?

ROB. Il rispetto che io ho per le dame, non mi permette che io le incomodi stando loro troppo vicino.

RODEG. Questa è una delicatezza affatto nuova. Favorite, venite qui. Soffrite l’incomodo del mio guardinfante.

ROB. Per questo poi, vi supplico dispensarmi. Non so come facciano il Marchese ed il Conte a soffrire sopra le loro ginocchia il guardinfante di mia moglie, e mi meraviglio che donna Eularia abbia sì poca convenienza di dar loro un sì grande incomodo.

EUL. Dice bene mio marito. Allontaniamoci un poco.

MAR. Oibò, stiamo benissimo. (la trattiene)

ROB. In verità, è una cosa curiosa. Non si distinguono le gambe del cavaliere da quelle della dama. (ride con affettazione)

CON. No, don Roberto, vi corre la dovuta distanza. (si scosta)

ROB. Oh, lo dico per ischerzo. (come sopra)

MAR. Amico, non m’imputate di malcreato. (a don Roberto, e si scosta)

ROB. L’ho detto per una facezia.

EUL. (Certamente questa cosa non vuol finir bene). (da sé)

RODEG. Amica, nel tempo che si trattiene qui donna Emilia, vi prego non abbandonarci. (a donna Eularia)

EUL. Sarò con voi a servirla.

EMIL. Io non merito tante grazie.

RODEG. Donna Emilia, ho ritrovato una dama che vi farà compagnia; tocca a voi a ritrovarvi un cavaliere.

MAR. Ecco don Roberto. Egli non ha alcun impegno. Sarà il cavalier servente di questa dama.

ROB. A Castelbuono non s’usano cavalieri serventi; vero, donna Emilia?

EMIL. È verissimo, non si usano.

CON. Ella avrà piacere di uniformarsi all’uso della città.

ROB. Anzi non vorrà corrompere il bel costume del suo paese.

CON. Bel costume chiamate il vivere solitario?

ROB. Io non ho mai creduto cosa buona la soggezione.

MAR. Ed io non credo vi sia piacer maggiore oltre la società.

CON. Povere donne! avrebbero da viver ritirate, neglette, instupidite?

ROB. Signora donna Emilia, come vivono le donne al vostro paese?

EMIL. Siamo poche, ma quelle poche che siamo, facciamo la vita delle ritirate. non si usano i cavalieri serventi...

ROB. Sentite? Non si usano i cavalieri serventi a Castelbuono. (al Conte ed al Marchese)

EMIL. Si fanno anche da noi delle conversazioni, ma i mariti vanno colle loro mogli, e guai se si vedesse comparire una donna servita da uno che non fosse o il marito, o il fratello, o il congiunto.

RODEG. Ma signori miei, avete sempre a parlare voi altri, e noi tacere? Donna Eularia, dite qualche cosa.

EUL. Io dico che mi piacerebbe moltissimo l’abitazione di Castelbuono.

EMIL. Se volete meglio concepirne l’idea, siete padrona in casa mia.

ROB. (Oh! il cielo volesse. Donna Eularia non avrebbe nemmeno il parente). (da sé)

MAR. Donna Eularia, che dite? Una dama di tanto spirito andarsi a perdere in un castello? Credo che donna Emilia medesima non l’approverebbe e cambierebbe anch’essa la bella felicità del ritiro colle nostre amabili conversazioni.

EUL. Io penso forse diversamente.

ROB. (Già, non mancano seduttori). (da sé)

CON. Sentite, se voi andaste ad abitare in un castello in meno di due mesi vi tirate dietro mezza questa città.

ROB. (Non ci mancherebbe altro). (da sé)

MAR. Donna Emilia, non ci private della nostra damina.

CON. Non ci state a rapire la nostra donna Eularia.

ROB. (Pare che sia cosa loro. Io non c’entro per niente). (da sé)

EMIL. Sono persuasa che ella non vorrà fare un sì tristo cambio.

EUL. Quanto lo farei volentieri!

MAR. Che malinconia è questa? (a donna Eularia)

CON. Che novità? che novità?

ROB. (Or ora non posso più). (da sé)

CON. Don Roberto, dite qualche cosa anche voi. Sentite che pensieri malinconici entrano nel capo alla vostra sposa.

ROB. (Freme)

MAR. Se voi vorrete partire, vi legheremo qui, vi legheremo qui. (fa il segno di legarla, e la prende per la mano)

ROB. (Non posso più). (s’alza)

RODEG. Che c’è, don Roberto?

ROB. Con vostra permissione, devo andare per un affar di premura.

RODEG. Trattenetevi un momento.

ROB. Convien ch’io vada. Non posso trattenermi.

EUL. M’immagino che vorrete andare a vedere che fa vostra zia: con licenza di queste dame, verrò ancor io.

ROB. No no, restate. Anderò io solo.

CON. Via, quando lo dice il marito, si ubbidisce. Restate con noi.

MAR. Vi legheremo qui, vi legheremo qui. (la prendono civilmente per le mani, volendola trattenere)

ROB. Signori, con vostra buona licenza.

EUL. Sentite...

ROB. Tornerò. (parte smaniando)

RODEG. (Quell’uomo ha qualche cosa per il capo). (da sé)

EUL. (Povero don Roberto, egli è all’inferno per me, e senza mia colpa). (da sé)

 

 

 


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