Carlo Goldoni
La dama prudente

ATTO PRIMO

SCENA QUATTORDICESIMA

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SCENA QUATTORDICESIMA

 

Don Roberto e detti.

 

ROB. (Eccoli ancora qui. La finirò io). (da sé)

RODEG. Don Roberto, ben ritornato.

ROB. Servo di lor signori.

EUL. Che ha vostra zia?

ROB. Dirò... male assai... sta per morire... Sarebbe bene che, prima ch’ella morisse, le deste anche voi la consolazione di vedervi.

EUL. Sì, dite bene; andiamola a veder subito. Donna Rodegonda, compatite. Donna Emilia, vi son serva.

RODEG. Verremo questa sera da voi.

EUL. Mi farete un onor singolare.

EMIL. Ed io sarò partecipe delle vostre grazie.

MAR. Signora, sono a servirvi.

EUL. Perdonatemi. Non mi par che convenga andare a visitare una moribonda in compagnia di gente non conosciuta.

MAR. (Ancora è sdegnata). (da sé) Perdonatemi, avete ragione.

CON. Sì signora, dite bene. In questa occasione non si va che con suo marito.

ROB. (In questa occasione). (da sé)

EUL. Don Roberto, andiamo. (gli la mano)

ROB. Signora donna Emilia, ecco un matrimonio all’usanza di Castelbuono. Colà sempre così, e qui in questa sola occasione. dicono che va bene, e qui ridono. (parte con donna Eularia)

MAR. Signora donna Rodegonda, vi leverò l’incomodo. Signora donna Emilia, all’onore di riverirvi.

RODEG. Non ci scarseggiate i vostri favori.

MAR. Questa sera avrò l’onor di riverirvi alla conversazione da donna Eularia.

RODEG. Con quella dama non conviene che vi arrischiate a parlar troppo.

MAR. Tutte le mie parole la fanno alterare. Qui il signor Conte ha la fortuna di essere meglio ascoltato. (parte)

RODEG. È vero, signor Conte?

CON. Il Marchese lo va dicendo, ma io non ho fondamento di crederlo.

RODEG. Già lo vedo, siete due rivali.

CON. La rivalità non mi gran pena: bastami di non essere soverchiato.

RODEG. Chi ama, non può soffrire compagni.

CON. So che amo una dama, e l’amor mio non arriva al segno della gelosia. (parte)

EMIL. (Oh che belle cose! Oh che bellissime cose!) (da sé)

RODEG. Donna Emilia, questa sera andremo alla conversazione di questa dama.

EMIL. Ci verrò con piacere. (Imparerò qualche altra cosa di bello). (da sé)

RODEG. Servitevi qui nel vostro appartamento, ch’io intanto vo a dar qualche ordine alla famiglia. (parte)

EMIL. Prendete il vostro comodo. Oh che belle cose! Oh che bellissime cose! Una donna ha due che la servono. Il marito lo soffre, anzi ha piacere che sia servita. I serventi hanno gelosia fra di loro: la donna li tratta e li rimprovera. Essi soffrono e non sperano niente. Non sperano niente? La prudenza di donna Eularia non accorderà loro cos’alcuna, ma niuno mi farà credere che i due serventi non sperino qualche cosa. (parte)



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