Carlo Goldoni
La dama prudente

ATTO SECONDO

SCENA VENTESIMA

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SCENA VENTESIMA

 

Il servitore di don Roberto e detti; poi il cameriere di donna Rodegonda.

 

SERV. Illustrissima, il suo cameriere vorrebbe farle un’ambasciata. (a donna Rodegonda)

RODEG. Se lo permettono, che passi.

ROB. Padrona.

MAR. (Usciremo di questa casa). (al Conte)

CON. (Sì, e ve ne pentirete).

ROB. (Quanto pagherei sentire che cosa dicono). (da sé)

CAM. Illustrissima, il signor don Alfonso, marito della signora donna Emilia, manda a riverirla, e siccome domattina si deve levar per tempo per terminare alcuni suoi affari prima di partire, la supplica ad andare a casa un poco per tempo. (a donna Rodegonda)

EMIL. Sentite? Ecco i complimenti che si usano a Castelbuono.

RODEG. Ditegli che verso le quattro saremo a casa.

ROB. Ehi, fermatevi. Cara donna Rodegonda, volete fino alle ore quattro far aspettare quel povero cavaliere? Signora donna Emilia, se a Castelbuono il vostro consorte vi avesse mandato questa ambasciata, che cosa avreste fatto?

EMIL. Sarei andata a casa immediatamente.

ROB. Signora donna Rodegonda, per l’onore della nostra città, non vorrei che dessimo questo scandalo. Vi consiglio di compiacere al vostro ospite e risparmiare a questa dama il rimprovero di suo marito.

RODEG. Che dite, donna Emilia?

EMIL. Io mi rimetto a quello che fate voi.

RODEG. Almeno terminiamo questo giuoco.

ROB. Sì, terminiamolo.

RODEG. Andate, dite a don Alfonso che or ora saremo a casa, e preparate la cena. (al Cameriere)

CAM. (Oh che prodigio! Questa sera si cenerà prima della mezzanotte). (da sé, parte)

MAR. (Signora, compatitemi, la mia collera non si può più trattenere). (a donna Eularia)

CON. (Il Marchese è arrivato a un eccesso d’impertinenza). (a donna Eularia)

EUL. (Così poco stimate le suppliche di una dama?)

ROB. Ecco, ho fatto primiera.

RODEG. Se io la fo, è meglio della vostra.

EMIL. Io posso vincere con un flusso.

RODEG. Facciamo a monte? (a don Roberto)

ROB. Sì, a monte, a monte. Ecco terminato. (si alzano) Come va? Chi vince? Chi perde? (all’altro tavolino)

EUL. Non vi è gran differenza. (si alzano)

MAR. M’inchino a queste dame. Amico, perdonate l’incomodo. (in atto di partire)

ROB. Non volete servire una di queste dame?

MAR. Le supplico a dispensarmi. Un affar di premura mi obbliga andar altrove. , ci siamo intesi. Vi aspetto. (parte)

ROB. Anche voi partite? (al Conte)

CON. Domando scusa se non fo il mio dovere. Il Marchese mi aspetta. Abbiamo un affare di conseguenza, che ci obbliga andare insieme. (saluta e parte)

EUL. (Oh Dio! Si batteranno. Misera me! L’onor mio è in pericolo). (da sé)

ROB. Donna Eularia, que’ due cavalieri sono assai torbidi. Partono assai confusi; non vorrei che vi fossero delle novità.

EUL. Vi dirò, tutti due l’hanno meco, perché non ho voluto continuare a giuocare. Si sono uniti, e pretendono di fare una spezie di vendetta andando a terminar la sera in un’altra conversazione.

RODEG. Signora donna Emilia, sentite?

EMIL. Al mio paese questi due cavalieri non si riceverebbero più.

ROB. Ah, signora donna Eularia, sentite?

EUL. Se voi non li ricevete, non dubitate che io lo faccia.

EMIL. Signor don Roberto, con vostra permissione ce ne anderemo.

ROB. Voi partite domani per Castelbuono?

EMIL. Sì, signore, domani.

ROB. Oh quanto verrei volentieri con voi.

EMIL. Mi fareste il maggior piacere del mondo. Ma, don Roberto, voi stareste male colà.

ROB. Perché?

EMIL. Perché a Castelbuono un marito che non sia geloso, non è stimato. (parte)

ROB. Mi ingegnerei di farmi stimare.

RODEG. Un castello non è per voi. A voi piace che vostra moglie sia servita, e non avrebbe un cane che la servisse. (parte)

ROB. (Oh benedetto castello! Servita? O bene o male, mia moglie la servo io). (da sé, e parte)

EUL. Oh Dio! Che cosa sarà? Che esito avrà il duello? Di me cosa mai si dirà? Se lo sa mio marito, misera me! Cielo, aiutami; cielo, a te raccomando l’onor mio, quello della mia famiglia, quello di mio consorte. (parte)



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