Carlo Goldoni
La dama prudente

ATTO TERZO

SCENA SETTIMA

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SCENA SETTIMA

 

Donna Eularia ed il suddetto.

 

EUL. Dove, don Roberto?

ROB. A cercare di voi.

EUL. Eccomi.

ROB. Perché levarvi sì presto?

EUL. Non mi pare sia tanto di buon mattino. Saran due ore ch’è levato il sole.

ROB. Ho dormito soverchiamente. Quanto tempo è che vi siete alzata?

EUL. Non è molto.

ROB. Perché prima di levarvi non mi avete svegliato?

EUL. Vi ho lasciato dormire, perché mi pare abbiate fatto una notte inquieta.

ROB. Se ciò sapete, non avete dormito nemmeno voi.

EUL. Certamente. Non ho potuto dormire.

ROB. Che cosa vi disturba, che non potete dormire? (alterato)

EUL. Non posso trovar riposo, quando sento voi agitato.

ROB. Non so quietarmi, pensando alla maniera insolita con cui partiti sono il Conte ed il Marchese dalla nostra conversazione. Qualche cosa vi è. Qualche cosa è seguita.

EUL. Non è seguito niente. Tanto il Conte che il Marchese hanno mandato a farci i loro complimenti a vedere se abbiamo riposato, e a chiedere scusa del poco garbo con cui si sono licenziati, aggiungendo che verranno tutti due insieme a prendere la cioccolata da noi.

ROB. Sì? Verranno insieme? Ho piacere. Dubitava di qualche inconveniente. (Ancora mi resta impressa nella mente quella botta segreta, che provar volevano con le spade). (da sé)

EUL. Caro marito, facciamo di meno di queste conversazioni. Oh, che bel vivere senza impicci! Senza impegni, senza soggezione!

ROB. Voi dite bene; ma nelle gran città non si può vivere ritirati.

EUL. Chi ci obbliga di abitare in città?

ROB. Certo, che se avessi una comoda abitazione in un paese di minor soggezione, vi anderei a star volentieri.

EUL. Delle case comode se ne trovano da per tutto.

ROB. Ma voi presto vi annoiereste.

EUL. Io ci starei col maggior piacere del mondo.

ROB. Per dirla, voi altre signore nelle città grandi vi prendete poi anche degli incomodi soverchi. Ecco qui, appena giorno, siete abbigliata, incipriata e pronta a ricever visite.

EUL. Vi dirò, mi sono vestita per tempo, perché questa mattina parte donna Emilia, ed è dovere ch’io vada ad augurarle il buon viaggio.

ROB. M’immagino che da donna Rodegonda sarà pieno di cavalieri.

EUL. A buon’ora non vi sarà nessuno.

ROB. E voi con chi anderete?

EUL. Spero che voi verrete con me.

ROB. Io? Perché?

EUL. Vi corre debito egualmente che a me, di venir a riverir quella dama.

ROB. Sì, andiamo.

EUL. Caro marito, vi vorrei pregar d’un piacere.

ROB. Dite; farò tutto per voi.

EUL. Vorrei che andassimo voi ed io ad accompagnar donna Emilia al di lei paese.

ROB. A Castelbuono?

EUL. Sì, a Castelbuono.

ROB. Volentieri, con tutto il cuore. Ma come potete voi disporre dell’animo di donna Emilia?

EUL. Lasciate il pensiere a me. Ella mi ha fatte delle cortesissime esibizioni. Son certa che lo riceverà per finezza.

ROB. (Oh, volesse il cielo che donna Eularia s’innamorasse di Castelbuono!) (da sé)

EUL. Non perdiamo tempo. Risolviamo, prima che vengano interrompimenti.

ROB. Sì, sì, prima che vengano il Marchese ed il Conte.

EUL. Facciamo così: anderò io, se vi contentate, prima di voi a riverir donna Emilia e farle sapere la nostra risoluzione, che certamente sarà da lei molto gradita. Voi intanto date i vostri ordini ad Anselmo, il quale è un uomo di garbo, fidato e pratico della famiglia, e poi venite immediatamente alla casa di donna Rodegonda. Avvertite far presto; poiché, se parte donna Emilia, perdiamo la più bella occasione di questo mondo.

ROB. Non la vorrei perdere per un milione. Anselmo è pratico della casa. Pochi ordini gli bastano per regolarla. Ehi, quanto ci staremo a Castelbuono?

EUL. Otto, dieci giorni, quanto vi parerà conveniente.

ROB. Basta, basta, sul fatto ci regoleremo. Chi è di ?

 

 

 


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