Carlo Goldoni
La dama prudente

ATTO TERZO

SCENA VENTESIMA

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SCENA VENTESIMA

 

Don Roberto e detti.

 

ROB. Oh, eccomi qui... (Mi voleva maravigliare che non ci fossero i ganimedi). (da sé)

EMIL. Che ha detto mio marito? Quando partiremo noi? (a don Roberto)

ROB. Egli fa attaccare i cavalli, e aspetta il nostro comodo.

EUL. Marito mio carissimo, voi direte che io sono volubile, ma non so che fare. Sappiate che sono quasi pentita di andare a Castelbuono.

EMIL. Oh, questa vi vorrebbe!

ROB. Come! Pentita? Sono forse stati questi signori, che vi hanno svogliata?

MAR. Noi non abbiamo parlato.

EUL. La ragione per cui sono quasi pentita, non è già per piacer di restare, o per dispiacer d’andare. Penso che la mutazione dell’aria mi potrà far bene, ma tornando in città, starò peggio che mai: onde per pochi giorni non ci voglio andare. O andiamo per istarvi un anno o non ci vengo punto.

ROB. Sì, un anno, due, tre. Anco sempre, se volete.

EUL. Anco sempre?

ROB. Sì, per contentarvi lo farò volentieri.

EUL. Quand’è così, andiamo immediatamente.

ROB. E della casa nostra che ne faremo?

EUL. Dopo qualche tempo verrete voi ad appigionarla e levare i mobili, se vi piacerà il soggiorno di Castelbuono.

ROB. Mi piacerà senz’altro. Amici, addio. State allegri, state sani. Godetevi le vostre amabilissime conversazioni. Quanto mi spiace lasciarvi! Quanto mi spiace che donna Eularia perda la compagnia di due cavalieri savi e prudenti, come voi siete!

MAR. Amico, fate bene a contentare una moglie che merita. (Ella è troppo severa, e suo marito è troppo condiscendente). (da sé, parte)

CON. Auguro a tutti un felice viaggio. Don Roberto, amate vostra moglie, che ben lo merita. (S’io fossi il di lei marito, non la lascierei praticare liberamente, come fa don Roberto. Si vede bene ch’ei non è niente geloso). (da sé, parte)

ROB. (Manco male che se ne sono andati). (da sé) Donna Eularia, do alcuni altri ordini al maestro di casa che in sala mi aspetta, e monto in carrozzino senza nemmeno tornare a casa... Ma ditemi, che cosa faremo di Colombina?

EUL. Colombina e suo fratello mi hanno chiesto licenza perché la loro madre è moribonda. Li ho regalati, e partiranno a momenti.

ROB. Buono. E il lo condurremo con noi?

EUL. Il paggio? Non sapete quel bricconcello del paggio? Perché ieri gli ho dato uno schiaffo, è fuggito da una sua zia e non vuol più venire.

ROB. Questa sua fuga non può essere più a tempo. A Castelbuono si usano i paggi? (a donna Emilia)

EMIL. Non si usano.

ROB. Gli altri servitori li condurremo con noi.

EUL. Sì. (Gli altri non sanno nulla degli accidenti occorsi). (da sé)

ROB. Andiamo dunque a questo benedetto castello. (Lode al cielo, avrò terminata quell’enorme fatica d’esser geloso e di non parere di esserlo. Se mia moglie si elegge per abitazione un castello, è segno ch’ella non è invaghita del mal costume di una città). (da sé, parte)

EMIL. Andiamo, donna Eularia; andiamo, che a Castelbuono vi sembrerà più cara e più piacevole la conversazion del marito. (parte)

RODEG. Andate pure, e badate bene di non annoiarvi. Chi è avvezzo al gran mondo, difficilmente si accomoda al vivere ritirato. (parte)

EUL. Io mi aspetto godere una vita felice, un ritiro beato, un soggiorno pieno di contentezze. Ecco superato il mio impegno, ecco a fine condotta la macchina che ho disegnata. Mio marito è stato geloso alla follia, e niuno lo ha conosciuto. Due cavalieri sono stati per mia cagione rivali, e niuno lo ha penetrato. La servitù mormorava, ed io mi sono dalle loro mormorazioni sottratta. Conobbi essere una gran città per me e mio marito pericolosa, ed eletta mi sono l’abitazion di un castello. In questa maniera don Roberto non avrà occasione d’esser geloso. Egli viverà quieto, ed io passerò i giorni tranquillamente. Anderò a Castelbuono. Molti crederanno che Castelbuono sia un paese ideale; ma io dico che Castelbuono è quello in cui si elegge di vivere una Dama prudente.

 

 

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