Carlo Goldoni
De gustibus non est disputandum

ATTO PRIMO

SCENA QUINTA   Il Cavaliere, poi Erminia e Celindo

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SCENA QUINTA

 

Il Cavaliere, poi Erminia e Celindo

 

CAV.

Oh genio stravagante!

Uno spirto brillante,

Un costume vivace

È pur quel che diletta e quel che piace.

E Artimisia mi vuole

Mesto, tristo, languente, addolorato?

Oh di donna gentil gusto sguaiato!

Come è possibil mai

Che un uom del mio costume,

Promotor de' piaceri e dei diletti,

Trattenga il riso e la mestizia affetti?

Farlo mi proverò.

Ma, cospetto di Bacco! io creperò.

CEL.

Cavaliere, di voi

Ora andavamo in traccia.

CAV.

Comandate.

ERM.

Perché turbato in faccia?

CEL.

Qualche mal vi è accaduto?

Non vi ho mesto così mai più veduto.

CAV.

Nulla, nulla... pensavo...

A certi conti della mia famiglia.

(M'è venuta in pensiero

Cosa che mi può far mesto davvero). (da sé)

CEL.

D'uopo abbiamo di voi. Poeta amico,

Sui vicini sponsali

E d'Erminia e di me, versi ha formati

D'uno stile bizzarro e inusitati.

Risponder si vorrebbe ai carmi suoi:

Ecco, amico, il perché si vien da voi.

CAV.

Versi... versi... Son belli?

ERM.

Anzi bellissimi.

CAV.

Lasciate ch'io li veda.

(Artimisia non c'è). (da sé)

CEL.

Eccoli.

CAV.

(Parmi

D'avere il fuoco addosso.

Leggerli non vorrei... Ma far nol posso). (da sé)

ERM.

Ammirate lo stil.

CEL.

Stile che invero

Al Berni stesso in leggiadria non cede.

CAV.

Leggiamoli. (Artimisia ora non vede). (da sé)

Se d'un paio di nozze, Amor, sei vago...

Che bel verso! Mi piace.

 

 

 


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