Carlo Goldoni
La donna di garbo

L'AUTORE A CHI LEGGE.

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L'AUTORE A CHI LEGGE.

 

Questa, per dir vero, è la prima Commedia di carattere da me disegnata e intieramente scritta, senza lasciar a' Comici la libertà di parlare a talento loro, come in quel tempo comunemente accostumavano. Quando principiai a dare alle stampe le Comiche mie Rappresentazioni, a questa, siccome alla primogenita, diedi la precedenza, e stabilito aveva di seguitare coll'ordine istesso la produzione dell'altre ancora. Accadde poi, che mi venne in mente quella Commedia comporre, che il Teatro Comico è intitolata, e che per natura sua, sendo quasi Proemio delle Commedie, alle altre tutte (come altra fiata dissi) dovea precedere. La posi dunque al suo luogo in questa mia riformata Edizione, ponendola innanzi a tutte, e per ragione di quella ho poi alterato l'ordine dell'altre ancora; e questa che era la prima nella Edizione di Venezia, è divenuta la vigesima prima in questa mia Fiorentina.

Due difetti sono stati da' Critici imputati a questa Commedia: l'uno, che il carattere principale della Donna di Garbo sia fuor di natura, avendola fatta comparir troppo erudita e troppo di varie scienze informata; l'altro, che non le convenga il titolo di Donna di Garbo, facendo ella la parte piuttosto di lusinghiera adulatrice femmina, che altro.

E in quanto al primo: egli è vero che tra noi pochissime son quelle Donne che tanto studiano, quanto dimostra averlo fatto la mia Donna di Garbo, ma finalmente non è ella cosa affatto impossibile; e in altri Paesi vi sono state di quelle che hanno sino prodotti de' nuovi sistemi di Fisica. Quando io mi metto a scrivere una Commedia, non mi servo né delle Storie, né delle Opere altrui. Cerco in natura se si può dare, se è verisimile che si dia quel tal carattere da me preso di mira; e se naturale e verisimile sia tutto quello che al carattere stesso attribuisco. Chi è quegli che abbia coraggio di affermare non darsi delle Femmine dotte e virtuose? Lo smentirebbero tutte quelle sagge ed erudite Signore, che si ammirano anche a' nostri in Bologna principalmente, ed in Venezia e tutte quelle altre parti d'Italia dove io sono stato, e finalmente in tutta l'Europa.

Mi potrebbero opporre in risposta, che se è difficile che si dia una Femmina dotta, cresce la difficoltà, essendo la mia Donna di Garbo una povera figlia di una miserabile lavandaia. Ma io replicherei francamente che gl'intelletti non si misurano dalla nascita, né dal sangue, e che anche una Femmina abbietta e vile, la quale abbia il comodo di studiare ed il talento disposto ad apprendere, può erudirsi, può farsi dotta, può diventare una Dottoressa; il che suppongo io essere accaduto nella mia Rosaura, appunto per esser figlia di una lavandaia che serviva d'imbiancare agli scolari e a' Maestri della Università di Pavia, alcuno de' quali, invaghito forse del bello spirito della ragazza, la può aver resa ammaestrata ne' buoni principii: e chi ha talento, passa facilmente di studio in studio, e una scienza serve di scorta all'acquisto di un'altra. Ma non ho debito di rendere esattissimo conto di tutto ciò che è nato prima del nascere della mia Commedia, per la cui principal azione ho ritrovata una Femmina di varie dottrine e scienze informata; e su tale sistema di carattere particolare ho formato il mio lavoro.

Ben con più forte impegno e maggiore soddisfazione risponder vorrei a quei delicati, i quali non si appagan del titolo o, dicendo essi che una Femmina per esser Donna di Garbo ha da dire la verità, non ha da secondare le altrui pazzie, non ha da acquistarsi credito coll'adulazione, né ha finalmente da servirsi di mezzi pericolosi per conseguire uno sposo. A questi tali risponderei francamente che se per Donna di Garbo intendono una Donna sincera, savia e accostumata, che l'eroismo anteponga all'amore, tale certamente non presento la mia. Io la voglio una Donna accorta, che i Lombardi volgarmente chiamano una Donna di garbo; intendo rappresentare il carattere di una Femmina la quale, benché dotta, pure è soggetta a tutte le umane passioni, delusa nelle sue speranze, ingannata dalle altrui promesse, e tradita nel proprio onore a riparo del quale mette in opera tutti que' raggiri che suggeriti le sono dal sublime e fecondo suo spirito, e da quelle varie dottrine e cognizioni di cui è ella adorna, e che giugne finalmente a cogliere nel segno propostosi, ed a rendersi contenta nell'acquisto d'un adorato Sposo, che le si deve a riparo della propria riputazione. Né sembrami poco per una Donna, che dopo aver ottenuto l'intento suo, pubblicamente si disdica di tutto ciò che nel tempo de' suoi raggiri ha avuto occasione di dire, corregga que' difetti medesimi ch'ella aveva adulati, e faccia conoscere che fatto lo aveva per suo vantaggio, sapendo per altro amare ed insegnare la vera virtù. Ora dopo una tale lezione, dopo aver soddisfatto coll'arte e coll'ingegno al suo giusto desiderio, e dopo avere sì ben provveduto a sé e ad altri ancora, parmi che le si convenga ragionevolmente il titolo di Donna di Garbo.

E poi che vogliamo noi disputare del titolo? S'ella non è realmente una Donna di Garbo a senso di cotesti Signori ella lo è a senso di tutti i Personaggi della Commedia introdotti, che lombardamente così l'appellano e ne rimangono contenti, ed io perciò con questo titolo l'ho pubblicata.

Ma per dar piacere a' critici Censori e scrupolosi, ella medesima, la mia sincera Rosaura, confessa nell'ultimo della Commedia non esser essa altrimenti vera Donna di Garbo, e che se tale fosse, averebbe dati de' buoni e non de' cattivi consigli; nella qual confessione ella è realmente una Donna di Garbo ad onta della sua modestia, ed a dispetto di chi non lo vuole.

Questa dunque, come io diceva a principio, è la prima Commedia della Edizione del Bettinelli, dalla quale, siccome delle altre tre, che formano il primo Tomo, non è vero che egli mi abbia dato un prezzo fisso di dugento e cinquanta ducati, com'egli va schiamazzando, ma il primo Tomo suddetto si è stampato a metà, e si è diviso l'utile di copie 1500 della prima Edizione, dopo la quale ciascheduno era padrone di sciogliersi, e di ristamparla. Ma egli l'ha ristampata sino alla quarta volta, ed io non ne ho avuto, dopo la prima, profitto alcuno. La ragione ch'egli mi addusse, per escludere una pretensione ch'io aveva di continuare nella società anche nelle ristampe, fu questa. Dopo la prima Edizione (diceva egli) la ristampa diviene una cosa comune a tutti, e ciascheduno può ristamparla a sua voglia; e non può l'Autore pretendere società collo Stampatore, che con il rischio di vedersi altrove l'Opera ristampata, per cagione soltanto del suo mestiere, torna a rimetterla sotto il torchio. Io gli menai buona una tal ragione, e in fatti a Bologna, di a poco tempo, il primo Tomo si ristampò. Dunque, per detto del Bettinelli medesimo, un Editore ha da far bene li conti suoi sulla prima Edizione, dopo la quale tutto il Mondo può ristamparla. Ciò fa al proposito mio, per quello mi è stato riferito di lui, che altamente di me si lagna, per avere io in Firenze ristampate le dodici Commedie da lui ristampate in tre Tomi. Se tutto il Mondo le potea ristampare, perché non lo poteva fare ancor io? Se a Bologna e a Napoli si ristampavano, perché non si potevano ristampare a Firenze? Se egli medesimo mi ha negato la società nella ristampa del primo Tomo, come ora pretenderebbe di ristamparli tutti egli solo in eterno? Era necessario, per ottenere l'intento suo, un privilegio non solo per tutte quelle Città, ove vi sono torchi per istampare, ma della macchia ancora, ove si stampa ad onta de' privilegi. Non è poca sorte per lui averne fatte quattro Edizioni in tre anni, ed io non gli ho recatoingiuria, né danno alcuno, se facendo un'Edizione completa delle mie cinquanta Commedie, ho compreso fra queste anche le quattro a metà stampate, e le altre otto delle quali gli ho ceduta soltanto la mia metà della prima Edizione per ducati dugento, non mai a titolo di vendita, non esistendo fra lui e me contratto di sorta alcuna, ma di semplice convenzione verbale della natura suddetta.

Quest'unica imputazione non ho potuto dissimulare, delle tante che i miei nemici vanno contro di me falsamente spargendo; siccome quella che nell'animo di chi è all'oscuro de' fatti, e non ha cognizione di tai materie, potrebbe fare qualche impressione a carico della mia onestà, che si vorrebbe a forza d'imposture e di calunnie perseguitare. Di un'altra cosa deggio avvertire il Leggitore. Nella Donna di Garbo, Scena VII dell'Atto terzo, i Personaggi ragunati in conversazione dicevano alcune poetiche composizioni, che giudico cattive assai, perché fatte senza pensarvi sopra, e unicamente perché si dicessero da' Recitanti, e non perché si stampassero. Queste non sono in verun conto necessarie all'intreccio della Commedia, e in luogo di adornarla, le recano del pregiudizio. Sono state stampate in Venezia contro mia voglia, ed ora credo sia cosa utile levarle affatto.

 

 

 


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