Carlo Goldoni
La donna di garbo

ATTO PRIMO

SCENA NONA

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SCENA NONA

 

Rosaura, poi Arlecchino

 

ROS. Vivano i matti. S'io troppo praticassi costui, pazza anch'io diverrei facilmente. Ho piacere d'averlo amico, perché forse potrà giovarmi contro l'audace Florindo, se qualche cosa ardisse egli tentare contro di me. Voglio ancora cattivarmi l'affetto della servitù, ed essendo in possesso di quello di Brighella, vo' assicurarmi egualmente d'Arlecchino. Lo veggo passare dalla cucina. Ehi, Arlecchino, Arlecchino, dico, non senti?

ARL. Uh, uh, chi chiama? Coss'è qua, semo vendudi in galera?

ROS. Non ti alterare, Arlecchino, sono io che ti chiamo, a solo fine di godere la tua conversazione.

ARL. Credeva che fusse quella senza creanza della mia padrona.

ROS. Perché la chiami senza creanza?

ARL. Perché per mi no la gh'ha gnente de respetto. La me strapazza come un aseno, la me bastona come un can, e la me da magnar come un oseletto.

ROS. Povero Arlecchino! Mi fai compassione.

ARL. Ma ti, ti me poderessi aiutar.

ROS. In qual maniera? Parla, che io son pronta.

ARL. Ti, ti ha le chiave della despensa, ti ha le chiave della cantina, ti ha le chiave de tutto. Me basterave do volte sole al zorno, che ti me imprestassi ste chiave.

ROS. E poi se i padroni se n'accorgessero?

ARL. Pazienza; per un empida de corpo, se pol anca soffrir quattro bastonade.

ROS. Eh, lascia fare a me, troverò ben io il modo di contentarti, senz'esporti ad un tal pericolo.

ARL. Via mo, come?

ROS. Senti: aspetteremo che tutti sieno a letto, ed anche quel furbo di Brighella, ch'io non posso vedere; poi pian piano tutti due ce ne anderemo in cucina. Io già avrò preparato il bisogno; onde bel bello accenderemo il fuoco, empiremo una bellissima caldaia d'acqua, e la porremo sopra le fiamme. Quando l'acqua comincierà a mormorare, io prenderò di quell'ingrediente, in polvere bellissima come l'oro, chiamata farina gialla; e a poco a poco anderò fondendola nella caldaia, nella quale tu con una sapientissima verga andrai facendo dei circoli e delle linee. Quando la materia sarà condensata, la leveremo dal fuoco, e tutti due di concerto, con un cucchiaio per uno, la faremo passare dalla caldaia ad un . Vi cacceremo poi sopra di mano in mano un'abbondante porzione di fresco, giallo e delicato butirro, poi altrettanto grasso, giallo e ben grattato formaggio: e poi? E poi Arlecchino e Rosaura, uno da una parte, l'altro dall'altra, con una forcina in mano per cadauno, prenderemo due o tre bocconi in una volta di quella ben condizionata polenta e ne faremo una mangiata da imperadore; e poi? E poi preparerò un paio di fiaschi di dolcissimo, preziosissimo vino, e tutti due ce li goderemo sino all'intiera consumazione. Che ti pare, Arlecchino, anderà bene così?

ARL. Oh, tasi, cara ti, che ti me fa andar in deliquio.

ROS. Eh, Arlecchino, ne faremmo spesso di queste merendine, se tu mi volessi bene.

ARL. Mi te vorave ben mi, ma ti è ti, che ti me burli.

ROS. Eh, furbacchiotto, credi ch'io non sappia tutte le tue pratiche?

ARL. Cossa podì saver de mi?

ROS. Io so benissimo, che vai ad aiutare a far il bucato alla lavandaia, e perché? Per quella sciocca della sua figliuola.

ARL. Oh no, in coscienza mia.

ROS. Io so che tutto il giorno stai da quel formaggiaro, e perché? Per causa della sua serva.

ARL. Eh no, ghe stago per l'odor del formai.

ROS. So benissimo che tu procuri tirar in casa quella pitocca, e perché? Perché, se è storpia dal mezzo in giù, è bella e sana dal mezzo in su.

ARL. Oibò, fazzo perché qualche volta la me dona qualche pezzo de pan, qualche pignatta de menestra.

ROS. Può anch'essere; mentre ve ne son tante che fingono le pitocche per mantenere l'amante. Basta, io non posso fidarmi di te; peraltro

ARL. Fame sto servizio, proveme, e ti vederà.

ROS. No, no, non voglio arrischiarmi; temo di essere tradita.

ARL. Senti, se t'inganno, prego el cielo de perder quello che gh'ho più a caro.

ROS. E che hai di più caro?

ARL. L'appetito.

ROS. Orsù, ad un tal giuramento sono forzata a crederti. Voglimi bene, e non dubitare.

ARL. Sì cara, sì occhietti furbi. Sarò tutto vostro, de sotto, de sora, de drento, de fora, de notte, de zorno: co vago e co torno, d'inverno e d'istà, per strada e per ; col caldo e col fredo; e quando te vedo, me cresce l'amor; bondì, mia caretta, te dono 'l mio cuor. (parte)

 

 

 


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