Carlo Goldoni
La donna di garbo

ATTO SECONDO

SCENA NONA

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SCENA NONA

 

Florindo, Isabella in abito da uomo, e detti.

 

FLOR. M'inchino al carissimo signor padre. Riverisco la signora cognata, la signora sorella, e quel signore ch'io non conosco: omnes, omnes simul et in solidum.

DOTT. (Canchero, è spiritoso!) (da sé) Vien qui, il mio caro figlio, vieni fra le mie braccia, consolazione di questo povero vecchio. Hai fatto buon viaggio? Sei stanco?

FLOR. Veramente, per venir presto, oggi non ho pranzato: onde faciunt mea crura jacobum.

DOTT. (Parla bene latino). (da sé)

BEAT. Signor cognato, mi consolo infinitamente di vedervi arrivato sano, virtuoso, e di sì bell'umore.

FLOR. Alla ciceroniana: Mihi gratulor, tibi gaudeo.

DIA. Caro fratello, quanta consolazione risento or che vi veggo alla patria tornato!

FLOR. Anch'io sono di ciò consolatissimo. Dulcis amor patriae, dulce videre suos.

LEL. Signore, alle consanguinee congratulazioni unisco anch'io le sociali mie contentezze.

FLOR. Fateor me tanto dignum honore non esse. (a Lelio)

LEL. Ha studiato! È un uomo grande. Seco lei mi consolo, lo dirò nuovamente, degno rampollo d'un sì bel tronco. (al Dottore)

FLOR. Così è: derivata patris naturam verba sequuntur.

DOTT. Chi è quel giovanotto? Fa ch'egli si avanzi.

FLOR. Egli è uno scolaro mio amico: Amicus est alter ego: onde per ciò non ho potuto dispensarmi da condurlo meco. Ma si tratterrà poco tempo.

DOTT. Stia pure quanto tu vuoi, mi maraviglio. Sai che ti amo, e che altro non desidero che vederti contento.

FLOR. Avanzatevi, signor Flaminio, mio padre desidera conoscervi e trattarvi; egli vi amerà quant'io v'amo, mentre sapete che Pater et filius censentur una et eadem persona.

ISAB. (Ahimè! Tremo tutta! Temo d'essere scoperta). (da sé)

DOTT. Venga. Favorisca. (Egli è ben circonspetto). (da sé)

ISAB. Arrossisco presentandomi a voi in atto di dovervi dar incomodo: incolpate di ciò la bontà del signor Florindo. Egli faccia per me le mie scuse; io non posso che assicurarvi del mio rispetto, e d'una eterna memoria delle mie obbligazioni.

DOTT. Signore, io le risponderò senza complimenti. Ho piacere d'aver l'onore di conoscerla: ella si serva con libertà, come se fosse nella sua medesima casa.

ISAB. Son molto tenuto alle vostre grazie.

DIA. (Che bel giovinotto!) (da sé, il creduto Flaminio)

FLOR. Che cos'è d'Ottavio mio fratello?

DOTT. Sarà incantato a studiar qualche cabala per il lotto.

FLOR. Cupio videre eum.

DOTT. Lo vedrai questa sera a cena. Senti, figlio mio, tutto il paese è prevenuto della tua venuta, e si parla di te in varie guise. I buoni amici dicono che sei virtuoso; i nemici dicono che non è vero. Domani immediatamente voglio che facciamo smentire i maligni. Coll'occasione che verran delle visite, intendo così all'improvviso che facciamo un'Accademietta, e che tu mostri il tuo spirito e la tua abilità: sei contento?

FLOR. Contentissimo. Io son paratus ad omnia.

DOTT. Ho da dirti una cosa che ti darà piacere. Abbiamo in casa una serva, che è un portento: è una donna veramente di garbo, pronta a tutto; ha le scienze alla mano, come un lettore d'Università; non si può far di più! Mi impegno che, quando la sentirai, ti farà maravigliare.

FLOR. Veramente sarà cosa da stupirsi, vedere una donnavirtuosa. (Così era la mia Rosaura in Pavia. Povera ragazza! come l'ho abbandonata!) (da sé)

DOTT. La voglio andar a chiamare; voglio che tu veda, se dico la verità.

FLOR. Andate, che avrò piacere.

DOTT. Ma è savia e modesta. Non creder già... basta, c'intendiamo.

FLOR. Eh, non occorr'altro.

DOTT. (Florindo avrà giudizio. Rosaura la voglio per me). (da sé, e parte)

 

 

 


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