Carlo Goldoni
La donna di garbo

ATTO SECONDO

SCENA TREDICESIMA

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SCENA TREDICESIMA

 

Dottore e detti, poi Rosaura

 

DOTT. Son qui, ho condotta la serva. Dove siete? venite innanzi.

ROS. Eccomi, signore.

FLOR. (Stelle! Che vedo!) (da sé, vedendo Rosaura)

ISAB. (Colei mi par di conoscerla). (da sé)

ROS. È questi il suo signor figlio? (al Dottore)

DOTT. Questi; che ve ne pare?

ROS. Permetta, signore, ch'io abbia l'onore di protestarmi sua umilissima serva. (a Florindo) (Il sangue mi bolle tutto). (da sé)

FLOR. (Che incontro inaspettato è mai questo!) (da sé)

DOTT. Via, di' qualche cosa: rispondi, temi forse ch'ella ti confonda?

FLOR. Quella giovane, ammiro il vostro spirito, e confesso che mi avete sorpreso.

ROS. (Lo credo ancor io). (da sé) Mi dia licenza, ch'io le baci la mano. (a Florindo)

FLOR. (In qual laberinto mi trovo!) (da sé)

DOTT. Lasciala fare. Accetta pure quest'atto del suo rispetto. (a Florindo)

FLOR. (Convien dissimulare). (da sé) Prendete. (le la mano)

ROS. (T'ho pure arrivato, assassino.) (piano a Florindo, e gli morde la mano)

FLOR. Ahi! (ritirando la mano)

DOTT. Che c'è? Che è stato?

FLOR. Con riverenza, un callo.

DOTT. Fatelo tagliare.

ISAB. Signor Dottore, come si chiama quella vostra serva? (piano al Dottore)

DOTT. Si chiama Rosaura.

ISAB. È di Pavia? (come sopra)

DOTT. Di Pavia.

ISAB. (È ella senz'altro; oh, povera me! temo che mi discuopra! Se mi conosce, sono perduta). (da sé)

ROS. (Se non m'inganno, mi pare di conoscer quel volto). (da sé) Signor padrone, e quell'altro signore chi è? (al Dottore)

DOTT. Un amico di mio figliuolo.

ROS. (Buono! sta a vedere che l'amico l'ha fatta bella!) (da sé) Signor Florindo, scusi la mia curiosità, è di Pavia quel signore?

FLOR. (Ora sì che l'imbroglio cresce). (da sé) Non è di Pavia, è milanese.

ROS. Parmi però averlo veduto in Pavia varie volte.

FLOR. Può essere.

ROS. Era scolare?

FLOR. Appunto.

ROS. S'è lecito, come ha nome?

FLOR. Flaminio.

ROS. Guardate, quando si dice delle fisonomie che s'incontrano! Egli rassembra tutto tutto una certa signora Isabella, figlia d'un lettore dell'Università di Pavia.

ISAB. (Ahimè! sono scoperta!) (da sé)

FLOR. (Siamo perduti). (da sé)

DOTT. E bene, non è gran ; si danno di queste somiglianze.

FLOR. (Rosaura, pietà!) (piano a Rosaura)

ROS. (Non la meriti, traditore). (piano a Florindo)

FLOR. (Qui convien in qualche modo aggiustarla). (da sé) Signor padre, pregovi a condurre in una stanza il signor Flaminio. Io anderò nel solito camerino.

DOTT. Benissimo. Rosaura, andate a chiamar qualcheduno che assista a mio figlio, e voi andate nella vostra stanza.

ROS. Sì, signore, sarete servito.

DOTT. Favorisca di venir meco, signor Flaminio.

ISAB. Vi ubbidisco. (Ah, caro signor Florindo, ponete rimedio al male che ci sovrasta). (piano a Florindo)

FLOR. (Lasciate fare a me, non dubitate). (piano a Isabella)

DOTT. Via, Rosaura, andate.

ROS. Vado subito. (Non voglio partire senza rimproverar quest'indegno). (si ritira)

DOTT. Non vorrei... basta... aprirò gli occhi. (parte con Isabella)

 

 

 


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