Carlo Goldoni
La donna di garbo

ATTO TERZO

SCENA SESTA

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SCENA SESTA

 

Brighella fa accomodar il tavolino e le sedie dai servitori per l'Accademia.

Arlecchino, credendo vi si mangi, s'asconde sotto il tavolino.

 

Florindo, Beatrice, Ottavio, Diana, Lelio, Isabella, Dottore, Momolo

 

LEL. Volete dunque felicitare le nostre orecchie coll'armonioso suono delle vostre metriche voci? (a Florindo)

FLOR. Per compiacer mio padre, darovvi il tedio di soffrire le mie debolezze, sperando esigere non solo un benigno compatimento, ma la grazia altresì di udire qualche cosa del vostro.

LEL. Io mi prostrerò ad Apollo, pregandolo inaffiarmi coll'onda d'Aganippe, onde possa rivivere e ripullulare l'inaridita mia vena.

MOM. Caro compare Florindo, xe tanto tempo che no se vedemo; no credeva mo miga che la prima volta che tornemo a vederse, s'avessimo da saludar in versi. Ammirerò el vostro spirito, e dirò anca mi quattro strambotti, se me licenza.

DOTT. Anzi ci farà grazia. Animo, ognuno al suo posto.

FLOR. Qui la signora cognata, e qui la signora sorella. (si pone fra le due donne)

LEL. Madama, avrò l'onore di sostenere sopra gli umili miei ginocchi una parte di questo vostro macchinoso recinto. (siede presso Beatrice, e si pone addosso il suo guardinfante)

BEAT. Spero che il peso di questa macchina non vi stroppierà.

LEL. (Com'è frizzante!) (da sé)

MOM. Siora Diana, ela contenta che ghe staga arente?

DIA. È padrone. (Starei più volentieri presso quel forestiere). (da sé, osservando Isabella)

MOM. (Molto sussiegata! che la sappia el negozio de Rosaura? No vorave mo gnanca). (da sé)

DOTT. Signor Flaminio, s'accomodi.

ISAB. Ubbidisco. (siede presso Lelio)

DOTT. Ed io starò qui presso di lei; e tu, Ottavio, cosa fai? Non siedi? (siede presso Isabella)

OTT. Or or mi accomodo anch'io: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8 e Brighella 9. Voglio giocar il 9. (siede presso a Momolo)

FLOR. Signori miei...

DOTT. Aspetta un poco. Dov'è Rosaura? Brighella, fa ch'ella venga.

FLOR. Come! in un'assemblea di gente civile, volete ammettere una vil serva?

DOTT. Che vil serva? Ella è una donna di garbo, che merita il primo luogo.

FLOR. Io non l'accordo, e quando vogliate introdurla, con buona grazia di questi signori, io me ne vado.

DOTT. Tu farai una mala azione, e un'insolenza a tuo padre; me ne renderai conto.

FLOR. Ma che dite, signori, non è cosa indecente ammettere qui fra noi una serva? Dite in grazia la vostra opinione.

BEAT. Io dico che Rosaura è degna di una nobile conversazione.

DIA. Io l'amo e la stimo come una mia sorella.

LEL. Rosaura merita essere annoverata fra le nove Muse, fra le tre Grazie, e fra le dee contendenti per l'aureo pomo.

MOM. Mi no solo l'ametterave con mi in t'una Accademia; ma alla mia tola, e per tutto.

DIA. (Bravo, signor Momolo!) (piano a Momolo)

MOM. Scherzo poetico. (a Diana)

OTT. Che freddure! Pensate a voi, signor fratello, Rosaura è una ragazza che merita.

DOTT. Lo senti? A tua confusione tutti l'approvano. Brighella, falla venire.

BRIGH. La servo subito, sior patron; a mi no me tocca parlar, ma la creda che Rosaura l'è una donna de garbo. (parte)

ARL. (Uscendo di sotto al tavolino) Sior sì, l'è vera; lo confermo anca mi.

DOTT. Va via, cosa fai tu qui?

ARL. (Vuol andar via: non trova luogo, essendo tutto chiuso dalle sedie; fa cader Lelio, e parte)

FLOR. (Come mai costei in sì poco tempo s'acquistò l'amore e la parzialità di ciascuno?) (da sé)

ISAB. (Quanto mi spiace che colei abbia a esser presente!) (da sé)

FLOR. Giacché ognun si contenta, anch'io m'accheto. Venga pure. (Conviene dissimulare). (da sé)

 

 

 


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