Carlo Goldoni
La donna di governo

ATTO TERZO

SCENA TERZA   DOROTEA e GIUSEPPINA

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SCENA TERZA

 

DOROTEA e GIUSEPPINA

 

DOR.

S'ella fosse mia figlia, le darei tante botte,

Che vorrei le restassero i segni in sulle gotte.

GIU.

Qualche volta, credetelo, anch'io m'arrabbierei.

Mi getterei nel fiume, s'io fossi come lei.

Ma lasciam ch'ella dica, e ritroviamo il modo

Di troncar, s'è possibile, di questo gruppo il nodo.

DOR.

Chiamatela costei; sentiam cosa sa dire.

GIU.

S'io la mando a chiamare, non ci vorrà venire.

E poi, quand'ella venga, inutile si rende

L'accusa e la minaccia, se il vecchio la difende.

DOR.

E il vecchio ove si trova?

GIU.

È fuor di casa ancora.

DOR.

Aspetterò ch'ei venga, farò sentirmi or ora.

GIU.

Ma frattanto ch'ei viene, fra noi pensiamo un poco

La maniera di farmi uscir di questo loco.

DOR.

Maritatevi.

GIU.

Come?

DOR.

Siete pure sguaiata.

Pare che non si sappia che siete innamorata.

GIU.

Bene, signora zia, voi potreste aiutarmi,

Ma si potrebbe ancora lasciar di strapazzarmi.

DOR.

Oh oh, ve ne offendete?

GIU.

Certo, se dirmi io sento..

DOR.

Lo conoscete pure il mio temperamento.

Da una zia che vuol bene, tutto soffrir si suole:

Io misurar non posso i gesti e le parole.

Se il dicesse Rosina, io la compatirei,

Ma siete, a quel ch'io vedo, più ignorante di lei.

GIU.

(Mi convien tollerarla finché il bisogno il chiede). (da sé)

DOR.

Sapete pur ch'io v'amo.

GIU.

Sì, cara zia, si vede.

Tanto alla bontà vostra e al vostro amor mi affido,

Che il cor sinceramente vi svelo e vi confido.

Amo il signor Fulgenzio.

DOR.

Lo so: stamane è stato

Da me il signor Fulgenzio, e anch'ei me n'ha parlato.

Questo per voi mi sembra un ottimo partito,

Ha tutti i requisiti che fanno un buon marito.

Veggo che tutti due siete di ciò contenti;

Gli ho detto che qui venga, ed ei verrà a momenti.

GIU.

Verrà qui?

DOR.

Senza fallo.

GIU.

Di giorno!

DOR.

Cosa importa?

GIU.

Cosa dirà lo zio, se il vede a questa porta?

DOR.

Dica quel che sa dire. Io sosterrò l'impegno.

GIU.

No, per amor del cielo.

DOR.

Puh! che testa di legno!

GIU.

A chi di legno?

DOR.

A voi.

GIU.

Bene obbligata.

DOR.

Che diavol! non sapetemen se siete nata!

Di chi avete paura?

GIU.

Che il vecchio non sopporti...

DOR.

Non ci son io?

GIU.

Non basta.

DOR.

Il diavolo vi porti.

GIU.

(Ma che gentil maniera!) (da sé)

DOR.

Nipote mia, mi scaldo,

Perché, già lo sapete, ho il sangue un poco caldo.

E quando ch'io mi sento a contradir, confesso

Non porterei rispetto né anche a mio padre istesso.

Però non mi crediatescarsa di giudizio,

Ch'io voglia in questa casa produrre un precipizio.

Lasciate che Fulgenzio possa venir da voi;

Se non è in casa il vecchio, gli parlerem da noi.

E se Fabrizio il vede, ritroverò un pretesto.

Lasciatemi operare, sono da voi per questo.

Tutto riuscirà bene.

GIU.

Ma non vi è questa fretta...

DOR.

Ma non mi contradite, che siate maladetta.

GIU.

Per non più contradirvi, anderò via, signora.

DOR.

Dove diavolo andate? Restate qui in malora.

GIU.

Siete molto rabbiosa!

DOR.

È ver, non lo nascondo.

Son così di natura, così son nata al mondo.

Io vi faccio da madre; davver, vi voglio bene,

Il sangue per giovarvi trarrei dalle mie vene.

Cara, tenete un bacio, farò quel che mi tocca,

Ma lasciatemi dire quel che mi viene in bocca.

GIU.

Non so che dir, sfogatevi, con me poco mi preme;

Ma guai se collo zio vi ritrovate insieme.

Egli è al pari di voi focoso e subitano;

Non vorrei che s'avesse a susurrar Milano.

DOR.

Eh, saprò regolarmi...

GIU.

Vien gente. Chi sarà?

DOR.

Ecco il signor Fulgenzio.

GIU.

Ci siamo in verità.

DOR.

Non abbiate paura. (a Giuseppina)

GIU.

Venite pur, signore. (a Fulgenzio)

 

 

 


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