Carlo Goldoni
La donna di governo

ATTO TERZO

SCENA SETTIMA   FULGENZIO e detti

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SCENA SETTIMA

 

FULGENZIO e detti.

 

FUL.

Signor, meno baldanza. (a Valentina, e parte)

Parto da queste soglie, perché il padron voi siete.

Ma voi, donna ribalda, voi me la pagherete.

FAB.

Meco averà che fare.

GIU.

Signor, chiedo perdono. (a Fabrizio)

Perfida, un qualche giorno conoscerai chi sono. (a Valentina, e parte)

FAB.

Can che abbaia alla luna.

DOR.

Me l'ho legata al dito (a Valentina)

FAB.

Non ci fate paura.

DOR.

Oh vecchio incancherito! (parte)

VAL.

Povera me! sentite? Perch'io vi porto amore,

Deggio mille strapazzi soffrir con mio rossore.

Tutti mi voglion morta.

FAB.

No, gioia mia diletta!

Non temer di costoro. Vedran chi sono, aspetta.

VAL.

Con Giuseppina in casa non avrò mai respiro.

FAB.

Che ho da far di costei?

VAL.

Cacciarla in un ritiro.

FAB.

Subito, immantinente, di casa uscirà fuore,

Anderà in un ritiro per forza o per amore.

Vo a ritrovar chi spetta, vo a ritrovare il loco.

Chi sono e chi non sono, farò vedere un poco.

Vedran se Valentina comanda in queste soglie.

Oggi... lo voglio dire. Oggi... sarai mia moglie. (parte)

VAL.

Di ciò poco m'importa; anzi in ogni maniera

Voglio, se fia possibile, sposarmi a Baldissera.

Ma pria che si discopra l'amor che m'arde in seno,

Di quel che mi abbisogna, vo' provvedermi appieno.

Di queste due sorelle la prima è castigata,

L'altra col mezzo mio vo' che sia maritata.

So che Ippolito l'ama, con lui m'intenderò.

Una prodiga mancia da lui procurerò.

E operando in tal guisa farò che il mondo dica,

Ch'io son con chi lo merita della giustizia amica.

In pratica si vede che al mondo fa figura

Chi a tempo sa adoprare l'inganno e l'impostura.

È ver che qualche volta suol partorir rovine,

Ma se fortuna è meco, posso sperar buon fine. (parte)

 

 

 

 


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