Carlo Goldoni
La donna di governo

ATTO QUINTO

SCENA ULTIMA   FELICITA, BALDISSERA, e detti

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SCENA ULTIMA

 

FELICITA, BALDISSERA, e detti.

 

FEL.

Sorella, cos'è stato? (a Valentina)

BAL.

Cos'è stato, cognata? (a Valentina)

FAB.

Fuor di qua, manigoldo. (a Baldissera) Fuor di qua, scellerata. (a Felicita)

BAL.

A me? che cosa ho fatto?

FEL.

A me? siete impazzito?

VAL.

Sorella, Baldissera si sa ch'è mio marito.

E voi che a questo passo mi avete consigliata,

Meco a parte sarete della fortuna irata.

BAL.

La dote?

VAL.

Quanto ho al mondo, vo' rendere al padrone.

BAL.

Rendimi dunque tosto tu pur l'obbligazione. (a Felicita)

VAL.

Che obbligazion?

BAL.

Per fare ch'io fossi tuo marito,

Di quattrocento scudi l'obbligo mi ha carpito.

E il notar l'ha soscritto. (accennando il Notaro)

NOT.

Io fei quel che m'han detto.

VAL.

Rendigli quello scritto. (a Felicita)

FEL.

Fatene un fazzoletto. (dando la carta a Baldissera, e parte)

DOR.

E ben, con quest'istorie, signor, cosa faremo? (a Fabrizio)

FAB.

Non mi rompete il capo.

DOR.

Noi ci rimedieremo.

Si farà un memoriale, e si vedrà in poche ore,

Se possa più in Milano voi o il Governatore.

FAB.

Non mi seccate più, fate quel che volete.

Andate, andate subito al diavol quanti siete.

Ah strega disgraziata! (a Valentina)

VAL.

(Pure ancor mi vuol bene). (da sé)

DOR.

Orsù, nipoti mie, risolvere conviene.

Ecco pronto il notaro; non mancan testimoni!

Senza seccar lo zio, facciamo i matrimoni.

FAB.

Avesti cor?... Briccona. (a Valentina, singhiozzando)

BAL.

(Ritornerà qual fu). (piano a Valentina)

VAL.

(Ma di quell'arti indegne io non mi vaglio più). (a Baldissera)

BAL.

(S'ha da mangiar).

VAL.

(Lavora).

BAL.

(Basta. Si proverà).

VAL.

(Se sarai galantuomo, il ciel t'aiuterà).

BAL.

(Almeno aver procura da viver per un poco).

VAL.

(L'anello? I cento scudi?)

BAL.

(Ah, li ho perduti al gioco).

VAL.

(Ah Felicita indegna! m'ingannò ancora in questo).

BAL.

(Oh gioco maladetto! ti lascio e ti detesto).

DOR.

Bene, signor notaro, distenderà i contratti.

Già ha inteso delle doti le condizioni e i patti.

Intanto, per non perdere questa giornata invano,

Tutti quattro gli sposi si porgano la mano.

GIU.

Signor zio, si contenta? (a Fabrizio)

FAB.

Sì, Vi do la licenza. (arrabbiato)

FUL.

Permette, signor zio? (a Fabrizio)

Sì. (arrabbiato) (Non ho sofferenza).

ROS.

Signor, mi fa la sposa? (a Fabrizio)

FAB.

Ma sì, ma sì, l'ho detto. (come sopra)

IPP.

Mi farebbe la grazia?... (a Fabrizio)

FAB.

Lo fanno per dispetto. (battendo i piedi, ed Ippolito si spaventa)

DOR.

Cosa occorre che andate a rendergli molestia?

Non lo sapete ancora che Fabrizio è una bestia?

FAB.

Una bestia? una bestia?

DOR.

Siete gentile, umano.

Via, via, che si finisca; porgetevi la mano. (ai quattro sposi)

FUL.

Siete mia. (dando la mano a Giuseppina)

GIU.

Sono vostra. (dando la mano a Fulgenzio)

IPP.

Ecco la man. (a Rosina)

ROS.

Pigliate. (ad Ippolito)

DOR.

Cento miglia lontani da quel demonio andate. (accennando Fabrizio)

FAB.

No, un diavolo non sono, io sono un insensato,

Or che da quella ingrata son stato assassinato.

Barbara, hai tanto cuore? Non ti fo compassione?

Potrai abbandonare il povero padrone?

BAL.

(Urta, e fa cenno a Valentina che si raccomandi)

VAL.

Or che son maritata, signor, vuol l'onor mio,

Che di qua me ne vada con mio consorte anch'io.

Seguir voglio il costume delle consorti oneste.

Mi ricorderò sempre del ben che mi faceste.

Quel che ho male acquistato, vi rendo immantinente.

FAB.

No, portate via tutto. Da voi non vo' niente.

Godetevelo in pace. Il ciel vi dia quel bene,

Che a me per causa vostra sperar più non conviene.

Vi perdono ogni cosa, mi scordo delle offese.

Venite a ritrovarmi almen due volte al mese.

VAL.

Accetto volentieri il generoso invito.

Sì, verrò a ritrovarvi unita a mio marito.

Nuovamente vi chiedo perdon di vero cuore;

Chiedo, di quel che ho fatto, perdono alle signore,

Lo chiederò umilmente a chi mi soffre e onora,

Perdon da chi mi ascolta il mio rispetto implora.

Se donne di governo mi avessero ascoltata,

Lo so che giustamente mi avranno criticata.

Dal teatro alla casa vi corre un gran divario,

Un carattere è il mio del tutto immaginario.

L'ha sognato il poeta, e poi l'ha posto in scena,

Ché di femmine buone tutta la terra è piena.

 

Fine della Commedia


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