Carlo Goldoni
Lo scozzese

ATTO PRIMO

SCENA QUARTA   Don Properzio e detti.

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SCENA QUARTA

 

Don Properzio e detti.

 

PROP. Servidore umilissimo, signora donna Giulia.

GIU. Serva, signor consorte.

PROP. Impedisco?

GIU. Oh niente.

PROP. Si può venire?

GIU. Padrone.

PROP. Scrive troppo, signora.

GIU. Non crederei che il mio scrivere le dovesse dar dispiacere.

PROP. La troppa applicazione può pregiudicar la salute.

GIU. Io sto benissimo, grazie al cielo.

PROP. E poi troppo tempo consuma nella segretarìa.

GIU. Non sarebbe peggio impiegato il tempo alla tavoletta, al giuoco, al passeggio?

PROP. Ho pagato ora la lista delle lettere del mese scorso.

GIU. Benissimo.

PROP. Sei scudi, quattro paoli e sette baiocchi.

GIU. Non mi pare sia tale spesa da rovinar la famiglia.

PROP. Io non dico che la spesa sia molto grande. Ma per non imbrogliar i miei conti, potrebbe ella, signora donna Giulia, aver la bontà di pagar le lettere colla sua mesata.

GIU. Ben volentieri: quando a lei sia d'incomodo, supplirò del mio senza alcuna difficoltà.

PROP. Questi sei scudi, quattro paoli e sette baiocchi vuol ella pagarli, o vuole che li paghi io?

GIU. Faccia come le piace.

PROP. Senza che s'incomodi, li posso mettere alla di lei partita.

FABR. (Che sordidezza!)

GIU. Tiene scrittura doppia per la mia mesata?

PROP. Eh! un picciolo conterello.

GIU. Faccia pur come vuole. Basta che nelle mie camere si compiaccia di lasciarmi la mia libertà.

PROP. È troppo giusto; non ho niente che dire.

GIU. Perdoni. Ho qualche lettera di premura.

PROP. Ma vossignoria mi tiene tutto il giorno il segretario occupato.

GIU. Vuol ella ch'io supplisca al di lui salario colla mia mesata?

PROP. Non dico questo. Ma vorrei servirmene ancora io.

GIU. Basta ch'ella lo dica, sarà a servirla.

PROP. A proposito. Vossignoria che ha tante corrispondenze, le darebbe l'animo di scrivere a Roma a qualcheduno, che mi provvedesse di un buon cameriere?

GIU. Per lei?

PROP. Per me.

GIU. Non ha il suo?

PROP. Ho stabilito di licenziarlo.

GIU. Perché?

PROP. Perché è un ladro.

GIU. Le ha rubato qualche cosa?

PROP. Non mi ha rubato, ma aveva intenzion di rubarmi.

GIU. E come ha potuto raccogliere questa sua intenzione?

PROP. Questa mattina sono uscito di casa, e mi sono scordate le chiavi sul mio tavolino. Egli mi ha lasciato partire senza avvisarmi, e senz'altro ha avuto in animo di rubarmi.

GIU. Perdoni; può essere ch'egli neppure se ne sia avveduto.

PROP. Eh! se n'è avveduto benissimo, e tanto se n'è avveduto che, tornato in casa, aveva egli le chiavi in tasca.

GIU. Le avrà levate dal tavolino per maggior cautela.

PROP. Signora no, le levò per rubare.

GIU. Le manca niente?

PROP. Niente.

GIU. Dunque non ha voluto rubare.

PROP. Dunque, dunque; ella ha sempre i suoi dunque, e vuol ritorcere ogni mio argomento col dunque, e mi vuol dare del babbuino col dunque. Dunque, dunque; mi voleva rubare dunque, e se io lo dico, è così dunque; con permissione del dunque, e con rispetto del dunque. (alterato)

GIU. (Ci vuole una gran sofferenza).

FABR. (Io gli darei un dunque nel grugno).

PROP. Compatisca, signora donna Giulia, compatisca ve'. Non pensi che io le voglia perdere il rispetto. Conosce il mio temperamento. Ho tutta la stima. Ho tutta la venerazione per lei.

GIU. Sì, signore, sono molto ben persuasa delle di lei finezze.

PROP. A chi possiamo noi scrivere per ritrovar questo cameriere?

GIU. Eccolo. Se ne vuole uno, è qui pronto. (accenna Orazio)

ORAZ. (Fa una profonda riverenza)

PROP. E chi è costui? (a donna Giulia)

GIU. È uno che mi viene raccomandato dal conte de' Trappani.

PROP. A qual fine le viene raccomandato?

GIU. Acciò gli trovi impiego per cameriere.

PROP. Per cameriere? Sente ch'io ho di bisogno di cameriere, e mi lascia dire, e non si cura di presentarmelo, e in luogo di preferir me ad ogni altro, fa la protettrice del ladro, e mi favorisce col dunque? (alterato)

GIU. Signor don Properzio, si ricordi che ho l'onore di essere sua consorte; ma che sono anch'io nata dama, e che ho il mio caldo al pari di lei, e che non m'impegno di soffrir sempre il di lei difficile temperamento. (con caldo)

PROP. Sentiamo, se si contenta, le abilità di questo suo raccomandato.

GIU. Si serva pure. Lo conduca seco e lo interroghi.

PROP. Vuol ch'io stia in sala?

GIU. Non può andare nelle sue camere?

PROP. Non conduco nelle mie camere chi non conosco.

GIU. Ma io ho da terminar una lettera che mi preme.

PROP. Faccia pure. Venite qui, galantuomo. (ad Orazio)

GIU. Vuol restar qui?

PROP. Se si contenta.

GIU. E se non ne fossi contenta?

PROP. Ci starei tant'e tanto, per insegnarle che il marito è padron di star dove vuole; e la signora, sia detto con ogni buona riserva, non ha da dire ch'io me ne vada.

FABR. (Ma che maniera obbligante!)

GIU. (Sento che la testa mi si riscalda). Io dunque posso andarmene quando voglio.

PROP. Maraviglio dunque: è padrona.

GIU. Fabrizio, andiamo. (si alza sdegnosa)

PROP. Mi lasci qui il segretario.

GIU. Lo vuol per lei?

PROP. Se me lo permette! (con riverenza)

GIU. Anzi; si serva pure. Ella è il padrone; io in casa non conto nulla. Non posso compromettermi d'altro da lei, che di riverenze sguaiate e di complimenti stucchevoli. Tiriamo innanzi, fin che si può. Ma pensi bene, signore, che se un giorno arriverò a dire risolutamente un dunque, sarà un dunque che le porrà la testa a partito. (parte)

 

 

 


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