Carlo Goldoni
Lo scozzese

ATTO PRIMO

SCENA DECIMA   Donna Giulia, poi don Alessandro

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SCENA DECIMA

 

Donna Giulia, poi don Alessandro

 

GIU. Io credo essere la calamita dei pazzi. In casa mia non ci piovono, ci tempestano. Che capo particolare ha costei? Non mi pare di essere tanto sciocca; eppure non arrivo a capirla. In sostanza questo matrimonio deve seguire, e don Alessandro, o per amore, o per forza, mi dee mantener la parola. So che il trattare con lui è una cosa incomoda, per le sue infinite caricature; ma soffrirò tutto per non rimanere pregiudicata.

ALESS. Servidore umilissimo della mia riverita padrona.

GIU. Serva, don Alessandro.

ALESS. Come avete voi riposato la scorsa notte?

GIU. Non molto bene. Ho avuto delle inquietudini.

ALESS. Oimè! voi mi avete mortalmente ferito. Le vostre inquietudini mi piombano sul cuore.

GIU. In fatti, se fossero le vostre espressioni sincere, sarebbe giusto il vostro rammarico, sapendo esser voi stesso la cagion che m'inquieta.

ALESS. Oh cieli! Sarà egli possibile, che le avverse stelle mi rendanosfortunato, ch'io giunga a turbar la pace di quell'anima peregrina, ch'io venero, e stimo, ed onoro?

GIU. Signore, io vorrei meno venerazione; ma un poco più di zelo per il mio carattere e per il vostro onore.

ALESS. Spargerei il mio sangue per la delicatezza dell'onor vostro e dell'onor mio.

GIU. Siete voi disposto a rendermi quella giustizia che vi domando?

ALESS. Il dubitarne è un insulto; il temerne è un oltraggio.

GIU. Preparatevi dunque alle nozze di donna Aspasia.

ALESS. Questo è un fulmine che mi atterrisce.

GIU. Un cavalier d'onore non dee mancare alla sua parola.

ALESS. Le regole della cavalleria mi son note; ma note mi sono ancor le appendici.

GIU. Tutte le appendici in materia d'onore non fanno che accrescere i doveri del cavaliere.

ALESS. Dirò meglio. So le regole e le eccettuazioni.

GIU. Non si eccettuazione in una materiadelicata.

ALESS. Ah! madama, nel caso mio la ritrovo.

GIU. Come potete voi distruggere la massima generale di dover mantener la parola?

ALESS. Con un'altra massima generale, che la combatte e la annichila.

GIU. E qual è questa massima?

ALESS. Che in materia d'amore non siamo padroni di noi medesimi. Che il cuore è libero nell'amare. Che il vincolo degli sponsali non può distruggere l'antipatia dell'oggetto. Che non è azione onorata il sagrificare una sfortunata fanciulla; e che mi credo in debito di manifestare la mia avversione, anziché armar di lusinghe la verità e preparare il martirio a due vittime sagrificate all'idolo dell'interesse o dell'ambizione.

GIU. Tutti questi saggi riflessi sarebbono stati opportuni prima di promettere.

ALESS. Perdonatemi, vi chiedo scusa. Ditemi per grazia, per gentilezza, chi parlò, chi stabilì, chi ha promesso?

GIU. Per voi lo fece chi per voi potea farlo. La parola è di vostro padre.

ALESS. Ah viva il cielo! Chi ha parlato, risponda; e chi ha promesso, mantenga.

GIU. Sì, manterrà vostro padre quel che ha promesso, e voi sarete sposo di donna Aspasia.

ALESS. Venero i sensi vostri qualunque sieno. Profondamente all'autorità vostra m'inchino: una sola cosa vi dico, se mi concedete di dirla.

GIU. Parlate pure.

ALESS. Non isposerò donna Aspasia.

GIU. No?

ALESS. Con tutto l'ossequio, vi replico umilissimamente di no.

GIU. Ed io vi dico ossequiosamente di sì.

ALESS. Deh, per tutti i numi del cielo...

GIU. Qual motivo potreste addurre, per esimervi con decoro da un tale impegno?

ALESS. Molti potrei annoverarne. Ve ne dirò uno solo.

GIU. Ditelo, e se sarà ragionevole...

ALESS. Sentite, se la ragione è fortissima.

GIU. E qual è?

ALESS. L'antipatia del mio cuore col cuore di donna Aspasia.

GIU. Eppure, quando giungeste in Napoli, diceste che vi piaceva, e ne parlaste con dell'amore.

ALESS. Madama, Sapientis est mutare consilium.

GIU. Di grazia, signor sapiente, sarebbe mai derivata la mutazione del vostro consiglio dalle lusinghe di qualche amante novella?

ALESS. Oh chiaro intelletto! oh perspicacissima mente! Giunse la vostra penetrazione dove la verecondia custodiva l'arcano.

GIU. E chi è quest'idolo che v'innamora?

ALESS. Ahimè, dirlo non posso senza intenerirmi; ma la speranza mi anima, ed il dover mi costringe. L'idolo de' miei pensieri, la fiamma di questo seno, è collocata nei bellissimi occhi di donna Aurelia.

GIU. (Mi farebbe ridere a mio dispetto). Ed ella vi corrisponde?

ALESS. Oh dolcissimo mio tesoro! langue, muore, si dilegua per amor mio.

GIU. E che pensate di fare?

ALESS. O morte, o nozze. O Aurelia, o morire.

GIU. Ed io vi dico: O morte, o Aspasia; o Aspasia, o crepare.

ALESS. No, madama. (con tenerezza)

GIU. Sì, monsieur. (caricandolo)

ALESS. Per carità. (come sopra)

GIU. Per giustizia. (come sopra)

ALESS. Compatitemi.

GIU. Non vi è rimedio.

ALESS. Eccomi a' vostri piedi. (s'inginocchia)

GIU. Eh! Alzatevi. (risoluta)

 

 

 


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