Carlo Goldoni
La donna sola

ATTO QUINTO

SCENA ULTIMA

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SCENA ULTIMA

 

Don Lucio, don Claudio, don Isidoro e suddetti.

 

BER.

Su via, don Isidoro, sedete, e siate fido

Alla parola vostra.

ISI.

Eccomi qui, non rido. (siede nell'ultimo luogo alla sinistra)

BER.

Don Pippo in mezzo a loro.

PIP.

La virtù sta nel medio

ISI.

(Ride forte)

BER.

Bravo, don Isidoro.

ISI.

Oh, qui non vi è rimedio.

Se rido di don Pippo, conviene aver pazienza:

A ridere di lui mi deste la licenza.

BER.

In pubblico non voglio.

ISI.

Bene, non riderò.

BER.

Voi non dite spropositi.

PIP.

Bene, non parlerò.

BER.

Finalmente, signori, suonata ho la raccolta,

Per essere ascoltata da tutti in una volta.

Quel di che vo' parlarvi, ciascun forse interessa,

Ché ci fa l'amicizia tutti una cosa istessa.

Noi siamo un picciol corpo in union perfetta,

Un'adunanza stabile, una repubblichetta.

E solo l'uguaglianza, solo l'amor fraterno,

Può mantenere in noi la pace ed il governo.

Io son per grazia vostra, per amor vostro io sono

Quella che rappresenta in questo centro il trono:

E sarò sempre ogni ora sofferta con pazienza,

Finché userò per tutti amor d'indifferenza.

Evvi talun che aspira, con parzïale orgoglio,

A fronte dei compagni di dominare il soglio;

Onde tener non solo la libertade oppressa

Dei cavalier suoi pari, ma della dama istessa.

Sta in mia man l'accordare del bel disegno i frutti,

Ma per piacere ad uno, son sconoscente a tutti.

Onde, pria di risolvere, l'altrui consiglio aspetto,

E ai consiglieri innanzi le mie ragion premetto.

L'un che di voi fia scelto, l'odio sarà d'altrui,

E quel che in altri sdegna, ha da sdegnare in lui.

Finalmente un possesso chi d'acquistar procura,

Pensi, pria d'acquistarlo, quanto si gode e dura.

E per brievi momenti di un bene immaginato,

Perdere non conviene un ben che si è provato.

Se uno di voi mi sposa (parliam più chiaramente),

Spera volermi seco legar più strettamente.

Che praticar non abbia, e viver da eremita?

L'uso, dacché son vedova, perdei di cotal vita.

E se soffrir s'impegna ogni grazioso invito,

Quel che servente abborre, soffrirà poi marito?

Oh, se sarai mia sposa, sento talun che dice,

Ti avrò meco nell'ore che averti ora non lice.

Rispondo in generale al cavaliere onesto,

Che l'ore sospirate finiscono assai presto.

Ecco quel ben che dura: un'amicizia vera,

Una conversazione saggia, onesta, sincera,

In cui nell'eguaglianza trova il suo dritto ognuno,

Tutti comandar possono, e non comanda alcuno.

Torto alfin non si reca a alcun dei pretendenti;

Se tutti son padroni, e tutti dipendenti.

Uno all'altro non rende invidia o gelosia;

Se ognun può dire, io regno, niun può dire, è mia.

Prevedo un altro obbietto, poi l'orazion finisco.

So che volete dirmi, vi vedo e vi capisco.

Sento che tontonate: se mi venisse offerto

Il regno in altro loco dispotico e più certo,

Ho da lasciar di reggere una provincia solo,

Per obbedir cogli altri, e comandar di volo?

No, cari miei, sentite quanto discreta io sono.

La monarchia accettate, vi assolvo e vi perdono.

Mi spiegherò: di nozze chi vuol nutrir la brama,

Non deve alla consorte prescegliere la dama;

Chiedo sol che, fintanto che liberi vivete,

Restiate nel governo in compagnia qual siete.

Ecco i disegni miei, eccovi il cuor svelato,

Per me vo' viver certo nel libero mio stato.

Al cuor di chi mi ascolta, non prego e non comando.

Chi si contenta, approvi; chi non approva, al bando.

ISI.

Dopo il lungo silenzio rider si può, signora?

BER.

Sospendete le risa, che non è tempo ancora.

AGA.

Io sarò dunque il primo, signori, ad aprir bocca.

Contento della parte son io, che qui mi tocca.

In questa unione nostra, in questo nostro stato,

Del pranzo e della cena mi eleggo il magistrato.

BER.

Però discretamente.

AGA.

Sì, più dell'ordinario.

PIP.

Anch'io son contentissimo. Sarò il bibliotecario.

BER.

A leggere imparate, e lo sarete poi.

PIP.

Mi lascierò correggere e regolar da voi.

ISI.

Al nobile progetto anch'io pronto annuisco.

Promotor delle feste, signori, io mi esibisco.

LUC.

Per me un riguardo solo faceami ardere in seno

La voglia di consorte: per non esser di meno.

Se tutti siamo eguali, se abbiamo egual destino,

Sì, mi contento d'essere anch'io concittadino.

BER.

Voi che dite, don Claudio?

CLA.

Finor fui sofferente,

Sperando farmi un merito nel cuor riconoscente.

Ora il mio disinganno mi fa restar scontento,

Ma del rispetto usatovi per questo io non mi pento.

Voi meritate tutto, vi servirò qual lice.

Basta che, s'io mi dolgo, altri non sia felice.

BER.

A voi, don Filiberto.

FIL.

L'ultimo adunque io sono.

BER.

All'ultimo per uso sempre si lascia il buono.

FIL.

Ecco le mie speranze dove a finir sen vanno.

BER.

Io non ho colpa in questo; vostro fu sol l'inganno.

FIL.

Non diceste d'amarmi?

BER.

Vi amo cogli altri unito.

FIL.

Questa è la stima, ingrata?

BER.

Non vi ho alcun preferito.

FIL.

Se d'accordar ricuso, di me che destinate?

BER.

Ve lo dirò con pena; ma deggio dirvi: andate.

FIL.

No, crudel, non vi lascio. Deggio servirvi ancora;

E voglia il ciel ch'io possa servirvi infin ch'io mora.

La dubbietà rendevami ardente al sommo eccesso;

Ora il mio disinganno m'ha vinto, e m'ha depresso.

Giuro a voi, mia sovrana, giuro ai compagni miei,

Più non parlar di nozze; mentir non ardirei.

Quieta vivete pure, in pubblico vel dico,

Son cavalier d'onore, sono di tutti amico.

BER.

Ora mi siete caro, or mi piacete a segno,

Che di chi sente in faccia... ma no, stiasi all'impegno

Tutti eguali, signori. Il mondo che mi osserva.

Tutti amici vi vegga, io vostra amica e serva.

Tutti insieme al teatro andiamo in società.

So che la Donna sola si recita colà:

Difficile commedia, e se averà incontrato,

Lieti saranno i comici, e l'autor fortunato. (parte)

 

Fine della Commedia

 

 

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