Carlo Goldoni
Le donne di buon umore

ATTO TERZO

SCENA TREDICESIMA   Camera grande illuminata   Costanza, Felicita, Dorotea, Pasquina, il Conte, Leonardo, Battistino e Nicolò caffettiere con altri Servitori, poi il Cavaliere. Tutti si avanzano, tirano innanzi le sedie, e siedono per bevere il caffè

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SCENA TREDICESIMA

 

Camera grande illuminata

 

Costanza, Felicita, Dorotea, Pasquina, il Conte, Leonardo, Battistino e Nicolò caffettiere con altri Servitori, poi il Cavaliere. Tutti si avanzano, tirano innanzi le sedie, e siedono per bevere il caffè.

 

CAV. La cosa è andata benissimo. Il povero signor Luca se l'è bevuta. Crede di aver sognato, e Mariuccia ha secondato il lazzo mirabilmente.

COST. Bravo, signor Cavaliere, voi siete fatto apposta per le spiritose invenzioni.

CAV. Ho qualche cosa imparato, dopo che ho avuto l'onore di trattare con delle donne di bell'umore.

NIC. Comanda dell'altro zucchero? (a Silvestra)

SILV. Sì: non ve l'ho detto, che mi piace il dolce?

NIC. Si serva pure, come comanda.

SILV. Ehi, Nicolò, lo sapete che mi faccio la sposa?

NIC. Me ne rallegro infinitamente.

PASQ. (Signora madre, il Conte piglierà quella brutta vecchia?) (a Dorotea)

DOROT. (Potrebbe darsi, ma non lo credo). (a Pasquina)

CAV. Signori miei, che vuol dire questo silenzio? Ho pur sentito poc'anzi a intavolare un trattato di matrimonio; se le parti sono contente, perché non si conclude alla prima?

SILV. Dice bene il signor Cavaliere, perché non si conclude alla prima?

CON. Che dice la signora Costanza?

SILV. Cosa c'entra la signora Costanza?

CON. Ho piacere d'intendere il suo sentimento.

COST. Per me dico, che prima di concludere questo fatto, converrebbe sentire mio padre, ch'è il capo ed il padrone di casa.

LEON. Dice bene, così almeno si praticava una volta; ma adesso tutte le cose sono venute alla moda.

SILV. Oh, voi siete qui colle vostre anticaglie. Signor sì, noi vogliamo fare le cose nostre alla moda.

FELIC. Cara signora Silvestra, senza del signor Luca non si può far questo matrimonio. Chi è che ha da dar la dote?

SILV. Chiamatelo, se lo volete chiamare, ma è tanto sordo, che ci vorran delle ore prima di fargliela ben capire.

COST. Ehi, dite al signor padre, che favorisca di venir qui. (ad un Servitore che parte) Pensava io ad una cosa: per non faticare soverchiamente con un uomo che ci sente pochissimo, e per liberar lei ancora da questa pena, non sarebbe meglio stendere due righe di contratto, darglielo da leggere, e se è contento farglielo confermare?

Dice benissimo la signora Costanza. In poche parole m'impegno io di estenderlo. Conte, cosa vi pare?

CON. Va benissimo. Distendetelo, ed io sottoscriverò.

SILV. (Mi dispiace che senza occhiali non ci vedo a scrivere, e mi vergogno a tirarli fuori). (da sé)

CAV. (Si ritira indietro a scrivere ad un tavolino)

BATT. Signora Dorotea, sentendo ora parlare di matrimonio, mi è venuto in mente la più bella cosa di questo mondo.

DOROT. E che bella cosa vi è venuto in mente?

BATT. Cospetto di bacco! Ridete, ch'ella è da ridere. Mi è venuto in mente, ora subito, in questo momento, di dar la mano a Pasquina.

DOROT. Ora sentite a me che bella cosa è saltata nel capo. Ora subito, in questo momento, se la volete, pigliatela.

BATT. Con licenza di lor signori. «Dammi la mano, o bella».

DOROT. Rispondigli ancora tu. «Prendi la destra, o caro».

BATT. «Il tuo fedel son io. Ah, che contento è il mio. Ditelo voi per me».

TUTTI (Applaudiscono, dicendogli) Bravi, evviva.

SILV. Ma quando viene questo mio fratello? Mi sento che non posso più.

CAV. Ecco il signor Luca che viene, ed ecco il contratto bello e disteso.

 

 

 


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