Carlo Goldoni
L'amante di sé medesimo

L'AUTORE A CHI LEGGE

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L'AUTORE A CHI LEGGE

 

Questa Commedia, che è stata assai fortunata nel buon incontro, svegliò qualche disputa sull'argomento. Pochi hanno riconosciuto nel Protagonista l'Amante di sé stesso, aspettandosi la maggior parte per un sì fatto titolo un uomo abbandonato a quelle disordinate passioni, che sogliono derivare dallo smoderato amor proprio. Quando io avessi fatto prevalere nel mio Protagonista una forte passione, o un vizio, o un difetto, avrei da quello denominato il di lui carattere, e avrei intitolata la Commedia, o il Superbo, o l'Avaro, o il Dissoluto ecc.; ma quando dico soltanto l'Amante di sé stesso, mi figuro un Uomo non trasportato da veruna passione, ma ragionevole, padrone di sé medesimo, che sente l'umanità, e gli appetiti, e i piaceri, ma che nell'occasione di prevalersi di alcuni beni, o di alcuni comodi, cerca di appagare sé stesso, senza assoggettarsi agli usi molesti della società, a certi inutili rispetti umani, o al fanatismo di una soverchia delicatezza, senza offendere l'onestà e il buon costume. Per esempio: un galantuomo a' nostri contrae un'amicizia con un'amabil Signora, prende impegno di servirla, la serve, e coll'andar del tempo scopre i difetti, e trova incomoda la servitù. L'uomo appassionato non sa distaccarsi; l'uomo debole soffre con dispiacere la sua catena; il politico per convenienza sta saldo. L'amante di sé stesso la pianta a drittura. Dicono alcuni: Per una sì fatta ragione l'Amante di sé stesso non dovria maritarsi, temendo la noia di una indissolubil catena. Dirò a tal proposito, che così pensa chi ama veramente sé stesso, ma all'incontro il mio Protagonista ha tante prove di virtù, di fedeltà, di amore della sua Bella, che si reputerebbe infelice a perderla, e per amor proprio la sposa.

Io non so, se queste ragioni basteranno a persuadere chi legge; ma in ogni caso si persuada col voto comune degli ascoltanti, che fece festa grandissima ad una tale Commedia. Io la scrissi a Colorno, villeggiatura amenissima del Serenissimo Reale Infante Padrone, e mi ricordo che nei bollori di un ardentissimo Luglio, fra il caldo e il sudore, mi divertì infinitamente lo scriverla, e tanta facilità vi trovai, e tanta dilettazione, che in otto giorni la ridussi al fine. In Settembre la posi io stesso in iscena a Milano, e tanto ebbe incontro in quel magnifico sontuoso Teatro, che a voce comune fu domandata la replica, e quattro volte in pochi giorni fu replicata. Bella consolazione, Lettor carissimo, per un Autore, allorché vede le Opere sue dall'universale aggradite! Bella cosa sentirsi dire: «Bravo! me ne consolo! che bella Commedia! È un capo d'opera. Non si può far di più». Ed è bello ancora il vedere alcuni malcontenti, o per invidia, o per costume, lodarla a mezza bocca, dirne bene in faccia all'Autore, e far d'occhio al compagno, e in mezzo alle lodi far nascere l'obbietto, la critica, o la derisione. Io li ringrazio assaissimo, poiché mentre mi tartassano una Commedia, mi somministrano l'argomento d'un'altra.


 

 

 


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