Carlo Goldoni
La donna vendicativa

ATTO TERZO

SCENA DICIOTTESIMA

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SCENA DICIOTTESIMA

 

Sala terrena con porta di strada in fondo, ed altre porte intorno.

 

Ottavio armato ed Arlecchino

 

OTT. Arlecchino.

ARL. Sior. (col lume in mano)

OTT. Guarda un poco in istrada, se tu vedi nessuno.

ARL. Caro sior padron, dispensème.

OTT. Hai qualche difficoltà?

ARL. Sior sì, l'aria della notte no me conferisse.

OTT. Meno ciarle. Apri quella porta, e osserva se v'è nessuno.

ARL. In verità, sior padron...

OTT. Aprila, dico, o ti rompo il capo.

ARL. Lassème almanco dir una parola.

OTT. Che cosa vuoi tu dire?

ARL. Se avrimo la porta, i nemici i pol vegnir drento.

OTT. Non ho paura di dieci. Apri quella porta.

ARL. Se non avì paura, avrìla vu. Per mi gh'ho paura.

OTT. Ti bastonerò. (vuol dargli col bastone)

ARL. Aiuto. (tremando si lascia cader il lume, e si spegne)

OTT. Oh maledetto!

ARL. (L'è stada una politica da omo de gabinetto). (da sé)

OTT. Dove sei?

ARL. (Oh, nol me trova più). (lo va sfuggendo)

OTT. Dove sei, dico?

ARL. (Ho trovà la scala. Vago in cusina). (parte)

OTT. Oh disgraziato! Mi ha lasciato qui. Non ci vedo. Trovassi almeno la scala per andar su; trovassi almeno una porta! Parmi di sentir gente. Solo, all'oscuro, principio un poco ad aver paura. (va cercando, e trova una porta) Questa che porta è? Avrebbe da essere la camera del servitore. (tasta bene) Sì, la conosco, è quella: mi chiuderò qui dentro, e starò a vedere che cosa nasce. All'ultimo poi, ho spada da combattere, ho petto da resistere. (entra e chiude)

 

 

 


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