Carlo Goldoni
La donna volubile

ATTO PRIMO

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ATTO PRIMO

 

SCENA PRIMA

 

Camera di Rosaura.

 

Rosaura, vestita pomposamente, a sedere ad un tavolino collo specchio in mano.

 

ROS. Questa scuffia mi sta malissimo; non si confà niente all’aria del mio viso; mi fa parer brutta. Se viene il signor Florindo, e mi vede con questa scuffia, non mi conosce più. Oh, non mi servo mai più di questa scuffiara! Gran disgrazia è la mia! Ho cambiato più di trenta scuffiare; tutte per un poco mi servono bene, e poi cambiano la mano e mi servono male. Questa scuffia non la voglio assolutamente. Ehi, donne, dove siete? Dove siete, donne?

 

 

 

SCENA SECONDA

 

Colombina e detta.

 

COL. Eccomi, signora.

ROS. Guarda, Colombina, questa scuffia mi sta male, non è egli vero?

COL. Mi par che stia bene.

ROS. Oibò, non mi posso vedere.

COL. E pure è quella che vi piaceva tanto. Ieri diceste che non avete mai avuto una scuffia meglio fatta.

ROS. Ieri mi pareva che andasse bene, e oggi no.

COL. Compatitemi, signora padrona, siete un poco volubile.

ROS. Impertinente, così parli di me?

COL. Via, compatitemi, l’ho detto senza intenzione di offendervi.

ROS. Va via di qua.

COL. Non credeva che l’aveste per male. So che mi volete bene, e che da me soffrite qualche barzelletta.

ROS. Non voglio barzellette. Corallina, dove sei? (chiama)

COL. Come, signora, chiamerete la sottocameriera? Farete a me questo torto?

ROS. Mi voglio far servire da chi voglio io, e tu va via di qui.

COL. Vi aveva da dire una cosa per parte del signor Lelio.

ROS. Non voglio sentir parlare di Lelio.

COL. Mi diceste pure ieri, che lo salutassi per parte vostra.

ROS. So che è stato in casa della signora Eleonora, non lo voglio più per nulla.

COL. La signora Eleonora è pur vostra amica.

ROS. Sì, sì, è mia amica! Se verrà da me, ci avrà poco gusto.

COL. Ma, cara signora padrona, io vi voglio bene e vi parlo per vostro bene. Ieri avete fatto tante finezze alla signora Eleonora, avete dette tante belle parole al signor Lelio, e oggi non lo volete sentir nominare. Che concetto volete che si faccia di voi?

ROS. Va via di qua.

COL. Sì, sì, vado. (Vi vuol , e bisogna compatire il temperamento). (da sé, e parte)

 

 

 

SCENA TERZA

 

Corallina e Rosaura.

 

ROS. Corallina.

COR. Signora.

ROS. Non senti? Ti ho chiamato tre volte.

COR. Compatitemi, ho sentito; ma quando vi è Colombina, non ardisco venire.

ROS. Perché?

COR. Perché colei mi perseguita; dice ch’io sono la sottocameriera, che a me non tocca a venire in camera, e qualche volta si diletta di allungare le mani.

ROS. Povera Corallina, vien qui, cara, ti voglio tutto il mio bene. In avvenire voglio servirmi unicamente di te.

COR. (Oh! che vuol dire questa stravaganza?) (da sé)

ROS. Dimmi: non è vero che questa scuffia sta male?

COR. Sì, sì, signora, sta malissimo. (Voglio secondarla). (da sé)

ROS. Oh, tu sei una giovane che intende. Colombina è una ignorantaccia.

COR. Non fo per lodarmi, ma anch’io so far qualche cosa.

ROS. Sai far le scuffie?

COR. Sì, signora, le so fare; ne ho fatta una per la signora Diana vostra sorella.

ROS. Lasciamela vedere.

COR. Subito. (parte per pigliare la scuffia, poi ritorna)

ROS. Colombina non la voglio più, è troppo pettegola. Corallina da qualche tempo in qua ha messo giudizio; è divenuta una buona cameriera, mi voglio servir di lei.

COR. Signora, ecco la scuffia.

ROS. Bella, bella; mi piace infinitamente. Tu ne sai molto più di Colombina.

COR. (Oh che miracolo! Ha sempre sprezzate le mie fatture, e oggi le loda). (da sé)

ROS. Tu sei una giovane spiritosa.

COR. Signora, io non so se abbia fatto bene o male, ma credo di aver fatto bene.

ROS. Che cos’hai fatto?

COR. È venuta per ritrovarvi la signora Beatrice, ed io le ho detto che siete impedita.

ROS. Perché le hai detto così?

COR. Perché ieri sera ho sentito quanto male avete detto di lei. Ho sentito che eravate con essa fieramente arrabbiata; onde ho giudicato che non la vogliate ricevere.

ROS. Hai fatto male; mi dispiace che sia andata via.

COR. Non sarà andata via. Si è fermata a discorrere con vostra sorella.

ROS. Presto, falla venire da me.

COR. Ma ieri sera...

ROS. Ieri sera mi sono state dette delle cose di lei, che ho scoperto non esser vere. Io non ho collera e le voglio parlare.

COR. Dunque la farò venire. (Oh che cervello volubile!) (da sé, parte)

ROS. Quella cara Eleonora me la pagherà. Sa che il signor Lelio ha della stima per me, ed ella procura tirarlo a sé? Che amica finta! Che cuor doppio! Ma Lelio non avrà più da me una finezza. Quando amo, voglio esser sola.

 

 

 

SCENA QUARTA

 

Beatrice e Rosaura.

 

BEAT. Mi dispiace esservi di disturbo.

ROS. No, cara amica, anzi mi avete fatto un piacer singolare a favorirmi colla vostra visita.

BEAT. Mi è stato detto una cosa, ma non la credo. Mi è stato supposto, che ieri sera eravate in collera meco.

ROS. Io in collera con voi? Mi maraviglio; che cosa mi avete fatto?

BEAT. Questo è quello che diceva fra me; non so d’avervi fatto nulla.

ROS. Male lingue, amica cara, male lingue. Che sì che indovino chi ve l’ha detto?

BEAT. Via, indovinate.

ROS. La signora Eleonora.

BEAT. No, v’ingannate.

ROS. Altri che ella non può essere stata.

BEAT. Vi giuro sull’onor mio, che non è vero.

ROS. Dunque chi ve l’ha detto?

BEAT. Non posso dirlo.

ROS. Se non me lo dite, dirò che non fate conto di me.

BEAT. Via, lo dirò, è stata Corallina.

ROS. Corallina? Oh disgraziata!

 

 

 

SCENA QUINTA

 

Corallina e dette.

 

COR. Signora...

BEAT. Va via di qua.

COR. Senta...

ROS. Va via di qua, ti dico, e in questa camera non venir mai più.

COR. La signora Diana vuol la sua scuffia.

ROS. Tieni questo bel cencio. (gliela getta in faccia)

COR. (Se lo dico che è pazza). (da sé, e parte)

BEAT. Mi dispiace che per causa mia prendiate ad odiare quella povera ragazza.

ROS. Ditemi, amica, quant’è che non avete veduto il signor Florindo?

BEAT. È qualche giorno che non lo vedo.

ROS. Che dite, eh? Che giovane di garbo... che bel giovane... Sediamo, sediamo: ehi, chi è di ?

BEAT. (Come! Rosaura amante di Florindo? Costei è mia rivale). (da sé)

 

 

 

SCENA SESTA

 

Colombina e le due suddette.

 

COL. Signora.

ROS. Porta due sedie.

COL. Signora sì.

ROS. Che hai, che sei ingrugnata?

COL. Perché non si fa servire da Corallina?

ROS. Via, via, pazzerella. Sai che la collera mi passa presto.

COL. (Non è mai per un giorno intiero del medesimo umore). (da sé, reca le due sedie, e parte)

ROS. Orsù, sediamo e discorriamo un poco di Florindo. Non è vero ch’egli è un bel giovane?

BEAT. Sì, è verissimo. (Ma per te non sarà). (da sé)

ROS. Ha due begli occhi. Ha delle cosette buone.

BEAT. Ma ditemi, come ve la passate col signor Lelio?

ROS. Oh, non me lo state a nominare nemmeno. Egli è senza garbo, senza grazia: non lo posso vedere.

BEAT. Come dite ora tanto male del signor Lelio, se l’altro giorno era il vostro diletto?

ROS. Non lo conosceva bene. Ora l’ho conosciuto meglio; e poi fa le grazie con la signora Eleonora.

BEAT. (Ora capisco perché ne dice male). (da sé)

ROS. Ma quel Florindo, che dite di quel caro Florindo, non è un giovane che consola a mirarlo?

BEAT. Lo sa il signor Pantalone vostro padre, che vi piace Florindo?

ROS. Non lo sa; anzi ieri mi propose per marito un certo Anselmo, mercante di montagna, ed io per rabbia ho detto di sì.

BEAT. Ed ora come anderà con vostro padre?

ROS. Dirò di no.

BEAT. Basta che siate a tempo, e non vi voglia obbligare a sposarlo.

ROS. Oh, non vi è pericolo. Mio padre mi ama teneramente; fa tutto quello ch’io voglio; non mi disgusterebbe per tutto l’oro del mondo. Cara signora Beatrice, voi siete la più cara amica ch’io m’abbia, a voi sola confido il mio cuore. Come mai potrei fare a parlare col signor Florindo?

BEAT. Ingegnatevi.

ROS. Voi mi potreste aiutare; potreste condurlo da me in compagnia vostra.

BEAT. Che! Vorreste ch’io vi facessi la mezzana?

ROS. A un’amica non si può fare un piacere? Farei lo lo stesso per voi. Finalmente, Florindo ed io siamo da maritare.

BEAT. Basta, ne parleremo. (Anzi vo’ fare il possibile, perché nemmeno lo veda). (da sé)

ROS. Oh, ecco mio padre. (s’alzano)

 

 

 

SCENA SETTIMA

 

Pantalone e le suddette.

 

PANT. Servitor obbligatissimo. (a Beatrice)

BEAT. Gli son serva, signor Pantalone.

PANT. Fia mia, cossa fastu? Xestu de bona voggia? (a Rosaura)

ROS. Ora mi sento bene. Vi è qui la mia cara amica, che viene a consolarmi.

PANT. Sì? Ho piaser che la siora Beatrice te sia cara, e che la se degna de farte compagnia.

ROS. Sì, signora Beatrice, venite spesso a ritrovarmi, venite ogni giorno, venite a pranzo con noi.

BEAT. Vi ringrazio delle vostre cortesi esibizioni, sarò quanto prima a rivedervi. (Verrò per discoprir terreno). (da sé) Se mi date licenza, io parto.

ROS. Eh no, non partite.

PANT. Lassa che la vaga, che t’ho da parlar. (piano a Rosaura)

BEAT. Per compiacervi resterò.

ROS. Basta, se volete andare, siete padrona. (Son curiosa di sentire che cosa ha da dirmi mio padre). (da sé)

BEAT. Non voglio che diciate che io non istò volentieri con voi. Resterò ancora un poco.

ROS. No, no, non vi prendete incomodo: andate pure.

BEAT. Ma se vi dico che resterò.

ROS. Ma se vi dico che andiate.

BEAT. Pare che ora mi discacciate.

ROS. Oh no, cara, non vi discaccio.

BEAT. Basta, anderò.

ROS. (Sì, andate, e ricordatevi di condur Florindo). (piano a Beatrice)

BEAT. Bene, bene; riverisco il signor Pantalone: amica, addio.

PANT. Ghe fazzo reverenza.

BEAT. (Per ora ho rilevato tanto che basta. Saprò regolarmi). (da sé, e parte)

 

 

 

SCENA OTTAVA

 

Pantalone e Rosaura.

 

ROS. Ebbene, signor padre, che cosa avete da dirmi?

PANT. T’ho da dar una bona nova.

ROS. E in che consiste?

PANT. El sanser ha fatto pulito. El t’ha messo in grazia a quel sior Anselmo che ti sa; l’ha mostrà de trovarme a caso, e semo in parola.

ROS. Ma io non lo conosco, e dubito di non volerlo.

PANT. Mo se giersera ti m’ha dito de sì.

ROS. Se ho da maritarmi, non voglio andar lontana da questa città.

PANT. Cara fia, el xe un omo ricco de milioni; un omo che va alla bona, ma che gh’ha dei bezzi assae, che se trata ben, e che al so paese xe stimà come un gran signor.

ROS. Confinarmi sopra una montagna? Oh, non sarà possibile.

PANT. Ma perché giersera m’astu dito de sì?

ROS. L’ho detto senza pensare.

PANT. Bella cossa! Adesso per causa toa son in t’un bel impegno. Ho promesso a quel galantomo de far che el te veda, e no so come far a mancar.

ROS. Oh, se mi vuol vedere, è padrone. Fatelo pur venire.

PANT. E se ti ghe piasessi?

ROS. Non basta ch’io piaccia a lui; bisogna vedere se egli piace a me.

PANT. E se a ti el te piasesse?

ROS. Oh, è impossibile.

PANT. Perché impossibile? Vien qua, desgraziadella, vien qua, confidete con mi; ti sa che te voggio ben. Ghastu qualche amoretto?

ROS. Per dirvela... non ho coraggio.

PANT. Via, parleme liberamente, ti xe la mia cara fia. Ti xe la mia prima, a ti te voggio più ben; farò de tutto per consolarte.

ROS. Caro signor padre! Io prenderei volentieri il signor Florindo.

PANT. Florindo xe un putto che no me despiase. Bisognerà véder mo se elo te vorrà ti.

ROS. Eh, mi vorrà, mi vorrà.

PANT. Lo sastu de seguro?

ROS. Mi vorrà, mi vorrà.

PANT. Mi vorrà, mi vorrà; eh, putta, putta. Basta, destrighete presto, che no voggio più deventar matto. Co t’ho maridà ti, vôi maridar quell’altra, e po son fora de tutti i intrighi.

ROS. Che? Non maritate mia sorella prima di me.

PANT. No, no te dubitar, no te farò sto torto.

ROS. Eh, datemi il signor Florindo.

PANT. Oggio d’andar mi a cercar el marìo per mia fia?

ROS. No, no, verrà egli da voi.

PANT. Se el vegnirà, te prometto de consolarte.

ROS. Caro padre, voi mi date la vita.

PANT. Ma arrecordite ben, se vien sto sior Anselmo, bisogna che lo riceva per civiltà, e che te lassa véder per convenienza.

ROS. Sì, sì, che mi veda pure; ma quando mi averà veduta, potrà leccarsi le dita.

PANT. E pur la sarave la to fortuna.

ROS. Io non penso che a esser contenta. A me non importa di denari, di abiti, di grandezze. Se trovo un marito che mi voglia bene, non cerco altro. (Caro il mio Florindo, stimo più un tantino del tuo bene, che non istimo mille milioni). (da sé, parte)

PANT. Ma! co se gh’ha delle putte, no se sta mai quieti. Ve’ qua st’altra. Vardè co granda che la vien. Anca ella un de sti , siben che la xe una gnocca, la vorrà marìo.

 

 

 

SCENA NONA

 

Diana e Pantalone.

 

DIA. Serva sua, signor padre.

PANT. Bondì sioria, siora fia.

DIA. Vorrei pregarvi d’una grazia.

PANT. Cossa voleu, siora?

DIA. Non vorrei più dormire con Corallina.

PANT. Perché?

DIA. Perché la notte si sogna, e mi dei pugni.

PANT. Vedè ben, vu dormì con Corallina, Rosaura dorme con Colombina. Ve dago una cameriera per una, acciò che abbiè compagnia.

DIA. Ma io con Corallina non voglio più dormire.

PANT. Sola no sta ben che dormì.

DIA. Anche Corallina ha detto che non vuol più dormire con me.

PANT. No? Per cossa?

DIA. Perché dice che un giorno starà in compagnia di Brighella.

PANT. Benissimo, i se fa l’amor; se i se sposerà, i starà insieme.

DIA. Se Corallina può star con Brighella, vi posso stare anch’io.

PANT. Orsù, a monte sti discorsi. Andè a lavorar. Fe su le vostre camise, le vostre traverse: parecchieve anca vu la vostra dota.

DIA. Oh, la mia dote è un pezzo ch’è fatta.

PANT. Chi ve l’ha fatta?

DIA. Mia madre.

PANT. Vostra mare v’ha lasà della roba e dell’intrada, e mi ve darò siemille ducati.

DIA. Seimila ducati? Quanti soldi fanno?

PANT. Ti staressi fresca, se ti volessi contar siemille ducati in tanti soldi. Sastu che i fa più de settecento mille soldi?

DIA. Già io non so contar altro che sino al venti.

PANT. Brava, ti xe una putta de garbo. Co ti averà da governar una casa, ti farà una bella figura.

DIA. Io governar la casa? Ci sono le cameriere.

PANT. Oh, no digo in sta casa.

DIA. Che! Mi volete mettere a servire?

PANT. Ve vôi metter a servir un marìo.

DIA. Se avessi un marito, vorrei ch’egli servisse me.

PANT. Come mo vorressi ch’el ve servisse?

DIA. Vorrei che mi scaldasse i piedi.

PANT. Che el ve scaldasse i piè, e non altro?

DIA. I piedi e le mani. Che cosa si fa dei mariti? Servono per scaldarsi.

PANT. Mi no so cossa ti intendi de dir. Sastu cossa che xe marìo?

DIA. Oh, se lo so. È quella cassetta che serve per scaldare le donne, quando hanno freddo.

PANT. Al scaldapiè ti ghe disi marìo?

DIA. Qui tutti dicono così.

PANT. (Mo la xe un poco troppo semplice). (da sé) Mi mo, vedistu, te voggio dar un’altra sorte de marìo.

DIA. Io lo prenderò come me lo darete.

PANT. Te darò un omo per marìo, che te tegnirà compagnia, che starà con ti de notte, e cussì no ti ghaverà paura, e no ti dormirà più con Corallina.

DIA. Vi sono due giovinotti, che mi hanno esibito di tenermi compagnia.

PANT. (Oh, bisogna che la destriga presto). (da sé) Chi?

DIA. Uno è il figlio del signor Pancrazio, e l’altro il figlio del signor Fabrizio.

PANT. (No i me despiase né l’un, né l’altro). (da sé) Chi torressi più volentiera de sti do?

DIA. Io li prenderei tutti due.

PANT. (Oh poveretto mi!) (da sé) Via, andè , parleremo.

DIA. Se me ne avete a dare un solo, datemi il figlio del signor Fabrizio.

PANT. Perché mo quello, e no quell’altro?

DIA. Perché è più grande.

PANT. Oh via, no vôi sentir altro.

DIA. Basta, fate voi. Con Corallina non voglio più dormire. Se voi non mi trovate compagnia, pregherò qualcheduno che venga a favorirmi. (parte)

PANT. Oh, la ghe ne troveria de quei pochi, che la favorirave. Ma mi ghe remedierò. Sta putta xe troppo semplice, e in casa no la sta ben: o la mariderò, o la manderò da so amia, che xe una donna che gh’ha giudizio. Gran cossa xe questa! Se le putte xe furbe, le pol fallar per malizia; se le xe gnocche, le pol precipitar per troppa innocenza. Xe meggio non averghene; ma co se ghe n’ha, bisogna badarghe; corregger le spiritose, illuminar le semplici: con quelle rigor, con queste dolcezza, e con tutte occhi in testa, giudizio in cassa, e co le xe in ti anni della discrezion, destrigarle de casa, darghe stato, e liberarse dal peso de custodirle, e dal pericolo de rovinarle. (parte)

 

 

 

SCENA DECIMA

 

Corallina e Brighella.

 

COR. E così, Brighella mio, quando concludiamo le nostre nozze?

BRIGH. No ve dubitè, faremo presto. Ho dito qualche cosa al padron, e anca lu me agiuterà. Se sposeremo, metteremo su una botteghetta, e lasseremo star de servir.

COR. Oh, il cielo lo voglia! Questo servire è pur una cosa cattiva; e poi in questa casa non ci starei per causa della signora Rosaura... È fastidiosa: si cambia da un momento all’altro, e non mi può vedere.

BRIGH. Sopportè ancora un poco, e non ve dubitè, che ve sposerò. (Quanto ti è minchiona, se ti lo credi). (da sé)

COR. E poi vi è anche quella cara Colombina, che mi perseguita e non mi lascia aver bene.

BRIGH. Anderemo via, e no la vederè mai più.

COR. Ma quando si concluderanno le nostre nozze?

BRIGH. Aspetto de aver fatto un poco de capital da averzer bottega, e po subito se destrigheremo.

COR. Quanto vi manca?

BRIGH. Se gh’avesse tre zecchini, compreria della cordella che me manca, e poderia destrigarme anca doman. Do zecchini li gh’ho, e me ne manca uno.

COR. Vi manca un zecchino?

BRIGH. Sì ben, con tre zecchini son a cavallo.

COR. Se fosse vero, ve lo darei io.

BRIGH. Come! A mi no me credè? Dèmelo e vederè.

COR. Ora lo vado a prendere. L’ho avanzato dal mio salario. Caro Brighella, ve lo do. Di voi mi fido, e vi prego a far presto.

BRIGH. Andèlo a tor, e in do ore me sbrigo.

COR. (Non vedo l’ora di uscire di questa casa. Oh, se potessi essere sposa prima di Colombina, la vorrei far crepar d’invidia). (da sé, parte)

BRIGH. Intanto chiapperemo sto zecchin. Mi maridarme? Oh, no son cussì matto. Me vado devertendo co ste massere; e co le posso pelar, lo fazzo col mazor gusto del mondo.

 

 

 

SCENA UNDICESIMA

 

Colombina e Brighella.

 

COL. Brighella, la padrona vi cercava.

BRIGH. Chi? Siora Rosaura? No voio deventar matto con ella.

COL. Voi siete un servitore garbato. Volete tutte le cose a vostro modo.

BRIGH. Cara siora Colombina, mi no so cossa che ghabbiè con mi. Da poco in qua, no me podè véder.

COL. Che cosa v’importa di me? Non avete Corallina che è la vostra diletta?

BRIGH. Corallina la mia diletta? Chi v’ha dito sto sproposito?

COL. Eh, che non son orba, né sorda. Vedo e sento, e so quel che dico.

BRIGH. In verità, v’ingannè.

COL. Ditemi un poco, che cosa facevi ieri sera nella sua camera?

BRIGH. Ve dirò, ve parlerò sinceramente. Xe arrivà un mio parente in cattivo stato, e l’è ricorso da mi. Mi no gh’ho bezzi da poderlo agiutar. Ghe n’ho domandà al padron, nol me n’ha volsudo dar. Corallina ha sentido che me lamentava, la m’ha dito se vôi un zecchin, che la me lo impresterà; mi ho accettà la so esebizion, e la m’ha promesso de darmelo.

COL. Ve l’ha dato?

RRIGH. No la me l’ha gnancora .

COL. Basta, se vi foste degnato di parlare con me, un zecchino ve lo avrei dato ancor io.

BRIGH. Cara Colombina, semo ancora in tempo. Za che Corallina no me l’ha , mi el torrò più volentiera da vu che da ella.

COL. Ma poi non mi guarderete in faccia.

BRIGH. Me maraveio, son un galantomo: son un omo che sa esser grato, e a chi me fa un servizio, procuro de farghene do, se posso.

COL. A me basterebbe una cosa sola.

BRIGH. Che vol dir?

COL. Che mi voleste bene.

BRIGH. Mi mo de volerve ben no me contento.

COL. No? Perché?

BRIGH. Perché ve vorria anca sposar.

COL. Oh, quanto sarebbe meglio!

BRIGH. In quattro parole se fa tutto. Subito che m’ho destrigà de sto mio parente, la discorreremo.

COL. Andatevi a spicciare.

BRIGH. Co gh’ho el zecchin, vago subito.

COL. Lo vado a prendere in questo momento. (Voglio far morire di rabbia quella pettegola di Corallina). (da sé, parte)

BRIGH. Oh che bella cossa! Cavarghe un zecchin per una, e burlarle tutte do! Ecco qua Corallina.

 

 

 

SCENA DODICESIMA

 

Corallina e Brighella.

 

COR. Eccomi con lo zecchino.

BRIGH. Oh brava! Ve son tanto obbligà. El metteremo in conto de dota.

COR. Tenete, e quando mi sposerete, ve ne darò altri tre.

BRIGH. Brava, pulito. (Pol esser che ghe li magna senza sposarla). (da sé)

COR. Ricordatevi di far presto.

BRIGH. No ve dubitè gnente. Me preme anca a mi.

COR. Ecco qui Colombina.

BRIGH. Andè via, no ve lassè véder.

COR. Oh, voglio star qui. Non ho paura di lei.

 

 

 

SCENA TREDICESIMA

 

Colombina e detti.

 

COL. Signor Brighella, gli si potrebbe dir una parola?

BRIGH. Son a servirla, patrona. Aspettè. (a Corallina)

COL. (Sempre con lei). (da sé)

COR. (Che mai vorrà da Brighella?) (da sé)

COL. (Ve l’ha dato ella lo zecchino?) (piano a Brighella)

BRIGH. (Oibò, no l’ho volesto). (piano a Colombina)

COL. (Eccolo). ( lo zecchino a Brighella)

BRIGH. (Brava, sto cor l’è vostro).

COR. Gran segreti, signor Brighella.

COL. Che importa a lei, signora?

COR. Se non me ne importasse, non parlerei.

COL. Parli pure, è padrona.

BRIGH. (Adesso adesso le fa baruffa). (da sé)

COL. È forse il suo sposo Brighella?

COR. A lei non sono obbligata a rispondere.

COL. Dite, signor Brighella, avete a lei donato il vostro cuore?

COR. Oh no, signora, l’averà donato a lei.

BRIGH. El mio cuor l’ho vendù: l’è stà comprà per un zecchin. Chi m’ha sto zecchin, ha acquistà el mio cuor. No contendè, no gridè; m’avè inteso tanto che basta.

COR. (Dunque Brighella è mio!) (da sé, e parte)

COL. (Il cuore di Brighella è venduto a me). (da sé, e parte)

 

 

 

SCENA QUATTORDICESIMA

 

Rosaura e Brighella, poi Colombina.

 

ROS. Vi ho mandato a chiamare, e non siete venuto. (a Brighella)

BRIGH. Vegnivo in questo momento.

ROS. Presto, andate dalla signora Beatrice, e ditele che venga subito, subito, e non manchi.

BRIGH. La sarà servida. (parte)

ROS. Sì, voglio sposarmi a Florindo, per far rabbia a quello sguaiato di Lelio.

COL. È qui la signora Eleonora.

ROS. Non la voglio ricevere.

COL. Che volete che io le dica?

ROS. Dille ch’io sono impedita.

COL. Io non so come fare.

ROS. Non la voglio.

COL. Eccola, non siamo a tempo. (parte)

 

 

 

SCENA QUINDICESIMA

 

Rosaura ed Eleonora.

 

ROS. (Che impertinenza!) (da sé)

ELEON. Compatitemi, se sono venuta tardi.

ROS. Eh! non importa.

ELEON. Che avete, che mi parete di malumore?

ROS. Ho poca volontà di parlare.

ELEON. Siete in collera? L’avete meco?

ROS. (Sa la sua coscienza). (da sé)

ELEON. E che sì, che indovino che cosa avete?

ROS. Può essere che lo sappiate meglio di me.

ELEON. Oh, se lo so! Siete disgustata per via dell’amante.

ROS. Sì, signora, per via dell’amante.

ELEON. E vi dispiace che una, che vi fa l’amica, procuri di levarvelo.

ROS. Mi pare che questa sia un’azione indegna.

ELEON. Avete ragione, e vi compatisco se siete adirata.

ROS. E venite voi stessa a dirmelo?

ELEON. Ve lo dico, perché siamo amiche. E quando ho saputo che la signora Beatrice tenta levarvi il signor Florindo, mi sono sentita ardere di sdegno per parte vostra.

ROS. Come! Beatrice amoreggia con Florindo?

ELEON. Che! non lo sapete?

ROS. Non lo so: ditemi qualche cosa.

ELEON. Sappiate che Florindo va in casa di Beatrice quasi tutti i giorni, e stanno a parlare insieme, e sono innamorati morti.

ROS. (Ah traditora! Così mi tratta?) (da sé)

ELEON. Ella vien qui, vi fa l’amica, e poi lavora sott’acqua.

ROS. Non occorr’altro, so quel che ho da fare.

ELEON. Delle amiche come me, ne troverete poche.

ROS. Ditemi, cara Eleonora, il signor Lelio viene da voi?

ELEON. Oh, non ci viene. Voleva provarsi a venire, ma io non l’ho voluto. (Subito! le dirò la verità). (da sé)

ROS. Dunque Lelio è poca cosa di buono, e voi siete un’amica fedele.

ELEON. Lelio aveva promesso d’amarvi?

ROS. Me l’aveva promesso.

ELEON. Dunque ho fatto bene a non riceverlo.

ROS. Avete fatto benissimo, e vi sono obbligata.

ELEON. Oh, io colle amiche tratto sinceramente, non faccio come la signora Beatrice.

ROS. Ella è un’amica finta, e da qui avanti non la tratterò più. Voi sarete la mia compagna.

ELEON. Di me vi potete fidare.

 

 

 

SCENA SEDICESIMA

 

Beatrice e dette.

 

BEAT. Son qui a vedere quel che volete da me.

ROS. Niente, signora, la riverisco. (parte)

BEAT. Mi lascia con questo bel garbo? Che maniera di trattar è questa? Che mai le è saltato in testa? Che cosa ha con me? Due ore sono mi fa mille finezze; ora mi manda a chiamare, e mi riceve così?

ELEON. Non sapete? Bisogna compatire la debolezza del naturale.

BEAT. In casa sua non ci vengo mai più.

ELEON. Io ci sono venuta per chiarirmi d’una cosa; per altro non ci veniva né pur io.

BEAT. Che razza di vivere! Ora d’un umore, ora d’un altro.

ELEON. È un temperamento che incomoda infinitamente. Voi mi piacete, che siete sempre uguale, sincera e propria.

BEAT. Cara Eleonora, anche voi siete fatta secondo il mio cuore. In verità vi voglio bene. (Non troppo per altro). (da sé)

ELEON. Ed io son contenta, quando sono con voi.

BEAT. Andiamo via di qui, venite con me.

ELEON. Andiamo.

BEAT. (La sua amicizia mi giova, perché non iscopra a Rosaura l’amor mio per Florindo). (da sé, parte)

ELEON. (La coltivo, perché non dica ch’io tratto con Lelio). (da sé, parte)

 

 

 

SCENA DICIASSETTESIMA

 

Altra camera.

 

Pantalone e Rosaura.

 

PANT. Orsù, vien qua, fia mia, ti sarà contenta: ho parlà col sior Dottor, pare de Florindo: semo amici, e tra lu e mi s’avemo giustà. Florindo sarà to marìo.

ROS. Signor padre, io non lo voglio più.

PANT. Come! No ti lo vol più?

ROS. Ho pensato meglio. È un giovinastro che non ha giudizio, non lo voglio.

PANT. Oh bella! Adesso che ho parlà col Dottor, ti me vol far far la figura del babuin. No basta che abbia da mancar de parola a sior Anselmo, ho da mancar al Dottor?

ROS. Piuttosto prenderò il signor Anselmo.

PANT. Veramente gh’ho dito al sior dottor Balanzoni, che gh’aveva sto mezzo impegno co sto mercante, che vol dir, sposandote a questo, no ghe saria tanto mal; ma se ti volessi un altro, ti me metteressi in t’un brutto impegno.

ROS. Prenderò il signor Anselmo.

PANT. Senti, adesso l’ho visto qua vesin; vago zo, se lo trovo, lo mando qua. Elo vederà ti, ti ti lo vederà elo, e se el genio s’incontra, presto presto concluderemo. (No vedo l’ora de destrigarme ste do putte de casa, questa principalmente: ora voggio, ora no voggio; la fa dar volta al cervello). (da sé, parte)

 

 

 

SCENA DICIOTTESIMA

 

Rosaura sola, poi Colombina.

 

ROS. Florindo ingrato! Così tratta con me? Ma non è degno dell’amor mio: no, non lo voglio più; piuttosto se avessi a fare un sproposito, lo farei con Lelio... Ma egli voleva andar da Eleonora... può essere anche che non sia vero.

COL. Signora, è qui un certo signor Anselmo, che vorrebbe riverirla.

ROS. Venga, venga, è padrone. Vi è mio padre?

COL. Ha detto a me che l’introduca, che va ad un servizio e subito viene. Mi ha detto ch’io stia in anticamera.

ROS. Via, via, fallo passare. Ehi, dimmi, che figura è?

COL. Mi pare un’anticaglia. Io lo credo una bella caricatura. (parte)

ROS. Per far dispetto a questi ganimedi incivili, voglio sposarmi al signor Anselmo.

 

 

 

SCENA DICIANNOVESIMA

 

Anselmo e la suddetta, poi Colombina.

 

ANS. Chi è qui?... Oh illustrissima, eccellenza, perdoni.

ROS. Signore, perché mi date questo titolo?

ANS. Faccio il mio dovere con una dama.

ROS. Io son Rosaura, figlia del signor Pantalone.

ANS. La signora Rosaura? La figlia del signor Pantalone? Con quel gran mappamondo? (il guardinfante) Servitor umilissimo.

ROS. Favorisca, è ella il signor Anselmo?

ANS. Sono io, per servirla.

ROS. Vuole accomodarsi?

ANS. Oh, io non sono stanco. Ella sarà stanca, portando quel diavolo di peso addosso.

ROS. Questo è il vestire che si pratica qui da noi.

ANS. Io non ho mai veduto una cosa simile. Favorisca, quelle gioje quanti mila ducati varranno?

ROS. Oh, non vagliono tanto. Costeranno al più tre zecchini.

ANS. Tre zecchini? Di che cosa sono?

ROS. Sono pietre false.

ANS. Diavolo! Pietre false? E perché portare al collo le pietre false?

ROS. Perché si usano.

ANS. (Dove si usano le cose false, non v’è da far bene). (da sé)

ROS. Ho anche delle gioje buone; ma qualche volta porto le false, per non consumarle.

ANS. Ma invece di portar le false, sarebbe meglio non portar niente.

ROS. Si usa così.

ANS. Le gioje false si usano, quei ricci si usano, quella polvere bianca si usa, quei piastrelli neri si usano, quei veli si usano, quei nastri si usano, quei guanti si usano, quel gran calderone si usa. Ella usa, io non uso. Qui si usa, da noi non s’usa. Signora mia, vi domando scusa. (in atto di partire)

ROS. Sentite: io sinora mi sono uniformata al costume delle persone, con cui ho dovuto trattare; ma se avessi a maritarmi, cercherei d’adattarmi all’uso del paese e al piacer del marito.

ANS. Signora, per dirvela, se io avessi l’onore di essere vostro marito, vorrei prima che facessimo una dozzina di patti fra voi e me.

ROS. Mi troverete facilissima a condiscendere.

ANS. Prima di tutto, quella capponaia no certamente. Io ho un’antipatia con quella macchina, che mi si gela il sangue quando la vedo. (del guardinfante)

ROS. Benissimo, di questo si può fare a meno.

ANS. Gioje false, no certo.

ROS. Qualche cosa al collo ci vuole.

ANS. O buone, o niente.

ROS. Signor sì, mi contento.

ANS. Polvere, no sicuro.

ROS. Si può andar senza.

ANS. Tanti imbrogli di pizzi, di nastri, tutto via.

ROS. Sì, tutto via.

ANS. (La giovane si va accomodando bene). (da sé)

ROS. (Quando il marito è buono, si può far tutto). (da sé)

ANS. Oro, argento, sugli abiti non ne voglio.

ROS. Non ne porterò.

COL. Signore, con licenza. (ad Anselmo) (È qui il signor Lelio, che desidera parlarvi; egli sa che siete in collera con esso lui, e vi vorrebbe placare). (piano a Rosaura)

ROS. (Placarmi? Vengo subito). (a Colombina)

COL. (Che bella figura per una giovinotta! Io non lo prenderei certamente). (piano a Rosaura, e parte)

ANS. Per tornare al nostro proposito, io non voglio conversazioni.

ROS. Via, via, signore; basta così. Volete troppe cose; parleremo poi con più comodo. (parte)

ANS. Costei è una pazza. Eh, ch’io sarei stolto, se io volessi ammogliarmi in una città. È meglio che mi prenda una donna delle mie montagne; ma lassù non v’è nessuna che mi piaccia. Se potessi trovare una cittadina senza ambizione, sarebbe il caso mio; ma sarà difficile.

 

 

 

SCENA VENTESIMA

 

Diana ed Anselmo.

 

ANS. Quella giovane, dite al vostro padrone che vado via, e ci rivederemo. (a Diana)

DIA. Al mio padrone? Chi crede ella ch’io sia?

ANS. Non siete una serva del signor Pantalone?

DIA. No signore, io sono sua figlia.

ANS. Ah, voi siete la figlia del signor Pantalone; e chi era quell’altra signora, che ha parlato con me?

DIA. Mia sorella maggiore.

ANS. Cara ragazza, compatite l’error mio. Quella era vestita magnificamente; onde ho preso voi per la cameriera.

DIA. Ella è vestita meglio, perché dev’essere sposa.

ANS. Ah, sì sì, l’intendo. (Quando si vuol vendere, si mette la mercanzia in figura. Tutto falso, tutto falso. Quanto mi piace più l’idea di questa giovanetta!) (da sé)

DIA. (Mi guarda, e par che rida; non vorrei avere la faccia tinta). (da sé)

ANS. E voi, ragazza mia, non vi farete sposa?

DIA. Io sposa? Signor no.

ANS. Vostro padre che vuol fare di voi?

DIA. Mi vuol dar marito.

ANS. Oh bella! marito e sposo non è tutt’uno?

DlA. Tutt’uno?

ANS. Sì, è tutt’uno.

DIA. Ora capisco. Signor sì, mi farò sposa.

ANS. Avete mai fatto all’amore?

DIA. Signor no. Non sono mai andata sul tetto.

ANS. Come sul tetto?

DIA. Le gatte, quando fanno all’amore, vanno sul tetto; io non ci sono mai stata.

ANS. (Questa è una ragazza semplice, questa sarebbe il caso per me). (da sé) Come avete nome?

DIA. Diana.

ANS. Cara la mia Dianina, volete ch’io vi trovi uno sposo?

DIA. Non s’incomodi, me lo troverà mio padre.

ANS. Sentite, se volete, io vi farò mia sposa.

DIA. Bisognerà che m’insegnate come si fa.

ANS. Sì, v’insegnerò. (Non ho creduto, che si potesse trovare in città una ragazza così innocente). (da sé) Tenete quest’anellino.

DIA. A me? Me lo donate?

ANS. Sì, ve lo dono.

DIA. Oh carino! oh bellino! Lo vado a mostrare a mia sorella.

ANS. Venite qui, sentite.

DIA. Lo voglio far vedere a Colombina, a Corallina, a Pasquina e anco alla figlia della lavandaia. (parte)

ANS. Costei è semplicetta; costei è innocente. Se posso, voglio veder d’averla, prima ch’ella si guasti. In città una semplicità di questa sorte! Non l’avrei mai creduto. (parte)



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